Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 971 del 11/12/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 971 Anno 2015
Presidente: TERESI ALFREDO
Relatore: ORILIA LORENZO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
VENTURA DOMENICO N. IL 14/01/1958
avverso la sentenza n. 2082/2012 CORTE APPELLO di LECCE, del
14/02/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/12/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LORENZO ORILIA
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per :,5)

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Udito, per la parte civile, l’Avv
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Uditi difensor Avv.
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Data Udienza: 11/12/2014

RITENUTO IN FATTO
Con sentenza 14.2.2014 d’Appello di Lecce ha confermato la colpevolezza di
Ventura Domenico in ordine ai reati di cui agli artt. 256 comma 1 D. Lvo n. 152/2006
(capo a) e 674 cp (capo b). All’imputato è stato addebitato in particolare di avere,
quale legale rappresentante della

Geotec Ambiente srl, effettuato una raccolta

mediante stoccaggio di rifiuti urbani pericolosi e non, collocati in sedici cassoni
carrabili (di cui sei insistenti in luogo pubblico) su area non autorizzata a tale scopo.
L’altra contestazione invece riguardava il versamento su suolo pubblico del

percolato derivante dallo stoccaggio non autorizzato dei predetti cassoni, con relativo
ruscellamento per alcune decine di metri. I fatti sono stati accertati in data
24.6.2009 nel Comune di Casarano.
La Corte di merito ha motivato la propria decisione rilevando, sulla base della
deposizione testimoniale, delle foto e del verbale di sopralluogo che si trattava di
stoccaggio non autorizzato di rifiuti pericolosie e che nessun riilievo poteva assumere
l’emanazione di provvedimenti amministrativi in epoca successiva all’accertamento
del reato. Ha ravvisato poi la contravvenzione di cui all’art. 674 cp considerando
molestia alle persone il percolato di liquido scuro e maleodorante descritto nel
verbale di sopralluogo.
Il difensore ha proposto ricorso per cassazione denunziando due censure.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1 Col primo motivo deduce, ai sensi dell’art. 606 comma 1 lett.

b) cpp, la

violazione del D. Lvo n. 152/2006 e dell’art. 674 cp. Innanzitutto critica la sentenza
laddove ha ritenuto la natura pericolosa dei rifiuti in assenza di accertamenti concreti
circa le caratteristiche; altro errore commesso dai giudici di merito consiste
nell’avere ravvisato uno stoccaggio piuttosto che un deposito temporaneo
determinato dalla situazione di grave emergenza, documentata anche dalla
Ordinanza PCM n. 69 del 30.6.2009 e dalla successiva ordinanza sindacale n. 124 del
4.7.2009 con cui il Sindaco di Casarano, sempre per ragioni di urgenza autorizzava la
società a depositare i rifiuti provvisoriamente presso l’area di proprietà comunale sita
nella zona industriale in attesa di reperire un soggetto disponibile al trasferimento
dei rifiuti presso il sito di smaltimento di Conversano. Ribadisce di avere operato in
una situazione di emergenza non potendo agire diversamente e invoca la scriminante
dello stato di necessità per escludere la situazione dell’elemento psicologico.
Critica inoltre la sentenza nella parte in cui ha ravvisato gli estremi della
contravvenzione di cui all’art. 674 cp sulla base della mera dichiarazione del
verbalizzante circa la presenza di liquido scuro e maleodorante senza svolgere alcuna
verifica sulla concreta idoneità delle emissioni a ledere o molestare i potenziali
soggetti esposti.
Il motivo è infondato.

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Questa Corte ha più volte affermato che in tema di deposito di rifiuti, si ha
deposito temporaneo, come tale lecito, quando i rifiuti sono raggruppati, in via
temporanea ed alle condizioni previste dalla legge, nel luogo della loro produzione; si
ha stoccaggio, che richiede l’autorizzazione o la comunicazione in procedura
semplificata, quando non sono rispettate le condizioni previste dal D.Lgs. n. 22 del
1997, art. 6, lett. m) per il deposito temporaneo di rifiuti; si ha invece deposito
incontrollato o abbandono di rifiuti, quando il raggruppamento di essi viene
effettuato in luogo diverso da quello in cui i rifiuti sono prodotti, e fuori dalla sfera di

controllo del produttore: tale ultima condotta è sanzionata penalmente, se posta in
essere da soggetti titolari di impresa o da responsabili di enti, mentre è sanzionata in
via amministrativa, quando sia effettuata da persone fisiche diverse da quelle
precedentemente indicate (cfr. tra le varie, Sez. 3, Sentenza n. 38046 del
27/06/2013 Ud. dep. 17/09/2013 Rv. 256434 in motivazione; Cass. pen. sez. 3 n.
21024 del 25.2.2004, Eoli).
Sempre secondo la giurisprudenza, anche a seguito dell’entrata in vigore del
D.Lgs. n. 152 del 2006, pur riconoscendosi che, al fine di qualificare il deposito quale
temporaneo, il produttore dei rifiuti può alternativamente e facoltativamente
scegliere di adeguarsi al criterio quantitativo o a quello temporale, ovvero può
conservare i rifiuti per tre mesi in qualsiasi quantità, oppure conservarli per un anno
purché la loro quantità non raggiunga i venti metri cubi” (cfr. Cass. pen. Sez. 3
30.11.2006 n. 39544; Cass. sez. 3 19.4.2007 n. 15997), si è ritenuto che deve,
comunque, trattarsi di un raggruppamento temporaneo effettuato prima della
raccolta nel luogo in cui i rifiuti sono prodotti, nel rispetto delle condizioni fissate dal
D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 183 e nel rispetto dei principi di precauzione e di azione
preventiva (cfr. Cass. pen. sez. 3 30.11.2006 n. 39544 cit.).
Nel caso in esame la Corte d’Appello ha qualificato i rifiuti come pericolosi
rilevando che nei cassoni vi erano anche televisori, lavatrici e frigoriferi, materiali,
cioè, per i quali vige una presunzione assoluta di pericolosità ed in proposito,
attenendosi ai principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, ha richiamato
l’elenco dei rifiuti pericolosi in vigore dal 1.1.2002; ha quindi escluso il deposito
temporaneo, ritenendo invece trattarsi di stoccaggio, in base al rilievo che il deposito
era avvenuto in luogo diverso dalla produzione.
Trattasi di accertamenti in fatto compiuti dal giudice di merito sulla base delle
risultanze processuali (deposizioni testimoniali degli operanti e materiale fotografico)
sorretti da motivazione adeguata e giuridicamente corretta.
Infatti, in tema di gestione dei rifiuti, a seguito della entrata in vigore del nuovo
elenco dei rifiuti pericolosi dal 1° gennaio 2002 (Decisione CE 3 maggio 2000, n. 532
e succ. modifiche.), l’accertamento della pericolosità di un rifiuto prescinde dal
riferimento alla sostanza in esso contenuta per i rifiuti contrassegnati da un

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asterisco, per i quali vige una presunzione assoluta di pericolosità mentre, per i rifiuti
in relazione ai quali la pericolosità viene fatta derivare dalle sostanze pericolose in
essi contenute, è necessaria un’analisi per accertare se tali sostanze eccedano i limiti
stabiliti (Sez. 3, Sentenza n. 19882 del 11/03/2009 Ud. dep. 11/05/2009 Rv.
243718).
Dall’elenco dei rifiuti allegato alla Decisione CE 3 maggio 2000, n. 532 risulta
che “le apparecchiature elettroniche fuori uso contenenti cloro fluorocarburi, HCFC,
HFC” sono distinte dal codice 16 02 11* e, tra i rifiuti domestici, “le apparecchiature

fuori uso contenenti clorofluorocarburi” presentano il codice 20 01 23*.
Inoltre, i provvedimenti amministrativi invocati dal ricorrente sono stati emanati
in epoca successiva all’accertamento dei fatti e dunque appare logicamente coerente,
oltre che giuridicamente corretta, l’argomentazione utilizzata dalla Corte di merito
per escluderne la rilevanza: d’altro canto, non si riesce a comprendere perché mai il
ricorrente, titolare di una azienda operante nel settore del trattamento dei rifiuti e
dunque certamente a conoscenza della grave situazione locale e della necessità di
una diversa collocazione dei cassoni, non si sia munito di una autorizzazione prima di
provvedere allo stoccaggio, decidendosi a tanto solo in un momento successivo
all’intervento della polizia giudiziaria.
Parimenti appare corretta la decisione anche con riferimento alla
contravvenzione di cui all’art. 674 cp.
Come già affermato da questa Corte (cfr. tra le varie, Sez. 3, Sentenza n. 22032
del 13/04/2010 Ud. dep. 10/06/2010 Rv. 247612) la fattispecie prevista dall’art. 674
c.p. è collocata nell’ambito delle contravvenzioni di polizia ed è posta a tutela della
incolumità pubblica; i nocumenti, più o meno gravi, che la norma intende evitare
devono essere messi in relazione alla loro capacità lesiva nei confronti delle persone
che dal getto pericoloso di cose vengono imbrattate, offese nella loro integrità fisica
o molestate e turbate nella loro tranquillità; l’idoneità lesiva della condotta è
correlabile anche ad oggetti, ma in questo caso il fatto non ha rilevanza penale.
Di conseguenza, il reato non si perfeziona quando i comportamenti enucleati
nella norma sono idonei a danneggiare esclusivamente delle res.
Nel caso in esame, la contravvenzione è stata contestata sotto il profilo del getto
di liquami atti a molestare le persone e dalla istruzione dibattimentale è emerso come messo in luce nella impugnata sentenza – uno sversamento di liquame di
colore scuro e maleodorante ritenuto dal giudice di merito idoneo ad arrecare danni
alle persone: accertamento tipicamente fattuale, congruamente motivato e, dunque
non sindacabile in questa sede, considerato che al giudice di legittimità è preclusa in sede di controllo sulla motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di

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ricostruzione e valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal giudice del merito
perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa).
Quanto alle modalità dio accertamento della contravvenzione, il Collegio non
ignora la sentenza Abbaneo citata dal ricorrente (Sez. 3, Sentenza n. 15707 del
09/01/2009 Cc. dep. 15/04/2009 Rv. 243431), ma ritiene inappropriato il richiamo,
posto che nel caso di specie non si discute certamente di emissione di “onde
elettromagnetiche” e quindi di verifica del superamento di limiti legali rispetto a
campi elettromagnetici, ma molto più semplicemente di sversamento liquami

provenenti da rifiuti pericolosi: appare pertanto più aderente alla fattispecie il
principio, da tempo affermato in giurisprudenza, secondo cui ai fini della sussistenza
della contravvenzione di cui all’art. 674 cod. pen. non si richiede un effettivo
nocumento alle persone, in dipendenza della condotta contestata, essendo sufficiente
l’attitudine di questa a cagionare effetti dannosi, cioè ad offendere, imbrattare,
molestare persone: detta attitudine non deve essere necessariamente accertata
mediante perizia, ben potendo il giudice, secondo le regole generali, fondare il
proprio convincimento su elementi probatori di diversa natura, quali, in particolare,
le dichiarazioni testimoniali di coloro che siano in grado di riferire caratteristiche ed
effetti delle immissioni, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di
valutazioni meramente soggettive o di giudizi di natura tecnica, ma si limitino a
riferire quanto oggettivamente percepito dai dichiaranti medesimi (cfr. Sez. 1,
Sentenza n. 739 del 04/12/1997 Ud. dep. 21/01/1998 Rv. 209451; Sez. 1, Sentenza
n. 5215 del 07/04/1995 Ud. dep. 09/05/1995 Rv. 201195).

2. Col secondo motivo il Ventura, denunziando violazione di legge, si duole del
diniego delle attenuanti generiche: a suo dire, la Corte d’Appello ha valorizzato solo
la personalità dell’imputato (ed in modo negativo, attraverso il richiamo del
precedente specifico), ignorando invece il criterio della gravità del fatto ed in
particolare, il tempo, il luogo e le modalità dell’azione, determinata da situazioni di
emergenza e di stretta necessità che hanno, sempre secondo il ricorrente,
fortemente scemato, se non addirittura annullato, ogni profilo di colpa.
Il motivo è manifestamente infondato.
La concessione o il diniego delle attenuanti generiche rientra nel potere
discrezionale del giudice di merito, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve

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essere bensì motivato ma nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il
pensiero dello stesso giudice circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità
effettiva del reato ed alla personalità del reo.
Anche il giudice di appello – pur non dovendo trascurare le argomentazioni
difensive dell’appellante – non è tenuto ad una analitica valutazione di tutti gli
elementi, favorevoli o sfavorevoli, dedotti dalle parti ma, in una visione globale di
ogni particolarità del caso, è sufficiente che dia l’indicazione di quelli ritenuti rilevanti

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e decisivi ai fini della concessione o del diniego, rimanendo implicitamente disattesi e
superati tutti gli altri, pur in carenza di stretta contestazione (cfr. tra le varie, Sez. 3,
Sentenza n. 19639 del 27/01/2012 Ud. dep. 24/05/2012 Rv. 252900).
Nel caso in esame i giudici di merito hanno dato rilievo preminente all’esistenza
di un precedente penale specifico e sol per questo hanno negato le attenuanti: la
motivazione è certamente succinta, ma comunque sufficiente ad esplicitare il
percorso argomentativo seguito, incentrato sulla considerazione della personalità
dell’imputato, piuttosto che su altri elementi, implicitamente disattesi. Nessun

P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processu li.
Così deciso in Roma, il 11.12.2014.

sindacato è dunque consentito in questa sede.

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