Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 916 del 11/12/2014


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 916 Anno 2015
Presidente: GARRIBBA TITO
Relatore: CITTERIO CARLO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ZECCA ALDO N. IL 06/03/1957
avverso la sentenza n. 4817/2010 CORTE APPELLO di MILANO, del
25/10/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/12/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. CARLO CITTERIO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito, per 1

i e, l’Avv

Uditi difensor Avv. Lt.A.A.A.A.,Of 1414tAcevu_ 1`1,t, LyA-. 6-bvt.

Data Udienza: 11/12/2014

41751/14 RG

1

CONSIDERATO IN FATTO
1. La Corte d’appello di Milano con sentenza del 25-30.10.2013 ha confermato
la condanna alla pena di giustizia, deliberata in danno di Aldo Zecca (e di Tiziana
Lorenzoni) dal Tribunale di Sondrio – Morbegno il 7.5.2010, per il reato di concorso
in esercizio abusivo della professione medica (Zecca come titolare di studio

sanitaria e solo assistente alla poltrona, “ponendo in essere nella bocca dei pazienti
atti di natura odontoiatrica, effettuando tra l’altro la pulizia dei denti” al paziente
Martinalli, lo Zecca consigliandole interventi medico-dentistici da effettuare nella
bocca dei pazienti, tramite appunti annotati sull’agenda degli appuntamenti,
mettendole a disposizione studio e strumentazioni mediche). La consumazione del
reato è indicata nell’imputazione al 20 giugno 2007.

2. Solo Zecca ha proposto ricorso, a mezzo del difensore, enunciando tre
motivi:
– violazione dell’art. 604.1 in relazione agli artt. 521 e 522 c.p.p., perché la
condanna sarebbe avvenuta già in primo grado per condotta (per Lorenzoni la
diagnosi al Martinalli di procedere alla pulizia della protesi mobile fuori dalla bocca,
per Zecca l’aver consentito o agevolato tale attività) estranea al capo di
imputazione;
– mancanza di motivazione sul rispetto del diritto di difesa: il ricorrente non
avrebbe avuto mai modo di difendersi rispetto alla concreta prospettazione della
condotta per cui è stato condannato;
– contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione: la Corte d’appello
avrebbe travisato le foto prodotte dalla difesa ad attestare che all’atto
dell’intervento della polizia giudiziaria lo studio non era in realtà operativo,
collegandole al momento del dissequestro (29.6.2007) e non a quello dell’accesso
in data 20.6.2007 (come confermato in dibattimento dal teste Miani, appartenente
ai Nas – p. 8 verb. sten. Ud. 5.2.2010). La poltrona non sarebbe stata attrezzata
per alcun intervento, dunque, e il travisamento avrebbe inciso in maniera
determinante sia sul punto del ritenere possibile e in atto l’attività ascritta, sia nel
giudizio di attendibilità del teste Martinalli (la cui deposizione pure sarebbe stata
travisata).

dentistico, Lorenzoni, pur sprovvista dei titoli che l’abilitassero alla professione

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2

RAGIONI DELLA DECISIONE
3. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di
euro 1000, equa al caso, in favore della Cassa delle ammende.
Per come in concreto formulato, il primo motivo è innanzitutto
manifestamente infondato. Il ricorrente riporta parzialmente il capo di imputazione
inserendo dei puntini che vanno, in realtà, ad elidere proprio il significativo inciso

nell’imputazione solo in termini esemplificativi. E’ poi generico, perché già la Corte
d’appello aveva risposto in questi termini (p. 2) e il ricorrente evita il confronto sul
punto, invece determinante.
L’inammissibilità del primo motivo concorre a determinare quella del secondo,
l’apprezzamento del primo Giudice essendosi basato sulle risultanze istruttorie
acquisite nel contraddittorio ed oggetto di specifica motivazione in entrambe le
sentenze di merito (Corte d’appello p. 3; Tribunale pagina prima della parte
motiva).
Il terzo motivo è inammissibile perché diverso da quelli consentiti,
risolvendosi in precluse censure di merito. La sentenza di primo grado attesta che i
carabinieri del Nas all’atto del loro intervento rinvennero la Lorenzoni indossante
camice e mascherina (e la Corte d’appello si è confrontata con motivazione specifica
sul punto, ignorata dal ricorrente) e il Martinalli accomodato su una poltrona e
munito di bavaglino. In tale contesto, la censura sull’interpretazione delle foto è
formulata in termini generici, perché non permette, per come prospettata, di elidere
il ‘fatto’ (quale constatato secondo le sentenze di merito e non contrastato nei
motivi d’appello, quanto a posizione e apprestamento dei due), per sé idoneo a
fornire la base per le articolate successive argomentazioni dei due Giudici del
merito.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 11.12.2014

‘tra l’altro’, che attesta invece come l’attività di pulizia fosse stata indicata

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