Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 6269 del 19/01/2017

Penale Sent. Sez. 2 Num. 6269 Anno 2017
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: PARDO IGNAZIO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
A.A.
avverso la sentenza del 13/11/2015 della CORTE APPELLO di BOLOGNA
Visti gli atti, la sentenza e il ricorso
Udita in PUBBLICA UDIENZA del 19/01/2017 la relazione fatta dal Consigliere Dott. IGNAZIO
PARDO;
Udito il Procuratore Generale in persona del dott. Luigi Cuomo che ha chiesto dichiararsi il
rigetto del ricorso
Udito il difensore avv.to Orazio Savia che ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvi
della sentenza

RITENUTO IN FATTO
1.1 Con sentenza in data 13 novembre 2015 la Corte di appello di Bologna, parzialmente
riformando la pronuncia 29-11-2012 del Tribunale di Bologna nei confronti di A.A., confermava la responsabilità del predetto in ordine al delitto di truffa ai danni della
pubblica amministrazione allo stesso contestato al capo n. 14.
1.2 Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato lamentando, con
distinti motivi:
– violazione dell’art. 606 lett. c) cod.proc.pen. in relazione all’inutilizzabilità assoluta delle
intercettazioni telefoniche, disposte in relazione
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ad altre ipotesi di reato per le quali il

Data Udienza: 19/01/2017

ricorrente era stato prosciolto, non collegate né connesse al delitto di truffa per il quale era
intervenuta condanna, punito con una pena che non consentiva il ricorso a tale mezzo di
ricerca della prova;
– violazione di legge ex art. 606 lett. b) cod.proc.pen. con riguardo alla ritenuta responsabilità
dell’imputato e vizio di motivazione per contraddittorietà ed illogicità della stessa avendo la
Corte territoriale ritenuto erroneamente che la truffa sarebbe provata dal contenuto delle
conversazioni intercettate che invece dovevano essere diversamente interpretate alla luce delle
dichiarazioni dibattimentali dell’imputato e del teste Rotondo oltre che in ragione della

anteriore e successiva ai fatti acquisiti nel corso nel corso del procedimento.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è manifestamente infondato e deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile.
2.1 Quanto al primo motivo, con il quale si deduce l’inutilizzabilità delle intercettazioni disposte
nello stesso procedimento ma per reati differenti dai quali il ricorrente è stato prosciolto,
ritiene questa Corte dovere aderire all’orientamento giurisprudenziale secondo cui i risultati
delle intercettazioni telefoniche disposte per un reato rientrante tra quelli indicati nell’art. 266
cod. proc. pen. sono utilizzabili anche relativamente ad altri reati per i quali si procede nel
medesimo procedimento, pur se per essi le intercettazioni non sarebbero state consentite (Sez.
F, n. 35536 del 23/08/2016, Rv. 267598); tale soluzione risulta già adottata in altre pronunce
nella quale appunto si chiariva come in tema di intercettazioni, qualora il mezzo di ricerca della
prova sia legittimamente autorizzato all’interno di un determinato procedimento per uno dei
reati di cui all’art. 266 cod. proc. pen., i suoi esiti sono utilizzabili, senza alcun limite, per tutti
gli altri reati relativi al medesimo procedimento, mentre nel caso in cui si tratti di reati oggetto
di un procedimento diverso “ah origine”, l’utilizzazione è subordinata alla sussistenza dei
parametri indicati espressamente dall’art. 270 cod. proc. pen., e, cioè, l’indispensabilità e
l’obbligatorietà dell’arresto in flagranza (Sez. 6, n. 50261 del 25/11/2015, Rv. 265757; Sez. 6,
n. 53418 del 04/11/2014, Rv. 261838). E poiché nel caso in esame è pacifico che le
intercettazioni venivano disposte nello stesso procedimento avente ad oggetto anche altri fatti
delittuosi, non possono richiamarsi le norme riguardanti l’utilizzazione del mezzo di ricerca
della prova nell’ambito di procedimenti diversi, essendo emerso il fatto di truffa proprio nel
contesto del procedimento avente ad oggetto i reati in tema di traffico di stupefacente per i
quali veniva attivata la procedura di captazione.
2.2 Anche il secondo motivo di ricorso appare manifestamente infondato e pertanto non
ammissibile poiché le censure riproposte vanno ritenute null’altro che un modo surrettizio di
introdurre, in questa sede di legittimità, una nuova valutazione di quegli elementi fattuali già
ampiamente presi in esame dalla Corte di merito la quale, con motivazione logica, priva di
aporie e del tutto coerente con gli indicati elementi probatori, ha puntualmente disatteso la tesi
difensiva; al proposito deve essere ricordato come il vizio di travisamento della prova può
essere dedotto con il ricorso per cassazione, nel caso di cosiddetta “doppia conforme”, e cioè di
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dimostrata patologia di cui il ricorrente è affetto desumibile da altri certificati medici in data

condanna in primo e secondo grado, sia nell’ipotesi in cui il giudice di appello, per rispondere
alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal
primo giudice, sia quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo
travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta
evidenza da imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle
motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel
contraddittorio delle parti (Sez. 4, n. 44765 del 22/10/2013, Rv 256837). Inoltre ai fini del
controllo di legittimità sul vizio di motivazione, la struttura giustificativa della sentenza di

argomentativo, allorquando i giudici del gravame, esaminando le censure proposte
dall’appellante con criteri omogenei a quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti
ai passaggi logico giuridici della prima sentenza, concordino nell’analisi e nella valutazione degli
elementi di prova posti a fondamento della decisione (Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013,
Rv. 257595). Nel caso in esame non si ravvisa né il presupposto della valutazione da parte del
giudice di appello di un differente materiale probatorio utilizzato per rispondere alle doglianze
proposte avverso la sentenza di primo grado né, tantomeno, il dedotto macroscopico
travisamento dei fatti denunciabile con il ricorso per cassazione; in particolare, il giudice di
merito, ha già risposto con adeguata motivazione a tutte le osservazioni della difesa
dell’imputato che in sostanza ripropongono motivi di fatto osservando che il compendio
probatorio a carico del A.A. si caratterizza per la lettura combinata del contenuto di alcune
conversazioni intercorse tra lo stesso ed il dott. Rotondo, per la ricostruzione degli incontri tra
gli stessi e per il contenuto di altra certificazione del 19 gennaio, elementi tutti che dovevano
fare ritenere oggettivamente falso quel certificato medico rilasciato in data 10 gennaio.
2.3 Né può procedersi in questa sede ad interpretare differentemente il contenuto delle
conversazioni intercettate posto che va ricordato come secondo l’insegnamento di questa Corte
in tema di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, l’interpretazione del linguaggio
adoperato dai soggetti intercettati, anche quando sia criptico o cifrato, costituisce questione di
fatto, rimessa alla valutazione del giudice di merito, la quale, se risulta logica in relazione alle
massime di esperienza utilizzate, si sottrae al sindacato di legittimità (Sez.U, n.22471 del
26/2/2015, Rv.263715). Ancora si è affermato che in materia di intercettazioni telefoniche,
costituisce questione di

fatto, rimessa all’esclusiva competenza del giudice di merito,

l’interpretazione e la valutazione del contenuto delle conversazioni, il cui apprezzamento non
può essere sindacato in sede di legittimità se non nei limiti della manifesta illogicità ed
irragionevolezza della motivazione con cui esse

sono recepite (Sez.2, n.35181, del

22/5/2013, Rv.257784). L’applicazione del suddetto principio deve portare ad escludere che
nella presente sede il contenuto di quelle conversazioni, conformemente interpretato dai giudici
di merito, possa essere sottoposto al sindacato di questa Corte nella prospettiva dedotta dalla
difesa di un differente significato circa il tempo e luogo dell’incontro tra il ricorrente ed il suo
medico.
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appello di conferma si salda con quella di primo grado, per formare un unico complessivo corpo

In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma dell’art. 606 comma terzo
cod.proc.pen., per manifesta infondatezza; alla relativa declaratoria consegue, per il disposto
dell’art. 616 cod.proc.pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali,
nonché al versamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che, ritenuti e
valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in C 1.500,00.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di C 1.500,00 a favore della Cassa delle ammende.

I
IL’ CONSIGLIERE ST.
tt. Ignazio Pa
,IL PRESIDENTE
Dott.Piercamillo Davigo

Roma, 19 gennaio 2017

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