Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 672 del 21/11/2013


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 672 Anno 2014
Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: SETTEMBRE ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SEVERINI CLAUDIO N. IL 17/06/1962
avverso la sentenza n. 1450/2006 CORTE APPELLO di ANCONA, del
15/12/2011
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 21/11/2013 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ANTONIO SETTEMBRE
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi difensor Avv.

Data Udienza: 21/11/2013

– Udito il Procuratore generale della repubblica presso la Corte di Cassazione, dr.
Gabriele Mazzotta, che ha chiesto la rimessione del processo alla Sezioni Unite e,
in subordine, l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’appello di Ancona, con sentenza del 15/12/2011, in parziale

a pena di giustizia per bancarotta fraudolenta patrimoniale commessa quale
amministratore della “Miami srl”, dichiarata fallita il 28/7/2001.
Alla base della decisione vi sono le dichiarazioni del curatore e la
documentazione da questi prodotta.

2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione, nell’interesse
dell’imputato, l’avv. Giancarlo Giulianelli, con tre motivi.
2.1. Col primo deduce nullità della sentenza “per omessa motivazione circa la
compatibilità dell’art. 108 CPP con gli artt. 3,24, 111 e 117 Cost. e 6 CEDU”; in
subordine, solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 108 cod. proc.
penale. Lamenta, al riguardo, che non sia stato concesso al difensore d’ufficio,
nel corso del processo di primo grado, un termine a difesa; termine che,
asserisce, andava comunque concesso, nonostante il difensore nominato non ne
avesse fatto richiesta.
2.2. Col secondo eccepisce la nullità dell’ordinanza del Tribunale di Fermo del 24
gennaio 2006, che aveva revocato l’ammissione del teste Sacha Baiocco, in
precedenza disposta, per violazione del contraddittorio (il giudice provvide,
sostiene il ricorrente, senza sentire le parti). Lamenta, inoltre, la violazione
dell’art. 495 cod. proc. pen., per essere stata esclusa la testimonianza della
suddetta Sacha Baiocco senza adeguata motivazione.
2.3. Col terzo si duole della illogicità della motivazione resa in punto di
colpevolezza, che è stata affermata sulla base di un semplice “verbale di
asporto” senza che ne venisse verificata la provenienza e senza un accertamento
circa la veridicità di quanto in esso attestato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Nessuno dei motivi di ricorso merita accoglimento.
1. Quanto al primo motivo, emerge dagli atti che il 24/1/2008 dinanzi al
Tribunale di Fermo non si presentò, sebbene ritualmente avvertito, il difensore di
fiducia dell’imputato, per cui fu a questi nominato un difensore d’ufficio, che non
2

riforma di quella emessa dal Tribunale di Fermo, ha condannato Severini Claudio

richiese alcun termine a difesa. Il giudice assunse le testimonianze dedotte ed
emise, all’esito, la decisione di sua competenza.
Impregiudicata la questione se al difensore d’ufficio spetti un termine a
difesa, ove richiesto (la giurisprudenza prevalente di questa Corte ritiene che il
difensore nominato come sostituto del titolare, non reperito o non comparso, non
ha diritto alla concessione di un termine a difesa, che invece spetta a quello
nominato a causa della cessazione definitiva dall’ufficio del precedente difensore,
per rinuncia, revoca, incompatibilità o abbandono: Cass. 26298 del 5/6/1997.

5605 del 2007 Rv. 236123; N. 21899 del 2010, Rv 247419; N. 11030 del 2010
Rv. 246777), nel caso di specie nessun obbligo aveva il Tribunale di concedere
un termine al difensore d’ufficio e di sospendere l’udienza, per la semplice e
ovvia ragione che un termine non fu richiesto. Non ha fondamento la tesi del
ricorrente e non hanno fondamento i dubbi del Pubblico Ministero d’udienza (il
quale ha chiesto di investire le sezioni unite sul punto), giacché non vi tontrasto,
nella giurisprudenza di questa Corte, intorno agli obblighi gravanti sul giudice
nell’ipotesi qui esaminata, posto che, per dettato normativo, un termine a difesa
spetta – nei casi di rinuncia, di revoca, di incompatibilità e nel caso di abbandono
– al nuovo difensore dell’imputato o quello designato d’ufficio “che ne fa
richiesta” (art. 108 cod. proc. pen.). E’ ovvio, pertanto, che se il termine in
questione spetta al difensore designato ai sensi dell’art. 108 solo in caso di
“richiesta”, a maggior ragione non spetta al difensore designato ex art. 97,
comma 4, che non ne faccia richiesta. Su un piano più strettamente logico non
può farsi a meno di considerare, poi, che un termine a difesa non può essere
“imposto” al difensore d’ufficio e che imprescindibili esigenze di buona
organizzazione e di ragionevole durata del processo esigono di procedere oltre
nel giudizio quando il nuovo difensore dimostri di non essere interessato ad una
dilazione, posto che sicuramente non può essergli imposto di prendere
cognizione degli atti e di preparare una adeguata difesa, a meno di rendere il
giudice del processo (anche) giudice della difesa tecnica.
Né può farsi a meno di ricordare, infine, che la Corte costituzionale, con
sentenza del 20.01.2006 n. 17, è intervenuta per la terza volta sul tema del
termine a difesa e che ha ritenuto la manifesta infondatezza della questione di
legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., secondo comma,
degli artt. 97 e 108 c.p.p., nella parte in cui non prevedono che anche il
difensore designato di ufficio all’imputato che deve essere giudicato nella fase
dibattimentale, il quale non abbia nominato un difensore di fiducia, o sia
comunque privo dell’assistenza difensiva all’udienza fissata per la celebrazione
del relativo giudizio, abbia diritto, qualora lo richieda, di usufruire della
concessione di un termine “per prendere cognizione degli atti e per informarsi sui

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Conformi: N. 6015 del 1999 Rv. 213381, N. 11870 del 2004 Rv. 230099, N.

fatti oggetto del procedimento”, rilevando di aver già disatteso, con la sentenza
n. 450 del 1997 e con ordinanza n. 162 del 1998, la fondatezza di censure
analoghe, sottolineando che la semplice assenza del difensore di fiducia o di
ufficio, non sorretta da un legittimo impedimento è istituto del tutto diverso da
quello preso in considerazione dalla norma censurata, così come del tutto diversa
è la figura del sostituto del difensore “da quella del nuovo difensore designato
nelle ipotesi di rinuncia, revoca, incompatibilità e abbandono di difesa”. Peraltro,
ha rilevato la Corte, essendo la presenza un diritto e non un obbligo del

designato in sostituzione di quello “stabilmente” officiato dall’imputato o per
l’imputato, appare conseguenza ragionevole nel quadro di un sistema che mira a
bilanciare le contrapposte esigenze di prevedere comunque una presenza
difensiva, ma di non compromettere al tempo stesso la funzionalità del processo
e la relativa ragionevole durata.
Il motivo è pertanto infondato.

2. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso, concernente la mancata
escussione di Sacha Baiocco, indicata dalla difesa, per più ordini di ragioni.
Innanzitutto, perché dal verbale di udienza si evince che la testimonianza di
Sacha Baiocco fu revocata “sentite le parti”. Inoltre, perché il potere di ritenere
esaustiva l’istruttoria dibattimentale appartiene al giudice, per cui la mancata
assunzione dei mezzi di prova già ammessi non produce alcuna nullità del
procedimento, laddove — come nella specie – non sia stata manifestata alcuna
riserva alla chiusura dell’istruzione dibattimentale da parte di chi tali mezzi aveva
richiesti, né opposizione delle altre parti processuali (Cassazione penale, sez. VI,
11/12/2009, n. 1081; Sez. V, 26/10/2012, Ronchin). Infine, perché non risulta
che il difensore abbia eccepito, prima della chiusura del dibattimento o subito
dopo di essa, la nullità dipendente dalla asserita violazione della regola del
contraddittorio, conseguente alla revoca del teste Baiocco senza preventiva
audizione delle parti. Determina infatti una nullità a regime intermedio, da
dedursi quindi nel termine di cui all’art. 182, comma secondo, doc. proc. pen., la
revoca, in assenza di contraddittorio, del teste precedentemente ammesso
(Cass., 24302 del 12/5/2010. In motivazione la Corte ha ulteriormente precisato
che ove detta nullità si verifichi in presenza della parte che aveva interesse a
dedurla, il silenzio di quest’ultima equivale a rinuncia, con conseguente sanatoria
ai sensi dell’art. 183, comma primo, lett. a), cod. proc. pen.).

3. Il terzo motivo è, infine, manifestamente infondato, giacché la responsabilità
dell’imputato per la distrazione è stata desunta sulla base di un “verbale di
asporto” sottoscritto dal Severini e da Curi Romualdo, legale rappresentante
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difensore, il mancato riconoscimento del termine a difesa per il difensore

della Niagara srl, che si era impegnata a rilevare la Miami srl, di cui il Severini
era amministratore. Ebbene, nel verbale suddetto erano specificamente elencati i
beni della Miami srl – mai consegnati al curatore – che la Niagara srl si
impegnava ad acquistare. Nessuna incongruenza o illogicità è da ravvisare,
quindi, nel ragionamento dei giudici di merito, che hanno ritenuto il documento
suddetto prova storica della disponibilità, in capo alla Miami srl, dei beni in esso
elencati, posto che non è stata disconosciuta la firma apposta in calce al
documento in questione e nessuna spiegazione alternativa è stata fornita intorno

alla fallita, di beni specificamente elencati e sicuramente pertinenti all’attività
d’impresa da questa esercitata. Né assumono rilievo dirimente gli interrogativi
del curatore intorno al valore del documento suddetto, posto che non competeva
a lui la valutazione della prova, né l’ignoranza del curatore circa la persona che
curò “l’asporto” (rectius, la sottrazione) dei beni, posto che non si trattava di
soggetto addetto alla custodia permanente dei beni stessi (e senza considerare
che, per l’affermazione della responsabilità dell’amministratore societario, non è
affatto necessario sapere chi asportò materialmente i beni, essendo sufficiente
sapere chi ne aveva la disponibilità). Del tutto congetturali sono, infine, i rilievi
del difensore circa la provenienza del documento in questione, dal momento che,
come è stato già detto, la firma non è stata disconosciuta e nessuna verifica è
stata richiesta intorno alla sua autenticità. Nessun rimprovero è possibile
muovere pertanto ai giudici di merito che, in base alla testimonianza del Curi, il
quale lo redasse insieme all’imputato, hanno ritenuto il documento in questione
sicuramente proveniente dal Severini.
Il ricorso va pertanto rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 21/11/2013

alla redazione di un documento che rimanda chiaramente al possesso, in capo

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