Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 957 del 03/12/2013


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 957 Anno 2014
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: MARINI LUIGI

SENTENZA
sul ricorso proposto da

LELLA Vincenzo, nato a Pontecagnano Faiano il 7/5/1962
DE ROSA Antonio, nato a Salerno il 7/11/1967
avverso la sentenza del 21/12/2012 della Corte di appello di Salerno, che ha
confermato la sentenza emessa il 19/12/2011 dal Tribunale di Salerno che ha
condannato il sig. Leila, quale direttore dei lavori, e il sig. De Rosa, quale
esecutore dei medesimi, perché colpevoli unitamente alla committente Filomena
Rovezzo del reato continuato previsto dagli artt.81 cod. pen. e 44, lett.b), 64-71,
65-72 e 93-95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n.380, accertato il 26/8/2008;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Luigi Marini;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale, Aldo
Policastro, che ha concluso chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso;
udito per l’imputato l’avv. Giovanni Carrella, che ha concluso chiedendo
accogliersi il ricorso.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 21/12/2012 la Corte di appello di Salerno ha confermato
la sentenza emessa il 19/12/2011 dal Tribunale di Salerno che ha condannato il
sig. Leila, quale direttore dei lavori, e il sig. De Rosa, quale esecutore dei

Data Udienza: 03/12/2013

medesimi, perché colpevoli unitamente alla committente Filomena Rovezzo del
reato continuato previsto dagli artt.81 cod. pen. e 44, lett.b), 64-71, 65-72 e 9395 del d.P.R. 6 giugno 2001, n.380, accertato il 26/8/2008.
2. Avverso tale decisione l’avv. Giovanni Carella nell’interesse dei sigg. Leila
e De Rosa con unico ricorso in sintesi lamenta:
errata applicazione di legge ex art.606, lett.b) cod. proc. pen. in relazione
all’art.603 cod. proc. pen. per mancata assunzione di prova decisiva consistente
nell’esame del consulente di parte, ing. Montella, che avrebbe dovuto riferire

lavori.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Osserva la Corte che l’atto di appello non contiene una specifica censura
in ordine al tema della prova richiesta e della sua mancata assunzione. Tale non
può essere considerata la indicazione, assolutamente generica, contenuta
nell’ultima parte dell’atto. Si tratta di indicazione priva di una minima specificità
e ciò contrasta con la chiara disposizione dell’art.581 cod. proc. pen. nella parte
in cui esige che l’impugnazione sia formulata in modo esplicito tanto per quanto
concerne la richiesta e il punto o capo della decisione contro cui si avanzano
censure, tanto per quanto riguarda l’enunciazione delle ragioni a supporto delle
censure stesse. Ora, qualora si lamenti la mancata assunzione di prova decisiva
occorre non solo indicare il provvedimento che si assume erroneamente assunto,
ma anche le ragioni che supportano il carattere di decisività della prova in
relazione alla contestazione e al contenuto della decisione assunta con la
sentenza di merito. Tutto questo difetta nel caso in esame.
2. Una volta accertato che l’atto di appello non conteneva una valida
censura, la Corte evidenzia come la critica a quella che si ritiene una errata
applicazione della legge non possa essere proposta per la prima volta davanti al
giudice di legittimità, ostandovi l’esplicito disposto dell’art.606, comma 3, cod.

sulla posizione della sig.ra Rovezzo e sui rapporti fra impresa e direzione dei

proc. pen. che fissa per tale ipotesi la sanzione della inammissibilità.
3.

Sulla base delle considerazioni fin qui svolte il ricorso dev’essere

dichiarato inammissibile, con conseguente condanna dei ricorrenti, ai sensi
dell’art.616 c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio.
Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13
giugno 2000, n.186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso
sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità”, si dispone che i ricorrenti versino ciascuno la somma,
determinata in via equitativa, di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
2

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P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna ciascun ricorrente al pagamento
delle spese del presente giudizio, nonché al versamento della somma di Euro
1.000,00 alla Cassa delle ammende.

Così deciso il 3/12/2013

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