Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 684 del 03/12/2013


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 684 Anno 2014
Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: CAPUTO ANGELO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ORLANDI ANTONELLA N. IL 07/07/1956
avverso la sentenza n. 2419/2010 CORTE APPELLO di GENOVA, del
19/09/2012
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/12/2013 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ANGELO CAPUTO
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che, ha concluse per

Avv,

Data Udienza: 03/12/2013

Udito il Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte
di cassazione dott. Paolo Canevelli, che ha concluso per l’inammissibilità del
ricorso.
Udita altresì per la parte civile l’avv. Chiara Antola, che si è associata alle
conclusioni del P.G., riportandosi alla memoria in atti, e ha depositato conclusioni
e nota spese.

1. Con sentenza del 19/09/2012, la Corte di appello di Genova ha
confermato la sentenza del Tribunale di Massa del 07/05/2010 che aveva
condannato Antonella Orlandi per il reato di cui agli artt. 485, 491, 482 e 476
cod. pen. (in relazione alla formazione di un testamento olografo di Maria Grazia
Mazzanti parzialmente falso) e per il reato di cui agli artt. 646 e 61, primo
comma, n. 11, cod. pen. (in relazione all’appropriazione della somma di
93.200,00 euro prelevati da un contocorrente postale della stessa Maria Grazia
Mazzanti).
Con riferimento alla prima imputazione, la Corte di appello di Genova ha
osservato che, come rilevato dalla consulenza tecnica, nel preteso testamento di
Maria Grazia Mazzanti coesistono due diverse grafie, circostanza, questa,
rilevabile ictu ocu/i e sufficiente a far ritenere la falsità del documento; come ha
ritenuto il giudice di primo grado, la falsificazione non può che essere opera
dell’imputata (eventualmente anche in concorso con altre persone), unica
interessata alla disposizione testamentaria che la istituiva erede universale.
L’appello proposto nell’interesse dell’imputata, osserva inoltre la Corte di merito,
non si è confrontato con le diffuse argomentazioni della sentenza di primo grado,
che ha fatto altresì riferimento alla non contestualità tra la firma e la data
apposte sul documento, alla successione cronologica dei fatti, che metteva in
luce come l’imputata non avesse mai menzionato in precedenza l’esistenza di un
testamento, i suoi successivi atteggiamenti, le considerazioni, pur marginali,
indotte dalla data e dal contenuto della disposizione testamentaria.
Con riferimento alla seconda imputazione, la Corte genovese, aderendo alla
ricostruzione del giudice di primo grado che aveva valorizzato le testimonianze
delle infermiere, di un medico e di una cugina della defunta, ha rimarcato
l’inverosimiglianza, in considerazione delle gravissime condizioni di salute della
Mazzanti (non in grado di muoversi neanche nel letto se non aiutata), del suo
trasporto presso l’ufficio postale, trasporto smentito dall’inesistenza di
documentazione comprovante la sua presenza presso l’ufficio stesso. I due
impiegati dell’ufficio postale che hanno invece riferito della presenza della
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RITENUTO IN FATTO

Mazzanti presso l’ufficio postale insieme con l’imputata – sottolinea ancora la
Corte di appello di Genova – hanno affermato il falso per giustificare
l’inosservanza, da parte loro, delle regole riguardanti i movimenti di danaro
superiori a 15.000 euro. La sentenza impugnata ritiene quindi condivisibili le
considerazioni in ordine ai molteplici indizi gravi, precisi e concordanti che hanno
indotto il Tribunale di Massa a ritenere provato che l’imputata abbia commesso il
secondo reato contestato.

nell’interesse dell’imputata, il difensore avv. Giulio Enzo Frediani, articolando tre
motivi di doglianza di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, comma 1,
disp. att. cod. proc. pen.
2.1. Violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen.: la Corte di
appello di Genova ha rigettato l’istanza di rinvio per impedimento del difensore,
istanza che, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità sul “diritto al
rinvio” in relazione all’astensione collettiva degli avvocati dalle udienze, doveva
essere valutata non solo quale impedimento ex art. 420-ter cod. proc. pen., ma
anche sotto il profilo della legge n. 83 del 2000, non sussistendo, peraltro,
problemi circa la prescrizione dei reati.
2.2. In relazione al primo capo di imputazione, il ricorrente denuncia
l’inosservanza e/o l’erronea applicazione degli artt. 485, 482, 491 e 476 cod.
pen. e la violazione degli artt. 533, comma 1, e 530, comma 2, cod. proc. pen.
L’imputata, si osserva al riguardo, è stata condannata in assenza della prova
della formazione da parte sua dell’atto contraffatto e del successivo consapevole
uso e, in particolare, in mancanza di una perizia grafica: la Corte di appello di
Genova ha attribuito rilievo decisivo al criterio del “cui prodest” valutato insieme
con la (inconferente) non contestualità tra la firma e la data apposta nel
documento e con la circostanza che il testamento è «saltato fuori» in occasione
delle iniziative giudiziarie dei parenti della defunta finalizzate a recuperare la
disponibilità della casa delle stessa. Secondo il ricorrente, inoltre, sarebbe stato
necessario l’espletamento di una perizia grafica.
2.3. In relazione al secondo capo di imputazione, il ricorrente denuncia la
violazione dell’art. 646 cod. pen. e degli artt. 533, comma 1, e 530, comma 2,
cod. proc. pen., e la manifesta illogicità della motivazione. La colpevolezza
dell’imputata, secondo il ricorrente, è stata dichiarata in mancanza del
raggiungimento della soglia richiesta dall’art. 533 cod. proc. pen.: la sentenza
impugnata non ha smentito il rilievo dei motivi di appello che hanno evidenziato
lo «scoperto» di circa due ore quale tempo sufficiente al trasporto di Maria
Grazia Mazzanti presso l’ufficio postale il 10/03/2007, avendo ritenuto illogico,

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2. Avverso la sentenza indicata ha proposto ricorso per cassazione,

conformemente al giudice di primo grado, che ciò possa essere avvenuto a causa
delle gravissime condizioni di salute della donna e rilevando il sospetto circa il
mancato utilizzo della procedura di giroconto e il mancato rinvenimento di atti
firmati dalla Mazzanti. Illogiche, si osserva infine, sarebbero le ragioni della
ritenuta inattendibilità delle testimonianze dei due impiegati postali favorevoli
alla difesa, non essendo chiaro in cosa sarebbero consistite le loro
manchevolezze.

civili Daniela Carrus e Andrea Enrico Mazzanti, ha chiesto il rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato alla luce del
consolidato orientamento di questa Corte, correttamente richiamato dalla
sentenza impugnata a sostegno del rigetto dell’istanza difensiva, in forza del
quale al procedimento camerale del giudizio abbreviato di appello non si applica
l’art. 420-ter, comma 5, cod. proc. pen., che impone il rinvio del procedimento in
caso di impedimento del difensore: in tale udienza camerale, infatti, la presenza
delle parti è facoltativa e solo per l’imputato è espressamente previsto, dall’art.
599 comma 2, cod. proc. pen., che, ove abbia manifestato la volontà di
presenziare alla udienza, questa deve essere rinviata in caso di suo legittimo
impedimento (Sez. 1, n. 6907 del 24/11/2011, dep. 22/02/2012 , Ganceanu, Rv.
252401).
Il carattere solo facoltativo della presenza del difensore nel procedimento
camerale del giudizio abbreviato di appello esclude che, in senso contrario
all’indirizzo indicato, possa argomentarsi sulla base del – peraltro generico richiamo operato dal ricorrente alla disciplina di cui alla legge n. 83 del 2000: al
riguardo, questa Corte ha ribadito che, anche in caso di tempestiva
comunicazione dell’adesione del difensore all’astensione collettiva dalle udienze,
nel procedimento camerale del giudizio abbreviato d’appello, l’impedimento a
comparire del difensore dell’imputato non può dare luogo al rinvio dell’udienza
camerale (Sez. 6, n. 10840 del 18/10/2011, dep. 20/03/2012, Cosentino, Rv.
252278).

3. Sia il secondo, sia il terzo motivo di ricorso sono inammissibili.

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3. Con memoria del 12/11/2013, l’avv. Chiara Antola, difensore delle parti

3.1. Il motivo relativo alla prima imputazione, pur evocando l’art. 606,
comma 1, lett. b), cod. proc. pen., censura non già la qualificazione penalistica
del fatto, ossia l’erronea sussunzione della fattispecie concreta nella norma
incriminatrice, bensì la mancanza di prove a sostegno della condanna e l’illogica
valutazione di inattendibilità delle testimonianze dei due impiegati.
Il motivo è inammissibile perché sostanzialmente deduce questioni di
merito, sollecitando una rivisitazione, esorbitante dai compiti del giudice di
legittimità, della valutazione del materiale probatorio operata dalla Corte di

coerente rispetto ai dati probatori richiamati e sulla base di una linea
argomentativa immune da cadute di consequenzialità logica, in quanto
espressione di un apprezzamento dei molteplici indizi analitico e correttamente
collocato nel quadro di una loro valutazione globale.
3.2. Il motivo relativo alla seconda imputazione è generico e, quindi,
inammissibile. La sentenza impugnata ha dato adeguata contezza, anche
attraverso il richiamo alla conforme sentenza di primo grado, della pluralità di
indizi conferenti, per la loro univoca significatività, verso la statuizione di
condanna relativa alla seconda imputazione: rispetto al complessivo, articolato e
coerente iter argomentativo seguito dalla Corte di merito, che, in particolare, ha
motivato congruamente le ragioni della ritenuta inattendibilità dei testi a
discarico, il ricorso si limita ad una critica apodittica e priva del necessario
requisito di specificità.

4. Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso, consegue la condanna della
ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla Cassa delle
ammende della somma, che si stima equa, di Euro 1.000,00, nonché alla
rifusione delle spese sostenute dalla parte civile liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
ammende, nonché alla rifusione delle spese del grado sostenute dalla parte civile
che liquida in Euro 2.500,00 oltre accessori di legge.
Così deciso il 03/12/2013

merito: tale valutazione è sostenuta dalla sentenza impugnata con motivazione

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