Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 710 del 01/10/2013


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 710 Anno 2014
Presidente: PETTI CIRO
Relatore: BELTRANI SERGIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
FORIN GABRIELE N. IL 12/11/1974
avverso la sentenza n. 572/2012 CORTE APPELLO di VENEZIA, del
13/12/2012
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 01/10/2013 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. SERGIO BELTRANI
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per de
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t.c. ,042.; Lutd.0)

Data Udienza: 01/10/2013

I
RITENUTO IN FATTO
1. La Corte d’appello di Venezia, con la sentenza indicata in
epigrafe, ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Vicenza in
composizione monocratica, che in data 30 marzo 2011 aveva
dichiarato l’odierno ricorrente colpevole di truffa continuata in danno di
EXPRESS COURIER s.p.a. (fatti commessi in Vicenza, da agosto 2005 a

generiche, alla pena ritenuta di giustizia (che sospendeva
condizionalmente), oltre alle statuizioni accessorie, anche in favore
della parte civile costituita.
2. Avverso tale provvedimento, l’imputato (con l’ausilio di un
difensore iscritto nell’apposito albo speciale) ha proposto ricorso per
cassazione, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti
strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173,
comma 1, disp. att. c.p.p.:
I – mancata assunzione di una prova decisiva (lamenta che in
primo grado gli sarebbe stato nominato un difensore di ufficio in tempo
non utile per il deposito della lista testi, e che inopinatamente gli
sarebbe stata negata le rimessione nei relativi termini);
H – mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della
motivazione (sia in relazione alla congruità della pena che
all’affermazione di responsabilità);
III – erronea applicazione degli artt. 62 n. 4 c.p. e 133 c.p.,
mancata concessione dell’indulto, e prescrizione.
Ha concluso chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata
con ogni conseguenza di legge, e «condannare il resistente alla
rifusione delle spese di giustizia».

2.1. In data 24 settembre 2013 il ricorrente ha prodotto memoria
con allegata documentazione.

3.

All’odierna udienza pubblica, dopo il controllo della regolarità

degli avvisi di rito, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe,

febbraio 2007), condannandolo, ritenute le circostanze attenuanti

e questa Corte Suprema ha deciso come da dispositivo in atti,
pubblicato mediante lettura in udienza.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è, nel suo complesso, inammissibile perché – generico,
manifestamente infondato ed in parte proposto per motivi non
consentiti.

1. E’ necessario premettere, con riguardo ai limiti del sindacato di

legittimità, delineati dall’art. 606, comma 1, lettera e), c.p.p., come
vigente a seguito delle modifiche introdotte dalla L. n. 46 del 2006,
che, a parere di questo collegio, la predetta novella non ha comportato
la possibilità, per il giudice della legittimità, di effettuare un’indagine
sul discorso giustificativo della decisione finalizzata a sovrapporre una
propria valutazione a quella già effettuata dai giudici di merito,
dovendo il giudice della legittimità limitarsi a verificare l’adeguatezza
delle considerazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per
sottolineare il suo convincimento.
La mancata rispondenza di queste ultime alle acquisizioni
processuali può, soltanto ora, essere dedotta quale motivo di ricorso
qualora comporti il c.d. travisamento della prova, purché siano indicate
in maniera specifica ed inequivoca le prove che si pretende essere
state travisate, nelle forme di volta in volta adeguate alla natura degli
atti in considerazione, in modo da rendere possibile la loro lettura
senza alcuna necessità di ricerca da parte della Corte, e non ne sia
effettuata una monca individuazione od un esame parcellizzato.

1.1. L’illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, poi,
deve risultare di spessore tale da risultare percepibile ictu °culi,
dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di
macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e
considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non
espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la
decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico ed adeguato
le ragioni del convincimento senza vizi giuridici (in tal senso,

2

A .

.,..

,

3
conservano validità, e meritano di essere tuttora condivise, Cass. pen.,
Sez. un., n. 24 del 24 novembre 1999, Spina, rv. 214794; Sez. un., n.
12 del 31 maggio 2000 n. 12, Jakani, rv. 216260; Sez. un., n. 47289
del 24 settembre 2003, Petrella, rv. 226074).
A tal riguardo, devono tuttora escludersi la possibilità di
«un’analisi orientata ad esaminare in modo separato ed atomistico i
singoli atti, nonché i motivi di ricorso su di essi imperniati ed a fornire

pen., sez. VI, n. 14624 del 20 marzo 2006, Vecchio, rv. 233621;
conforme, sez. II, n. 18163 del 22 aprile 2008, Ferdico, rv. 239789), e
la possibilità per il giudice di legittimità di una rilettura degli elementi
di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di
nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (Cass.
pen., sez. VI, n. 27429 del 4 luglio 2006, Lobriglio, rv. 234559; sez.
VI, n. 25255 del 14 febbraio 2012, Minervini, rv. 253099).
1.2. Il ricorso che, in applicazione della nuova formulazione dell’art.
606, comma 1, lett. e), c.p.p. intenda far valere il vizio di
«travisamento della prova» (consistente nell’utilizzazione di
un’informazione inesistente o nell’omissione della valutazione di una
prova, accomunate dalla necessità che il dato probatorio, travisato od
omesso, abbia il carattere della decisività nell’ambito dell’apparato
motivazionale sottoposto a critica) deve, inoltre, a pena di
inammissibilità (Cass. pen., sez. I, n. 20344 del 18 maggio 2006,
Salaj, rv. 234115; sez. VI, n. 45036 del 2 dicembre 2010, Damiano,
rv. 249035):
(a) identificare specificamente l’atto processuale sul quale fonda la
doglianza;
(b) individuare l’elemento fattuale o il dato probatorio che da tale
atto emerge e che risulta asseritamente incompatibile con la
ricostruzione svolta nella sentenza impugnata;
(c) dare la prova della verità dell’elemento fattuale o del dato
probatorio

invocato,

nonché

dell’effettiva

3

esistenza

dell’a

risposte circoscritte ai diversi atti ed ai motivi ad essi relativi» (Cass.

4
processuale su cui tale prova si fonda tra i materiali probatori
ritualmente acquisiti nel fascicolo del dibattimento;
(d) indicare le ragioni per cui l’atto invocato asseritamente inficia e
compromette, in modo decisivo, la tenuta logica e l’intera coerenza
della motivazione, introducendo profili di radicale “incompatibilità”
all’interno dell’impianto argomentativo del provvedimento impugnato.
In proposito, può ritenersi ormai consolidato, nella

giurisprudenza di legittimità, il principio della c.d. “autosufficienza del
ricorso”, inizialmente elaborato dalle Sezioni civili di questa Corte
Suprema.
Valorizzando dapprima la formulazione dell’art. 360, comma 1, n.
5, c.p.c. (a norma del quale le sentenze pronunziate in grado d’appello
o in unico grado possono essere impugnate con ricorso per
Cassazione: «(…) 5) per omessa, insufficiente o contraddittoria
motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato
dalle parti o rilevabile di ufficio»;

la disposizione stabilisce

attualmente, all’esito delle modifiche apportate dall’art. 54 d.l. n. 83
del 2012, convertito in I. n. 134 del 2012, che le sentenze pronunciate
in grado d’appello o in unico grado possono essere impugnate con
ricorso per cassazione «(…) 5) per omesso esame circa un fatto
decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le
parti»), ed attualmente la formulazione (introdotta dal D. Lgs. n. 40
del 2006) dell’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c. (a norma del quale il
ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità:
«(…) 6) la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti
e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda»), si è
osservato che il ricorso per cassazione deve ritenersi ammissibile in
generale, in relazione al principio dell’autosufficienza che lo connota,
quando da esso, pur mancando l’esposizione dei motivi del gravame
che era stato proposto contro la decisione del giudice di primo grado,
non risulti impedito di avere adeguata contezza, senza necessità di
utilizzare atti diversi dal ricorso, della materia che era stata devoluta al
giudice di appello e delle ragioni che i ricorrenti avevano inteso far
valere in quella sede, essendo esse univocamente desumibili sia d

4

1.2.1.

5
quanto nel ricorso stesso viene riferito circa il contenuto della sentenza
impugnata, sia dalle critiche che ad essa vengono rivolte (Cass. civ.
sez. II, 2 dicembre 2005, n. 26234, rv. 585217; sez. lav., 17 agosto
2012, n. 14561, rv. 623618).
Tenuto conto dei principi e delle finalità complessivamente sottesi
al giudizio di legittimità, si è ritenuto che «la teoria

recepita e applicata anche in sede penale con la conseguenza che,
quando la doglianza abbia riguardo a specifici atti processuali, la cui
compiuta valutazione si assume essere stata omessa o travisata, è
onere del ricorrente suffragare la validità del suo assunto mediante la
completa trascrizione dell’integrale contenuto degli atti specificamente
indicati (ovviamente nei limiti di quanto era stato già dedotto in
precedenza), posto che anche in sede penale – in virtù del principio di
autosufficienza del ricorso come sopra formulato e richiamato -deve
ritenersi precluso a questa Corte l’esame diretto degli atti del
processo, a meno che il fumus del vizio dedotto non emerga
all’evidenza dalla stessa articolazione del ricorso» (Cass. pen., sez. I,
18 marzo – 22 aprile 2008, n. 16706, rv. 240123; sez. I, 22 gennaio 12 febbraio 2009, n. 6112, rv. 243225; sez. V, 22 gennaio – 26 marzo
2010, n. 11910, rv. 246552, per la quale è inammissibile il ricorso per
cassazione che deduca il vizio di manifesta illogicità della motivazione
e, pur richiamando atti specificamente indicati, non contenga la loro
integrale trascrizione o allegazione e non ne illustri adeguatamente il
contenuto, così da rendere lo stesso autosufficiente con riferimento
alle relative doglianze; sez. VI, 8 – 26 luglio 2010, n. 29263, rv.
248192, per la quale il ricorso per cassazione che denuncia il vizio di
motivazione deve contenere, a pena di inammissibilità e in forza del
principio di autosufficienza, le argomentazioni logiche e giuridiche
sottese alle censure rivolte alla valutazione degli elementi probatori, e
non può limitarsi a invitare la Corte alla lettura degli atti indicati, il cui
esame diretto è alla stessa precluso; sez. II, 20 marzo – 27 giugno
2012, n. 25315, rv. 253073, per la quale in tema di ricorso per4
….

cassazione, è onere del ricorrente, che lamenti l’omessa o travisata

5

dell’autosufficienza del ricorso elaborata in sede civile debba essere

6
valutazione dei risultati delle intercettazioni effettuate, indicare l’atto
asseritamene affetto dal vizio denunciato, curando che esso sia
effettivamente acquisito al fascicolo trasmesso al giudice di legittimità
o anche provvedendo a produrlo in copia nel giudizio di cassazione).

1.3. Il giudice di legittimità ha, ai sensi del novellato art. 606
c.p.p., il compito di accertare (Cass. pen., sez. VI, n. 35964 del 28

18 giugno 2009, Belloccia ed altro, rv. 244623; sez. V, n. 39048 del
25 settembre 2007, Casavola ed altri, rv. 238215; sez. IL n. 18163
del 22 aprile 2008, Ferdico, rv. 239789):
(a) il contenuto del ricorso (che deve contenere gli elementi sopra
individuati);
(b)

la decisività del materiale probatorio richiamato (che deve

essere tale da disarticolare l’intero ragionamento del giudicante o da
determinare almeno una complessiva incongruità della motivazione);
(c)

l’esistenza

di

una

radicale

incompatibilità

con

l’iter

motivazionale seguito dal giudice di merito e non di un semplice
contrasto (non essendo il giudice di legittimità obbligato a prendere
visione degli atti processuali anche se specificamente indicati, ove non
risulti detto requisito);
(d) la sussistenza di una prova omessa o inventata, e del c.d.
«travisamento del fatto», ma solo qualora la difformità della realtà
storica sia evidente, manifesta, apprezzabile ictu °cui/ ed assuma
anche carattere decisivo in una valutazione globale di tutti gli elementi
probatori esaminati dal giudice di merito (il cui giudizio valutativo non
è sindacabile in sede di legittimità se non manifestamente illogico e,
quindi, anche contraddittorio).

1.4. Anche il giudice d’appello non è tenuto a rispondere a tutte le
argomentazioni svolte nell’impugnazione, giacché le stesse possono
essere disattese per implicito o per aver seguito un differente iter
motivazionale o per evidente incompatibilità con la ricostruzione

6

settembre 2006, Foschini ed altro, rv. 234622; sez. III, n. 39729 del

7
effettuata (per tutte, Cass. pen., sez. VI, n. 1307 del 26 settembre
2002, dep. 14 gennaio 2003, Delvai, rv. 223061).

1.4.1.

In presenza di una doppia conforma affermazione di

responsabilità, va, peraltro, ritenuta l’ammissibilità della motivazione
della sentenza d’appello

per relationem

a quella della decisione

primo grado non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli
già esaminati e disattesi, in quanto il giudice di appello,
nell’effettuazione del controllo della fondatezza degli elementi su cui si
regge la sentenza impugnata, non è tenuto a riesaminare questioni
sommariamente riferite dall’appellante nei motivi di gravame, sulle
quali si sia soffermato il primo giudice, con argomentazioni ritenute
esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente
censurate.
In tal caso, infatti, le motivazioni della sentenza di primo grado e di
appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato
organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento
per giudicare della congruità della motivazione, tanto più ove i giudici
dell’appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli
usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle
determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione,
sicché le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito
costituiscano una sola entità (Cass. pen., sez. II, n. 1309 del 22
novembre 1993, dep. 4 febbraio 1994, Albergamo ed altri, rv. 197250;
sez. III, n. 13926 del 10 dicembre 2011, dep. 12 aprile 2012, Valerio,
rv. 252615).

1.5. Per quel che concerne il significato da attribuire alla locuzione
«oltre ogni ragionevole dubbio», presente nel testo novellato
dell’art. 533 c.p.p. quale parametro cui conformare la valutazione
inerente all’affermazione di responsabilità dell’imputato, è opportuno
evidenziare che, al di là dell’icastica espressione, mutuata dal diritto 4
anglosassone, ne costituiscono fondamento il principio costituzionale

7

impugnata, sempre che le censure formulate contro la sentenza di

8
della presunzione di innocenza e la cultura della prova e della sua
valutazione, di cui è permeato il nostro sistema processuale.
Si è, in proposito, esattamente osservato che detta espressione ha
una funzione meramente descrittiva più che sostanziale, giacché, in
precedenza, il «ragionevole dubbio» sulla colpevolezza
dell’imputato ne comportava pur sempre il proscioglimento a norma
dell’art. 530, comma 2, c.p.p., sicché non si è in presenza di un

quello precedentemente adottato dal codice di rito, ma è stato ribadito
il principio, già in precedenza immanente nel nostro ordinamento
costituzionale ed ordinario (tanto da essere già stata adoperata dalla
giurisprudenza di questa Corte Suprema – per tutte, cfr. Cass. pen.,
Sez. un., n. 30328 del 10 luglio 2002, Franzese, rv. 222139 -, e solo
successivamente recepita nel testo novellato dell’art. 533 c.p.p.),
secondo cui la condanna è possibile soltanto quando vi sia la certezza
processuale assoluta della responsabilità dell’imputato (cfr. Cass. pen.,
sez. H, n. 19575 del 21 aprile 2006, Serino ed altro, rv. 233785; sez.
II, n. 16357 del 2 aprile 2008, Crisiglione, rv. 23979; sez. II, n. 7035
del 9 novembre 2012, dep. 13 febbraio 2013, De Bartolomei ed altro,
rv. 254025).

1.6.

La giurisprudenza di questa Corte Suprema è, inoltre,

orientata nel senso dell’inammissibilità, per difetto di specificità, del
ricorso presentato prospettando vizi di motivazione del provvedimento
impugnato, i cui motivi siano enunciati in forma perplessa o alternativa
(Cass. pen., sez. VI, n. 32227 del 16 luglio 2010, T., rv. 248037: nella
fattispecie il ricorrente aveva lamentato la “mancanza e/o insufficienza
e/o illogicità della motivazione” in ordine alla sussistenza dei gravi
indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari posti a fondamento di
un’ordinanza applicativa di misura cautelare personale; conforme, sez.
VI, n. 800 del 6 dicembre 2011, dep. 12 gennaio 2012, Bidognetti ed
altri, rv. 251528).
Invero, l’art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p. stabilisce che i
provvedimenti sono ricorribili per «mancanza, contraddittorietà 4
o
manifesta illogicità della motivazione, quando il vizio risulta dal testo
8

diverso e più rigoroso criterio di valutazione della prova rispetto a

9
del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo
specificamente indicati nei motivi di gravame»; la disposizione, se
letta in combinazione con l’art. 581, comma 1, lett. c), c.p.p. (a norma
del quale è onere del ricorrente «enunciare i motivi del ricorso, con
l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto
che sorreggono ogni richiesta») evidenzia che non può ritenersi
consentita l’enunciazione perplessa ed alternativa dei motivi di ricorso,

deduzione di vizio di motivazione sia riferita alla mancanza, alla
contraddittorietà od alla manifesta illogicità ovvero a una pluralità di
tali vizi, che vanno indicati specificamente in relazione alle varie parti
della motivazione censurata.
Il principio è stato più recentemente accolto anche da questa
sezione, a parere della quale

<<È inammissibile, per difetto di

specificità, il ricorso nel quale siano prospettati vizi di motivazione del
provvedimento impugnato, i cui motivi siano enunciati in forma
perplessa o alternativa, essendo onere del ricorrente specificare con
precisione se le censure siano riferite alla mancanza, alla
contraddittorietà od alla manifesta illogicità ovvero a più di uno tra tali
vizi, che vanno indicati specificamente in relazione alle parti della
motivazione oggetto di gravame» (Sez. II, n. 31811 dell’8 maggio
2012, Sardo ed altro, rv. 254329).
Per tali ragioni la censura alternativa ed indifferenziata di
mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione
risulta priva della necessaria specificità, il che rende il ricorso
inammissibile.

1.7. Infine, secondo altro consolidato orientamento di questa Corte
Suprema (per tutte, Sez. IV, sentenza n. 15497 del 22 febbraio – 24
aprile 2002, CED Cass. n. 221693; Sez. VI, sentenza n. 34521 del 27
giugno – 8 agosto 2013, CED Cass. n. 256133), è inammissibile per
difetto di specificità il ricorso che riproponga pedissequamente le

9

essendo onere del ricorrente di specificare con precisione se la

10
censure dedotte come motivi di appello (al più con l’aggiunta di frasi
incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed
apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza
prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù

DOCUMENTI <> O PREESISTENTI PRODOTTI IN
SEDE DI LEGITTIMITA’.
1.8. Sempre in via preliminare, occorre osservare che non è
ammissibile la produzione per la prima volta in sede di legittimità di
«documenti nuovi» diversi da quelli di natura tale da non costituire
«nuova prova» e da non esigere alcuna attività di apprezzamento
sulla loro efficacia nel contesto delle prove già raccolte, perché tale
attività è estranea ai compiti istituzionali della Corte di Cassazione.
Sarebbe, ad esempio, ammissibile unicamente la produzione di
certificati di nascita (rilevanti ai fini dell’imputabilità) o di morte
(rilevanti ai fini della declaratoria di estinzione del reato) (Cass. pen.,
sez. IV, n. 3396 del 6 dicembre 2005, dep. 27 gennaio 2006,
Kurugamage IS., rv. 233241; sez. III, n. 8996 del 10 febbraio 2011,
P., rv. 249614).
Invero, i documenti esibiti per la prima volta in sede di legittimità
non sono ricevibili perché il nuovo codice di rito non ha previsto all’art.
613, diversamente dall’abrogato art. 533, tale facoltà: si è, in tal
modo, inteso esaltare il ruolo di pura legittimità della Suprema Corte,
che procede non ad un esame degli atti, ma soltanto alla vahritazione
dell’esistenza e della logicità della motivazione. Ne consegue che in
Cassazione possono essere prodotti esclusivamente documenti che
l’interessato non era stato in grado di esibire nei precedenti gradi di
giudizio.

Deve, in proposito, essere ribadito (sez. II, n. 1417 dell’Il ottobre
2012, dep. 11 gennaio 2013, P. civ. in proc. Platamone ed altro, rv.
254302) il seguente principio di diritto:

10

delle quali i motivi di appello non siano stati accolti.

11
«nel giudizio di legittimità possono essere prodotti
esclusivamente i documenti che l’interessato non sia stato in grado di
esibire nei precedenti gradi di giudizio, sempre che essi non
costituiscano nuova prova e non comportino un’attività di
apprezzamento circa la loro validità formale e la loro efficacia nel
contesto delle prove già raccolte e valutate dai giudici del merito».

ottobre 2001, Bonaffini, rv. 220601) che
«non è ammissibile nel giudizio di legittimità, anche dopo
l’entrata in vigore della legge 7 dicembre 2000, n. 397, la produzione
di nuovi documenti attinenti al merito della contestazione ed
all’applicazione degli istituti sostanziali, non potendo interpretarsi
come una deroga ai principi generali del procedimento e del giudizio
avanti la Corte di cassazione la lettera dell’art.

327 bis, comma 2,

c.p.p., nella parte in cui attribuisce al difensore la facoltà di svolgere
“in ogni stato e grado del processo” investigazioni in favore del proprio
assistito “nelle forme e per le finalità stabilite nel titolo VI del presente
libro”».
E’, pertanto, inammissibile la produzione di documenti nuovi
(allegati alla memoria tempestivamente depositata, e pacificamente
sopravvenuti rispetto alla sentenza di appello) in questa sede da parte
del ricorrente.

1.8.1. Per altro verso, occorre anche precisare che la produzione in
questa sede di documenti in ipotesi legittimamente acquisiti nel corso
del giudizio di merito, che la parte interessata abbia l’onere di allegare
al ricorso in virtù dei rilievi in diritto di cui al punto 1.2. s. di queste

.4

CONSIDERAZIONI IN DIRITTO, non può aver luogo quando i termini
per l’impugnazione siano scaduti, dovendo accompagnarsi

tempestivamente al deposito del ricorso, a pena di inammissibilità (la

già maturata inammissibilità del ricorso per difetto delle necessarie

allegazioni di atti di merito in esso richiamati non potrebbe, infatti, in

11

Deve, in argomento, ribadirsi anche (sez. III, n. 43307 del 19

12
difetto di una previsione normativa ad hoc, essere sanata ex post a
termini per l’impugnazione ormai scaduti).
Privi di rilievo processuale sono, pertanto, anche sotto questo
profilo, i documenti che il ricorrente ha allegato alla memoria,
depositata quando i termini per l’impugnazione erano già
irrimediabilmente scaduti.

ricorso.

2. Il primo motivo non è consentito in questa sede, e comunque è
generico e manifestamente infondato.

2.1. Il motivo è manifestamente infondato.
Dall’atto di appello e dall’esame degli atti, consentito in quanto
necessario per la decisione di una questione di natura processuale, si
evince che l’imputato era assistito all’inizio del processo da due
difensori di fiducia i quali in data 1° luglio 2009 rinunziavano al
mandato.
Rientra senz’altro nel comune patrimonio conoscitivo degli operatori
del diritto che la rinunzia al mandato <> (art. 107, comma 3, c.p.p., dal quale il
ricorso prescinde).
Nel caso di specie, essendo stato nominato un difensore di ufficio
solo in data 18 novembre 2009, fino a quella data il FORIN continuava
ad essere difeso dai difensori di fiducia rinunzianti, i quali avrebbero
avuto l’onere processuale (e senz’altro la possibilità) di attivarsi
tempestivamente per il deposito della lista testimoniale.

2.2. Il motivo è, peraltro, assolutamente generico, atteso che non
sono indicate le circostanze decisive che sarebbero emerse dagli esami
testimoniali in oggetto.

12

1.9. Alla luce di queste necessarie premesse va esaminato l’odierno

13
2.3. A ben vedere, il motivo è anche non consentito in questa sede,
perché non dedotto con ratto di appello: con quest’ultimo, era stata
genericamente chiesta (f. 15) la rimessione in termini (non dovuta,
come in precedenza osservato, e quindi correttamente negata dalla
Corte di appello), senza dedurre alcuna vizio ulteriore.

3. Per le ragioni indicate nel § 1.6. di queste Considerazioni di diritto,
la censura alternativa ed indifferenziata di mancanza, contraddittorietà o

manifesta illogicità della motivazione risulta priva della necessaria
specificità, il che rende il secondo motivo inammissibile.

3.1. Peraltro, la Corte di appello, con rilievi esaurienti, logici, non
contraddittori, e pertanto incensurabili in questa sede, richiamando
anche la sentenza di primo grado, come è fisiologico in presenza di una
doppia conforme affermazione di responsabilità, ha compiutamente
indicato (f. 8 ss.) le ragioni poste a fondamento dell’affermazione di
responsabilità (valorizzando il complesso delle testimonianza e dei
documenti acquisiti e l’esperienza lavorativa del FORIN, che «ha posto
in essere sofisticati metodi per aggirare i divieti impostigli da SDA
continuando ad usufruire – e per esso i suoi clienti – del trattamento
tariffario agevolato che SDA prima gli aveva concesso e poi revocato»,
ed osservando che «né pare avere rilievo il fatto che SDA abbia posto
all’incasso rassegno di euro 10.000,00 consegnato dal FORIN, poiché lo
stesso, sia pure consegnato a titolo di garanzia, è servito, appunto, per
il pagamento di fatture rimaste insolute, come contabilmente
accertato»), e della determinazione del trattamento sanzionatorio
(valorizzando la gravità del fatto e la personalità del reo), con rilievi cui
il ricorrente non ha opposto alcunché di decisivo, se non generiche
doglianze fondate su una personale rivisitazione dei fatti di causa, in
parte fondata su proprie ed indimostrate congetture, e senza
documentare, nei modi di rito (§ 1.2. s. di queste Considerazioni in
diritto) eventuali travisamenti.

4.

Ugualmente generico e manifestamente infondato è il terzo

motivo, che ripropone generiche doglianze sul trattamento sanzionatorio

13

r

s

14
(in relazione al quale si è già osservato che la Corte di appello ha
correttamente valorizzato la gravità del fatto e la personalità del reo).

3.1. Quanto al diniego della circostanza attenuante di cui all’art. 62
n. 4 c.p., la Corte di appello (f. 9) ha correttamente valorizzato «la
non modesta entità della somma indebitamente acquisita»
dall’imputato, con apprezzamento di fatto incensurabile in questa sede

3.2.

Quanto alla mancata concessione dell’indulto per i fatti

commessi fino al 2 maggio 2006 (cfr. f. 18 dell’atto di appello), il ricorso
è inammissibile per carenza di interesse.
Va, in proposito, ribadito l’orientamento, tuttora attuale, di questa
Corte Suprema (Sez. I, sentenza n. 7890 del 17 febbraio – 6 luglio
1988, CED Cass. n. 178819), a parere del quale:
«Nel caso di omessa pronuncia da parte del giudice d’appello, in
ordine all’applicabilità o meno del condono, l’imputato non ha interesse
a ricorrere per Cassazione, potendo ottenere l’applicazione del beneficio
in Sede esecutiva, a meno che il giudice d’appello non ne abbia negato
l’applicazione».
Nel caso di specie, infatti, la Corte di appello ha del tutto omesso di
valutare la richiesta in oggetto.

4. Non può porsi in questa sede la questione della declaratoria della
prescrizione eventualmente maturata dopo la sentenza d’appello, in
considerazione della totale inammissibilità del ricorso.
La giurisprudenza di questa Corte Suprema ha, infatti, più volte
chiarito che l’inammissibilità del ricorso per cessazione «non consente
il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la
possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma
dell’art. 129 cod. proc. pen.» (Cass. pen., Sez. un., 22 novembre
2000, n. 32, De Luca, rv. 217266: nella specie, l’inammissibilità del

14

perché congruo.

15
ricorso era dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, e la
prescrizione del reato era maturata successivamente alla data della
sentenza impugnata con il ricorso; conformi, Sez. un., 2 marzo 2005, n.
23428, Bracale, rv. 231164, e Sez. un., 28 febbraio 2008, n. 19601,
Niccoli, rv. 239400).

Le statuizioni accessorie.

sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali nonché – apparendo evidente che egli ha proposto il
ricorso determinando le cause di inammissibilità per colpa (Corte cost.,
sentenza 13 giugno 2000, n. 186) e tenuto conto dell’entità di dette
colpe – della somma di Euro mille in favore della Cassa delle Ammende
a titolo di sanzione pecuniaria.

5.1. L’imputato va anche condannato alla rifusione delle spese
sostenute nel presente giudizio dalla parte civile, liquidabili come da
dispositivo.

5.1.1. In proposito, ritiene il collegio che le spese debbano essere
liquidate secondo i nuovi parametri introdotti dal d.m. 20 luglio 2012, n.
140.
Invero, come chiarito dalla Corte Suprema di Cassazione (Sez. un.
civ., sentenza n. 17405 del 2012), in tema di spese processuali, agli
effetti dell’art. 41 del d.m. 20 luglio 2012, n. 140, il quale ha dato
attuazione all’art. 9, secondo comma, del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1,
convertito in legge 24 marzo 2012, n. 27, i nuovi parametri, cui devono
essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate
tariffe professionali, sono da applicare ogni qual volta la liquidazione
giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in
vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un
professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria
prestazione professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e
si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate,

15

5. La declaratoria di inammissibilità totale del ricorso comporta, ai

16
evocando l’accezione omnicomprensiva di “compenso” la nozione di un
corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata.
E’ pur vero che, ai sensi dell’art. 13, comma 10, della ancora
successiva I. n. 247 del 2012, «Oltre al compenso per la prestazione
professionale, all’avvocato e’ dovuta, sia dal cliente in caso di
determinazione contrattuale, sia in sede di liquidazione giudiziale, oltre
al rimborso delle spese effettivamente sostenute e di tutti gli oneri e

per il rimborso delle spese forfettarie, la cui misura massima e’
determinata dal decreto di cui al comma 6 unitamente ai criteri di
determinazione e documentazione delle spese vive».
Il citato comma 6 della medesima disposizione stabilisce che «I
parametri indicati nel decreto emanato dal Ministro della giustizia, su
proposta del CNF, ogni due anni, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, si
applicano quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso
non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata
determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei
compensi e nei casi in cui la prestazione professionale e’ resa
nell’interesse di terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge».
Tuttavia, non risultando ancora emanato il decreto di cui al citato
comma 6 dell’art. 13 I. n. 247 del 2012, la disposizione di cui al comma
10 del medesimo articolo di legge deve ritenersi allo stato in concreto
non operante.

5.1.2. Vanno, in proposito, affermati i seguenti principi di diritto:

«In tema di spese processuali, agli effetti dell’art. 41 del d.m. 20
luglio 2012, n. 140, il quale ha dato attuazione all’art. 9, secondo
comma, del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito in legge 24 marzo
2012, n. 27, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i
compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali,
sono da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in
un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto
decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a
quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione

16

contributi eventualmente anticipati nell’interesse del cliente, una somma

17
professionale, ancorché tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in
parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando
l’accezione omnicomprensiva di “compenso” la nozione di un
corrispettivo unitario per l’opera complessivamente prestata»;

«In tema di spese processuali, non risultando ancora emanato il
decreto di cui al comma 6 dell’art. 13 I. n. 247 del 2012, cui è devoluta

forfettarie, la disposizione di cui al comma 10 del medesimo articolo 13 che reintroduce la previsione del rimborso delle predette spese, in
passato denominate “spese generali” -, deve ritenersi allo stato in
concreto non operante».

5.1.3.

Le spese sostenute dalla parte civile costituita vanno,

pertanto, liquidate come da dispositivo, con riguardo ai soli compensi, in
difetto della documentazione di esborsi rimborsabili; non è dovuto il
rimborso di spese “forfettarie” o “generali”; sono dovuti gli accessori di
legge (IVA e CPA).

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento delle spese processuali e della somma di euro mille alla
Cassa delle ammende, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel
grado dalla parte civile S.D.A EXPRESS COURIER s.p.a., che liquida
complessivamente in euro duemila per compensi, oltre accessori come
per legge.
Così deciso in Roma, udienza pubblica 1° ottobre 2013.

la determinazione della misura massima per il rimborso delle spese

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