Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 713 del 01/10/2013


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 713 Anno 2014
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: BELTRANI SERGIO

Data Udienza: 01/10/2013

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Sansalone Salvatore, nato a Portigliola (RC) il 25/05/1957
persona offesa
avverso il decreto emesso dal G.I.P. del Tribunale di Tempio Pausania il
16 febbraio 2012, nel procedimento a carico di:
Brebbia Domenico, nato a Palau (OT) il 26/08/1968

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indagato

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Letti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. Beltrani;
lette le conclusioni del pubblico ministero, in persona del sost. proc.
gen. dott. Elisabetta Cesqui, la quale ha chiesto, ove non si valuti la
necessità della preventiva acquisizione dell’intero fascicolo processuale,
l’accoglimento del ricorso con annullamento del provvedimento

fissazione dell’udienza camerale.
RITENUTO IN FATTO
1. Il G.I.P. del Tribunale di Tempio Pausania, all’esito dell’udienza
camerale fissata a seguito di opposizione della persona offesa
SANSALONE SALVATORE alla richiesta di archiviazione formulata dal
P.M., ha disposto l’archiviazione del procedimento a carico di BREBBIA
DOMENICO, indagato come in atti.
2. Avverso tale ordinanza la p.o. ha proposto ricorso per cassazione,
per il tramite dell’avv. ANGELA PORCELLI, deducendo due motivi, di
seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione,
come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att. c.p.p.:
I – violazione degli artt. 96, 101 e 127 c.p.p. e violazione del diritto di
difesa (lamentando il mancato differimento dell’udienza camerale a causa
di suoi concomitanti impegni professionali, senza dubbio integranti
legittimo impedimento);
H – insufficienza della motivazione, nonché inosservanza od erronea
applicazione degli artt. 640 e 629 c.p.
Ha concluso chiedendo l’annullamento del “decreto” impugnato.
Con requisitoria scritta depositata in data 15 aprile 2013, il P.G. ha
concluso come riportato in epigrafe.

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impugnato e restituzione degli atti al G.I.P. di tempio Pausania per la

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Con memoria depositata in data 6 settembre 2013, il difensore di
fiducia dell’indagato ha chiesto il rigetto del ricorso, allegando il verbale
dell’udienza camerale svoltasi a seguito dell’opposizione della p.o.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile, in parte perché proposto per motivi diversi da

1. Il provvedimento impugnato è stato emesso (come all’evidenza
desumibile dallo stesso ricorso) all’esito della rituale fissazione e
celebrazione dell’udienza partecipata in camera di consiglio, resa
necessaria dall’opposizione della p.o.: ciò evidenzia immediatamente le
ragioni per le quali le sopra riportate conclusioni del P.G. non sono
condivisibili.
1.1. Il ricorrente lamenta l’illegittimità dell’udienza camerale per il
mancato accoglimento di una propria istanza di rinvio per legittimo
impedimento, ma la doglianza è manifestamente infondata per il duplice
rilievo che:
– ai sensi dell’art. 409, comma 2, c.p.p., a seguito dell’opposizione
l’udienza in camera di consiglio si svolge con le forme previste dall’art.
127 c.p.p. (il cui terzo comma non consente di attribuire rilievo
all’eventuale impedimento a comparire dei difensori, i quali sono sentiti
soltanto < – più in generale, come osservato dal G.I.P. (cfr. verbale di udienza
camerale allegato alla memoria dell’indagato), il vigente ordinamento
processuale non attribuisce mai rilievo all’eventuale impedimento a
comparire del difensore della parte civile (cfr. art. 420-ter c.p.p.).
In entrambi i casi, trattasi di disposizioni e di principi di carattere
generale, la cui comune conoscenza dovrebbe essere presumibile.
Il primo motivo è, pertanto, manifestamente infondato.

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quelli consentiti dalla legge, in parte perché manifestamente infondato.

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2. Ai sensi dell’art. 409, comma 6, c.p.p., «l’ordinanza di
archiviazione è ricorribile per cassazione nei soli casi di nullità previsti
dall’art. 127, comma 5».
L’art. 127, comma 5, c.p.p., contiene, a sua volta, un rinvio ai commi 1,
3 e 4 dello stesso articolo, contenenti disposizioni inerenti unicamente
all’instaurazione del contraddittorio.

vizio denunziabile con il ricorso avverso il provvedimento di archiviazione,
sia se adottato de plano sia, a maggior ragione, se emesso a seguito di
rituale fissazione e celebrazione dell’udienza camerale a seguito
dell’opposizione della p.o. alla richiesta di archiviazione del P.M. camera
di consiglio.
Il principio può ritenersi pacifico per la giurisprudenza di questa Corte
Suprema, a parere della quale «L’ordinanza di archiviazione è
impugnabile soltanto nei rigorosi limiti fissati dal comma 6, art. 409 cod.
proc. pen.; e tali limiti sussistono, quale che sia il procedimento a
conclusione del quale essa sia stata pronunciata. La citata norma, nel
fare espresso e tassativo richiamo ai casi di nullità previsti dall’art. 127
c.p.p., comma 5, legittima il ricorso per cassazione soltanto nel caso in
cui le parti non siano state poste in grado di esercitare le facoltà ad esse
attribuite dalla legge, e cioè l’intervento in camera di consiglio per i
procedimenti da svolgersi dinanzi al tribunale» (Cass. pen., Sez. un., 9
giugno 1995, n. 24, Bianchi, rv. 201381; conformi, fra le altre, sez. 1, 3
febbraio 2010, n. 9440, P.o. in proc. Di Vincenzo ed altri, rv. 246779;
sez. 1, sez. 1, 7 febbraio 2006, n. 8842, P.o. in proc. Laurino ed altri, rv.
233582; sez. 5, 21 ottobre 1999, n. 5052, Andreucci, rv. 215629).
2.1. Il principio di tassatività dei mezzi d’impugnazione non consente
una diversa lettura delle predette disposizioni e, d’altro canto, non può
ritenersi che l’ampliamento del novero dei vizi denunziabili mediante
ricorso per cassazione sia costituzionalmente imposto: la natura
dell’archiviazione, «interlocutoria e sommaria … finalizzata ad un
controllo di legalità sull’esercizio dell’azione penale e non a un

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Deve, pertanto, ritenersi che la violazione del contraddittorio sia l’unico

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accertamento sul merito dell’imputazione» (Corte cost., ordinanze nn.
54 del 2003, 153 del 1999, 150 del 1998, e sentenza n. 319 del 1993), e
la ratio, «esclusivamente servente il controllo di legalità e obbligatorietà
dell’azione penale, che tradizionalmente si riconosce assistere lo ius ad
loquendum e gli strumenti di tutela dell’offeso» (Cass. pen., sez. 1, 3
febbraio 2010, n. 9440, P.o. in proc. Di Vincenzo ed altri, rv. 246779),
«negli stretti limiti in cui ciò risponda a tale funzione di controllo” (Corte

nonostante i limiti alla facoltà di ricorso, la pretesa sostanziale del
denunziante/querelante sia, comunque, adeguatamente garantita, da un
lato, dalla possibilità di sollecitare una riapertura delle indagini anche
sulla scorta di indagini difensive, dall’altro, dall’intatta facoltà esercitare i
propri diritti d’azione e difesa, ampiamente e senza preclusione alcuna, in
sede civile.
2.2. Deve, pertanto, ribadirsi che la p.o. non può ricorrere per
cassazione per denunziare la nullità del provvedimento di archiviazione
per vizi che non si risolvano in violazioni del contraddittorio.
Ciò evidenzia le ragioni dell’indeducibilità della seconda doglianza, che
risulta proposta per motivi diversi da quelli consentiti dalla legge.
3. La declaratoria di inammissibilità totale del ricorso, proposto per
motivi manifestamente infondati o diversi da quelli consentiti, comporta,
ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali nonché – apparendo evidente che egli ha proposto il
ricorso determinando la causa di inammissibilità per colpa (Corte cost.,
13 giugno 2000 n. 186), e tenuto conto della natura delle questioni
dedotte – della somma di Euro mille in favore della Cassa delle Ammende
a titolo di sanzione pecuniaria.

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cost., ordinanza n. 95 dei 1998), consentono di affermare che,

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P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di Euro mille alla Cassa delle
ammende.

Così deciso in Roma, udienza camerale 1° ottobre 2013.

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