Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 63 del 04/10/2016


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 63 Anno 2017
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: D’ARRIGO COSIMO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Maliqi Xhulio, nato in Albania il 22/06/1996

avverso la sentenza dell’08/01/2016 del Tribunale di Lucca
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Cosimo D’Arrigo;
lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Delia Cardia, che ha concluso chiedendo che sia dichiarata
l’inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

Il Tribunale di Lucca, con sentenza dell’08 gennaio 2016, ha applicato su
richiesta delle parti a Xhulio Maliqi – imputato, unitamente ad altri due
coimputati non ricorrenti, del delitto di tentata rapina impropria – la pena di anni
uno e mesi otto di reclusione ed euro 600,00 di multa.
Avverso tale pronuncia il Maliqi ricorre per carenza di motivazione in ordine
alla possibilità di assoluzione predibattimentale. Sostiene, in particolare, che il
reato di tentata rapina impropria non sarebbe giuridicamente configurabile.

Data Udienza: 04/10/2016

In effetti, in tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, il giudice
ha il dovere di verificare la corretta qualificazione giuridica del fatto contestato in
termini non meramente formali, ma sostanziali e specifici, in ordine alla
fattispecie concreta quale emerge dagli atti, essendo tale indagine necessaria per
una corretta valutazione della congruità della pena (Sez. 6, n. 6156 del
14/01/2013 – Pavlik, Rv. 254897).
Tale compito, tuttavia, è stato correttamente espletato dal giudice di merito.
Infatti, il delitto di rapina impropria è consumato quando l’avente diritto ha

stessa autonomamente e l’agente, immediatamente dopo la sottrazione, adopera
la violenza o la minaccia per assicurare a sé o ad altri il possesso del bene
sottratto o per procurare, a sé o ad altri l’impunità; è, invece, tentato quando
l’avente diritto mantiene costantemente il controllo sulla res in modo da essere
in grado di riprenderla autonomamente con sé e l’agente, immediatamente dopo
aver compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a realizzare la sottrazione,
adopera violenza o minaccia per procurare a sé o ad altri l’impunità (Sez. 2, n.
46412 del 16/10/2014 – Ruggiero, Rv. 261021; v. pure Sez. U, n. 34952 del
19/04/2012 – Reina, Rv. 253153; Sez. 2, n. 6479 del 13/01/2011 – dep.
22/02/2011, Lanza, Rv. 249390).
Nella specie, il Tribunale – con motivazione ampia e articolata, certamente
inusuale nelle sentenze di patteggiamento – ha approfonditamente verificato la
corretta qualificazione giuridica dei fatti, attenendosi ai principi di diritto sopra
esposti. Il ricorso, pertanto, è manifestamente infondato e deve essere
dichiarato inammissibile.
Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., il ricorrente deve essere condannato al
pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità – al versamento a favore
della Cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, così equitativamente
stabilita in ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle
ammende.
Sentenza a motivazione semplificata
Così deciso il 04/10/2016.

perduto il proprio controllo sulla cosa, e non è più in grado di recuperare la

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