Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 9912 del 21/02/2018

Penale Sent. Sez. 2 Num. 9912 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: AIELLI LUCIA

Data Udienza: 21/02/2018

A.A.
avverso l’ordinanza della Corte d’appello di Salerno del 30/10/2017 ;
visti gli atti, l’ordinanza impugnata ed il ricorso;
sentita la relazione del Consigliere dott. Lucia Aielli ;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale dott. Perla Lori che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso ;

1

Premesso in fatto

1.

Con sentenza del 30/10/2017 la Corte d’Appello di Salerno dichiarava

inammissibile l’istanza di revisione della sentenza della Corte d’appello di
Catanzaro del 3/6/2014 irrevocabile il 3/7/2015 con la quale A.A. era
stato condannato in ordine al delitto di cui all’art. 416 c.p., in relazione alla
successiva sentenza del Tribunale di Cosenza del 22/9/2015 irrevocabile il

648 c.p.)
2. Avverso tale pronuncia ricorre per cassazione A.A. per mezzo del
difensore il quale deduce il vizio di violazione di legge ( art. 606 lett. b) c.p.p.),
in relazione agli artt. 630, 631, 634 e 521 c.p.p., assumendo che dalla
successiva sentenza di assoluzione per i reati fine, deriverebbe il “contrasto di
fatto” con la ritenuta “fattiva partecipazione” del A.A. al reato associativo di cui
alla sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello di Catanzaro .

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile .
2. In tema di revisione, il concetto di inconciliabilità fra sentenze irrevocabili di
cui all’art. 630, comma primo, lett. a), cod. proc. pen., deve essere inteso con
riferimento ad una oggettiva incompatibilità tra i fatti storici stabiliti a
fondamento delle diverse sentenze, non già alla contraddittorietà
logica tra le valutazioni operate nelle due decisioni; ne consegue che gli elementi
in base ai quali si chiede la revisione devono essere, a pena di inammissibilità,
tali da dimostrare, se accertati, che il condannato deve esser prosciolto e,
pertanto, non possono consistere nel mero rilievo di un contrasto di principio tra
due sentenze che abbiano a fondamento gli stessi fatti (Sez. 1, n. 8419/2016;
Rv. 269757; Sez. 2, n.14785/2017; Rv. 269671).
Data questa premessa deve osservarsi che nel caso di specie la Corte d’appello
ha giustificato la propria pronuncia evidenziando che gli elementi posti a
fondamento della responsabilità del A.A. per il delitto di cui all’art. 416 c.p., non
si esaurivano nella registrazione della consumazione di reati satellite ( dai quali
era stato assolto), ma riguardavano aspetti della sua condotta “plurimi e
articolati” puntualmente descritti nella ordinanza impugnata, riferiti all’ausilio
legale fornito dal A.A., agli intrecci societari con gli imputati C.C. e M.M.,

2

6/2/2016 che lo aveva assolto in ordine ad una serie di reati fine ( art. 648 bis e

al ruolo di collegamento svolto tra il  B.B. e le società del M.M. cui il
A.A. non era estraneo ( cfr. pag. 2 dell’ordinanza ) , sicchè non si profilava
alcuna inconciliabilità tra giudicati come ipotizzato nel ricorso.
Deve in proposito ricordarsi che l’assoluzione relativa ai reati-fine non ha alcun
rilievo ai fini dell’accertamento della responsabilità dell’imputato per il reato
associativo. Infatti, da un lato, per la configurazione del reato associativo non è
necessaria la consumazione di reati fine, ma soltanto un generico programma

reati fine potrebbe trovare adeguata giustificazione in una mancanza di riscontri
relativi a tali reati, senza per questo riverberare sulla configurabilità del reato
associativo che ha una distinta fisionomia ed un’ autonoma oggettività giuridica
(Sez. 1, n. 5036 del 3/04/1997, Pesce, Rv. 207792; Sez. 4, n. 8092/2014 Rv.
259129).
L’eccezione difensiva presuppone invece che si possa partecipare ad un sodalizio
criminoso soltanto mediante l’esecuzione dei reati-fine, ma tale tesi, oltre a
disattendere la ultradecennale giurisprudenza di questa Corte secondo la quale il
reato di partecipazione all’associazione per delinquere è a forma libera, purché si
traduca in un contributo non marginale ma apprezzabile alla realizzazione del
progetto criminoso perseguito dai consociati (Sez. 1, n. 7462 del 22/04/1985,
Arslan, Rv. 170229; Sez. 1, n. 2111 del 27/01/1986, Scala, Rv. 172146; Sez. 6,
n. 403 del 16/01/1991, Marin, Rv. 186226; Sez. 3, n. 2897 del 17/12/1993, Di
Brisco, Rv. 19792), fornisce anche un criterio di valutazione fallace posto che il
vincolo associativo non può nemmeno essere desunto unicamente in base alla
partecipazione ai reati-fine, quando essa non sia inequivocabilmente
dimostrativa dell’adesione del soggetto al sodalizio criminoso (Sez. 6, n. 49556
del 22/10/2013, Marigliano, Rv. 227826).
Va dunque ribadito il principio di diritto secondo il quale la prova della
partecipazione di un imputato al reato associativo può essere data con ogni
mezzo, non essendo necessaria la condanna per alcuno dei reati fine, stante
l’autonomia del reato associativo (Sez. 6, n. 3241 del 10/02/1998, Cadinu, Rv.
210683; Sez. 1, n. 33033 del 11/07/2003, Vitello, Rv. 225977; Sez. 2, n. 24194
del 16/03/2010, Bilancia, Rv. 247660).
Per quanto esposto deve dichiarasi inammissibile il ricorso con conseguente
condanna del ricorrente che lo ha proposto al pagamento delle spese processuali
e della somma di euro 2.000,00 alla cassa della ammende.

P.Q.M.

3

criminoso che preveda la loro consumazione; dall’altro, l’assoluzione relativa a

dichiara inammissibile il ricorso – e condanna il ricorrente al pagamento spese
processuali e della somma di euro duemila in favore della Cassa delle ammende.

Così deliberato il 21/2/2018

Lucia Aielli

Il Presidente
Piercamillo Qavigo

Consigliere estensore

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