Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 962 del 03/12/2013


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 962 Anno 2014
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: GENTILI ANDREA

SENTENZA
sul ricorso proposto da
COLAZINGARI Umberto, nato a Roma il 23/12/1960
avverso l’ordinanza del 24/5/2013 del Tribunale di Roma, che ha confermato il
decreto di sequestro preventivo emesso il 17/4/2013 dal Giudice delle indagini
preliminari in sede in relazione ai reati ex art.44, lett.c) del d.P.R. 6 giugno
2001, n.380, ex art.181 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n.42 ed ex artt.54 e 1161
del Cod. Navig. Accertati il 18/9/2012 in località Castelporziano;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Andrea Gentili;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale, Aldo
Policastro, che ha concluso chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso;
udito per l’imputato l’avv. Carlo Abbate, che ha concluso chiedendo accogliersi il
ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza del 24/5/2013 I Tribunale di Roma, quale giudice del
riesame, ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso il 17/4/2013
dal Giudice delle indagini preliminari in sede in relazione ai reati ex art.44, lett.c)
del d.P.R. 6 giugno 2001, n.380, ex art.181 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n.42 ed

Data Udienza: 03/12/2013

ex artt.54 e 1161 del Cod. Navig. Accertati il 18/9/2012 in località
Castelporziano.
Emerge dal provvedimento che il ricorrente gestisce uno stabilimento
balneare in località Castelporziano in forza di trasferimento della titolarità da
parte dell’ente comunale e che detto stabilimento ha conosciuto una progressiva
espansione dimensionale all’interno di un complesso rapporto con le
amministrazioni. Osserva il Tribunale che l’originaria struttura, di 65 mq., è
risultata priva delle necessarie autorizzazioni demaniali e che il titolare non ha
posto in essere le opportune iniziative al fine di adeguarsi alla apposizioni di
vincoli paesaggistici; osserva, ancora, che i sopralluoghi effettuati negli anni
2002 e 2003 hanno evidenziato la progressiva realizzazione di opere non
autorizzate comportanti ampliamento della superficie occupata fino a giungere a
una superficie di circa 700 metri quadrati, divenuti poi 800 in occasione di un
sopralluogo effettuato nell’anno 2004. Ciò premesso, e permanendo l’assenza di
autorizzazioni urbanistiche e paesaggistiche, il Tribunale rileva che nell’anno
2005 fu emanata dai soli uffici doganali una autorizzazione “postuma” relativa
alla occupazione di 785 metri quadri; superficie inferiore ai circa 855 metri che
sono risultati occupati in occasione dei controlli del settembre 2012. La
situazione di non conformità alle leggi così accertata non trova alcuna copertura,
secondo il Tribunale, nella sentenza assolutoria emessa dal Tribunale di Roma in
data 1/7/2006, che ha provveduto con riferimento ai fatti accertati nel mese di
febbraio 2004 4 che non può avere riflessi sulle condotte successive.
Così esaminato il “fumus” di reato, il Tribunale ritiene attuale la pericolosità
e necessaria la misura cautelare anche perché successivi controlli del mese di
aprile 2013 hanno cetrificato una ulteriore espansione dell’area occupata, così
accresciuta di altri 230 metri quadrati circa.
2. Avverso tale decisione il sig. Colazingari ha proposto ricorso tramite i
propri difensori, in sintesi lamentando:
a. errata applicazione di legge ex art.606, lett.b) cod. proc. pen. e vizio di
motivazione ai sensi dell’art.606, lett.e) cod. proc. pen. con riferimento alla
mancata valutazione delle conseguenze della sentenza liberatoria emessa
nell’anno 2006, ivi compresa la mancata applicazione dei termini prescrizionali;
b. vizio di motivazione ai sensi dell’art.606, lett.e) cod. proc. pen. per avere il
Tribunale omesso di valutare la lunga vicenda amministrativa e il subentro del
ricorrente nelle posizioni dell’ente che trasferiva la titolarità dello stabilimento,
con conseguente assenza dell’elemento soggettivo della consapevolezza di
eventuali irregolarità;

2

c. vizio di motivazione ai sensi dell’art.606, lett.e) cod. proc. pen. con
riferimento all’esistenza del pericolo da ritardo, posto che le opere non sono in
corso di realizzazione e non sussiste alcuna attualità.
3. In esito alla discussione e considerato che le questioni oggetto del ricorso
e del provvedimento impugnato sono del tutto simili a quelle oggetto del
procedimento n.28628/2012 trattato alla medesima udienza da altro relatore, la
redazione del presente provvedimento è stata affidata al dr. Luigi Marini.

1. Osserva la Corte in via preliminare che la vicenda sottostante il
provvedimento di sequestro e l’ordinanza del Tribunale del riesame appare
oggettivamente complessa sul piano amministrativo. La presenza di soggetti
contrattuali “intermedi” fra l’ente comunale e i titolari del singolo stabilimento
balneare (soggetti intermedi che costituiscono parte degli accordi maturati nel
tempo e che interloquiscono con l’ente comunale anche quali esponenti di tutti i
gestori dei cinque stabilimenti presenti nell’area) certamente non semplifica la
valutazione della vicenda e pone in evidenza come i titolari degli stabilimenti non
abbiano agito senza relazionarsi con le autorità competenti. Tale situazione di
fatto impone all’autorità giudiziaria di procedere con attenzione alla valutazione
dei profili di ricorso, dovendosi verificare se la condotta degli enti e degli
amministratori abbia avuto ricadute rilevanti sull’elemento soggettivo dei
soggetti privati.
2. Ciò premesso, la Corte ritiene che il primo motivo debba essere
giudicato inammissibile nella parte in cui sollecita una diversa valutazione dei
fatti. L’istanza di riesame e il ricorso hanno prospettato all’autorità giudiziaria
questioni di fatto attinenti la datazione, la natura e la consistenza delle opere
realizzate. Si tratta di questioni che correttamente sono state sottoposte al
Tribunale, ma che non possono formare oggetto di esame da parte del giudice di
legittimità, salvo sussistano radicali vizi motivazionali. Infatti, l’art.325 cod. proc.
pen. è inequivoco nel limitare il controllo di questa Corte in materia di cautela
reale ai soli errori nell’applicazione della legge e nell’escludere, per adverso, il
controllo sulle questioni di fatto che sono riservate al giudice del riesame. In
sostanza, il giudice di legittimità può sindacare la motivazione solo in presenza di
palesi vizi logici o di vizi interpretativi della legge. Una tale condizione non si
presenta nel caso in esame. L’ordinanza del Tribunale risulta motivata in modo
dettagliato e puntuale, ricostruendo le progressive modificazioni conosciute
dall’impianto di balneazione gestito dalla ricorrente e i provvedimenti
amministrativi assunti nel tempo, giungendo ad affermare che l’attuale superficie

3

CONSIDERATO IN DIRITTO

utile occupata, accertata in sede di ultimo accesso, ammonta a 856 metri quadri,
è maggiore di quella rilevata in occasione dei precedenti controlli ed è per una
parte priva di provvedimenti legittimanti l’occupazione dell’area demaniale;
aggiunge il Tribunale che a fronte di detta occupazione non risultano mai
corrisposti i canoni concessori. Inoltre, le opere così edificate sono prive delle
autorizzazioni previste per un’area soggetta a vincolo paesaggistico.
3. Rileva così la Corte che, ferme restando le più articolate valutazioni che
dovranno essere operate con riferimento agli accordi intercorsi fra il ricorrente e

l’assenza di autorizzazione paesaggistica e di provvedimenti concessori per
l’occupazione di suolo demaniale con riguardo a una parte almeno delle opere
presenti alla data dell’ultimo accesso.
4. Detta situazione di fatto rende allo stato non decisiva la circostanza che
le autorità doganali abbiano rilasciato nell’anno 2005 una autorizzazione
“postuma” e che una decisione giudiziale risalente all’anno 2006 abbia prosciolto
il ricorrente “perché il fatto non costituisce reato”, posto che tali provvedimenti
non possono legittimare la successiva realizzazione di opere diverse e maggiori
quanto a consistenza ed estensione. Questo profilo di ricorso va considerato,
conclusivamente, infondato e meritevole di rigetto.
5. Quanto al terzo motivo di ricorso, la Corte rileva che i controlli effettuati
negli anni 2012 e 2013 hanno registrato la prosecuzione di opere di ampliamento
dello stabilimento e di accrescimento della superficie occupata. Rispetto a questo
dato il ricorrente torna a proporre questioni di fatto che presuppongono la
valutazione delle caratteristiche delle nuove opere, questioni non compatibili con
il giudizio di legittimità. Una volta giunti a tale conclusione non sussistono ragioni
per censurare l’ordinanza impugnata nella parte in cui ritiene attuale il
“periculum in mora” e l’esigenza di conservare la misura cautelare.
6.

Ritiene conclusivamente la Corte che il contenzioso in atto fra la

ricorrente e l’ente comunale non sia privo di rilevanza ai fini della ricostruzione
dei fatti e dell’elemento soggettivo, così che l’eventuale definizione dei termini di
esercizio dell’impianto balneare potranno condurre alla regolarizzazione della
posizione amministrativa; tuttavia, allo stato degli atti, emerge una realtà che
non risulta conforme alla disciplina paesaggistica e demaniale e che il Tribunale
ha correttamente valutato.
7. Alla luce delle considerazioni fin qui esposte il ricorso deve essere
respinto e il ricorrente condannato, ai sensi dell’art.616 c.p.p., al pagamento
delle spese del presente grado di giudizio.

4

l’ente comunale, il Tribunale ha offerto motivazione non censurabile circa

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso il 3/12/2013

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