Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 61 del 10/11/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 61 Anno 2016
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: CENTONZE ALESSANDRO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:
1) Bello Luigi, nato il 31/01/1953;

Avverso la sentenza n. 4780/2010 emessa il 18/02/2015 dalla Corte di
appello di Milano;

Udita la relazione svolta dal Consigliere dott. Alessandro Centonze;

Udito il Procuratore generale, in persona del dott. Francesco Mauro
Iacoviello, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza
impugnata per intervenuta prescrizione;

Udito per il ricorrente l’avv. Massimo Borghi;

Data Udienza: 10/11/2015

RILEVATO IN FATTO

1. Con sentenza emessa il 26/01/2010 il Tribunale di Milano giudicava Luigi
Bello colpevole del reato di cui all’art. 22, comma 12, del d.lgs. 25 luglio 1998,
n. 286, che si assumeva accertato a Novate Milanese il 26/09/2007,
condannandolo alla pena di mesi sei di reclusione e 10.000,00 euro di multa,
oltre al pagamento delle spese processuali.
L’imputato, invece, veniva assolto dal reato di cui all’art. 12, comma 5, del

2.

Con sentenza emessa il 18/02/2015 la Corte di appello di Milano

confermava la sentenza impugnata dall’impugnato, che veniva condannato al
pagamento delle ulteriori spese processuali.

3.

Da entrambe le sentenze emergeva che il Bello, quale titolare

dell’omonima ditta individuale operante nel settore edilizio, aveva occupato alle
proprie dipendenze i lavoratori stranieri Radu Vicol e Mihail Popov, entrambi privi
di permesso di soggiorno, facendoli dimorare presso un magazzino nella sua
disponibilità, come dichiarato dallo stesso Vicol nelle sommarie informazioni rese
nell’immediatezza dei fatti.
Le dichiarazioni del Vicol si ritenevano riscontrate sulla base degli
accertamenti condotti dal mar. Siracusa, che veniva esaminato all’udienza del
29/10/2009, riferendo di avere trovato i due lavoratori stranieri all’interno di un
magazzino nella disponibilità dell’imputato, ubicato a Novate Milanese in via
Damiano Chiesa, all’interno del quale dimoravano anche altri due dipendenti del
Bello – Abdelaran El Marid e Boris Sprincean – regolarmente ingaggiati.
Non si ritenevano, invece, attendibili le dichiarazioni rese dall’imputato e dai
testi della difesa Salvatore Vaccaro e Basile Codreanu – imprenditori edili
affittuari di un’area adiacente a quella in questione – che affermavano di non
conoscere il Vicol e il Popov.
Non risultava, in ogni caso, credibile la versione della difesa del Bello,
secondo cui l’El Marid, nel frattempo tornato in Marocco, all’insaputa del suo
datore di lavoro, aveva ospitato il Vicol e Popov, a fronte del tenore univoco delle
sommarie informazioni rese dal Vicol.
Tale compendio probatorio imponeva la condanna del Bello alla pena di cui
in premessa.

4. Avverso la sentenza di appello l’imputato, a mezzo del suo difensore,
ricorreva in cassazione, deducendo sei motivi di ricorso.
2

d.lgs. n. 286 del 1998, per l’insussistenza del fatto delittuoso contestato.

Con il primo e il secondo motivo di ricorso, si deducevano violazione di legge
e vizio di motivazione, in relazione all’acquisizione dibattimentale delle sommarie
informazioni rese da Radiu Vicol il 26/09/2007, che doveva ritenersi illegittima,
ai sensi degli artt. 191, commi 1 e 2, 192, 512 cod. proc. pen., tenuto conto
della sua condizione di irreperibilità, certamente prevedibile al momento
dell’acquisizione di tali dichiarazioni.
Con il terzo e il quarto motivo di ricorso, si deducevano violazione di legge e
vizio di motivazione, in relazione all’acquisizione delle sommarie informazioni

artt. 111 Cost., 512, 526, comma 1 bis, cod. proc. pen., 6, par. 3, lett. c),
Convenzione EDU, tenuto conto del fatto che il teste si era sottratto all’esame
dibattimentale.
Con il quinto motivo e il sesto motivo di ricorso, si deduceva vizio di
motivazione, in relazione all’incongrua valutazione dell’elemento probatorio
costituito dalla presenza del Vicol e del Popov all’interno del magazzino del Bello,
al momento del controllo eseguito del mar. Siracusa, da cui era stata desunta in
modo apodittico l’esistenza di un rapporto di lavoro alle dipendenze dell’imputato
degli stessi stranieri.
Queste ragioni processuali imponevano l’annullamento della sentenza
impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. In via preliminare, deve rilevarsi l’estinzione per prescrizione del reato
contestato, a fronte della quale non sono emersi dagli atti, né sono stati dedotti
nei motivi di ricorso, elementi tali da potere giustificare nei confronti del Bello
l’adozione della più favorevole pronuncia di cui all’art. 129 cod. proc. pen.
Quanto, in particolare, ai primi due motivi di ricorso, valutabili
congiuntamente, se ne deve rilevare l’infondatezza, atteso che, al momento
dell’acquisizione delle sommarie informazioni di Radu Vico! – assunte il
26/09/2007 – non erano emersi elementi concreti da cui desumere la sua
successiva irreperibilità, atteso che il dichiarante indicava il suo domicilio e
dichiarava di lavorare in Italia, pur senza essere regolarmente ingaggiato, da
quattro anni. Non vi erano, pertanto, circostanze di fatto che rendevano
prevedibile il suo successivo allontanamento dall’Italia, così come evidenziato in
termini ineccepibili a pagina 6 del provvedimento impugnato.
A tutto questo occorre aggiungere che, al contrario di quanto dedotto dalla
difesa del ricorrente, le ricerche effettuate dal pubblico ministero per rintracciare
il Vicol risultano adeguate rispetto alla sua condizione di irreperibilità, nei termini

rese da Radiu Vicol il 26/09/2007, che doveva ritenersi illegittima, ai sensi degli

esplicitati a pagina 3 della sentenza di primo grado, correttamente ribaditi nel
provvedimento in esame.
Ne discende che le sottostanti sentenze valutavano correttamente i
presupposti legittimanti l’acquisizione delle sommarie informazioni del Vicol ex
art. 512 cod. proc. pen., conformemente alla giurisprudenza di questa Corte,
secondo cui: «Ai fini della lettura e della utilizzabilità di dichiarazioni
predibattimentali di un soggetto divenuto successivamente irreperibile, è
necessario che il giudice abbia praticato ogni possibile accertamento sulla causa

del testimone al dibattimento ad una libera scelta dello stesso» (cfr. Sez. 1, n.
46010 del 06/11/2014, D’Agostino, Rv. 261265).
Tali ragioni impongono di ritenere infondati i motivi in esame.

2. Parimenti infondati devono ritenersi il terzo e il quarto motivo di ricorso,
anch’essi valutabili congiuntamente, rispetto ai quali si impone un
inquadramento della cornice ermeneutica in cui inserire le dichiarazioni del Vicol,
tenuto conto della giurisprudenza di legittimità formatasi sull’interpretazione
dell’art. 6 CEDU, in conseguenza della sentenza della Corte Europea dei diritti
dell’uomo del 05/07/2011, nel cosiddetto caso Dan contro Moldavia.
Deve, in proposito, rilevarsi che, il problema dell’utilizzazione da parte del
giudice di appello di una prova orale assunta in violazione dell’art. 6 CEDU si
pone nelle sole ipotesi in cui la difesa ne lamenta la mancata rinnovazione, con
conseguente violazione dei principi stabiliti dalla Corte EDU con la sentenza del
caso Dan contro Moldavia. Nel caso di specie, tale violazione non è nemmeno
astrattamente ipotizzabile, atteso che le dichiarazioni del Vicol, nel giudizio di
primo erano state acquisite ai sensi dell’art. 512 cod. proc. pen. senza che il
dichiarante fosse stato esaminato, per la sua irreperibilità (cfr. Sez. 2, n. 32655
del 15/07/2014, Zanoni, Rv. 261851).
Ne discende che, nel nostro caso, la prova non si è formata nel
contraddittorio delle parti e non possono trovare applicazione i principi
dell’oralità e dell’immediatezza delle fonti probatorie riconducibili all’art. 6 CEDU,
essendo state acquisite le dichiarazioni del Vicol ai sensi dell’art. 512 cod. proc.
pen. Il giudice, dunque, ha deciso sulla base delle dichiarazioni contenute nel
fascicolo del pubblico ministero, valutando l’attendibilità del Vicol esclusivamente
attraverso la lettura delle sue dichiarazioni, così come verbalizzate (cfr. Sez. 2,
n. 33690 del 23/05/2014, De Silva, Rv. 260147).
Tali ragioni impongono di ritenere infondati i motivi in esame.

dell’irreperibilità e che risulti esclusa la riconducibilità dell’omessa presentazione

3.

Analogo giudizio di infondatezza deve esprimersi ai residui motivi,

anch’essi valutabili congiuntamente, riguardanti l’incongrua valutazione della
circostanza della presenza del Vicol e del Popov all’interno del magazzino del
Bello, quale elemento indicatore del loro rapporto lavorativo con l’imputato.
Deve, invero, rilevarsi che, sul punto, le dichiarazioni del Vicol e del mar.
Siracusa convergono nel descrivere l’uso abitativo dell’immobile del Bello, non
consentendo di ipotizzare ricostruzioni alternative rispetto a un siffatto utilizzo.
D’altra parte, come correttamente evidenziato a pagina 6 della sentenza

che, in tali luoghi alloggiavano anche altri dipendenti del Bello – come l’El Marid
e lo Sprincean – confermando l’assunto accusatorio, secondo cui tale locale
veniva utilizzato per consentire ai lavoratori edili del ricorrente di alloggiarvi.
Per converso, al momento del sopralluogo del mar. Siracusa, non venivano
trovati all’interno del magazzino lavoratori di altre ditte; il che induceva la Corte
territoriale a ritenere plausibile la ricostruzione accusatoria, in considerazione del
fatto che tutti i lavoratori presenti in quei luoghi erano di nazionalità straniera.
Tali ragioni impongono di ritenere infondati il quinto e il sesto motivo di
ricorso.

4. Nelle more del procedimento, il reato contestato al Bello, essendo stato
accertato il 26/09/2007, deve ritenersi estinto per intervenuta prescrizione,
interamente decorsa alla data del 26/03/2015.
La declaratoria di estinzione del reato contestato può essere adottata in
questa sede processuale, in quanto la difesa del ricorrente, avendo sollecitato
espressamente tale pronunzia in sede di legittimità, non ha manifestato la
volontà di rinunciare alla causa estintiva, né sussistono nei suoi confronti i
presupposti per il proscioglimento con formula di merito a norma dell’art. 129
cod. proc. pen.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per
prescrizione.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 10 novembre 2015.

impugnata, l’utilizzo abitativo del magazzino era confermato dalla circostanza

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