Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 609 del 13/12/2017


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 609 Anno 2018
Presidente: DIOTALLEVI GIOVANNI
Relatore: ARIOLLI GIOVANNI

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
ARZU RAFFAELE nato il 27/10/1979 a LANUSEI

avverso la sentenza del 17/11/2016 della CORTE APPELLO di CAGLIARI
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GIOVANNI ARIOLLI
Udito il Procuratore generale, in persona del Sostituto Procuratore ANTONIO
MURA
che ha concluso per l’inammissibilita’del ricorso.
Udito il difensore Avv. Cecilia BASSU
la quale insiste per l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 13/12/2017

RITENUTO IN FATTO
1.

Arzu Raffaele ricorre per cassazione, a mezzo del difensore di

fiducia, avverso la sentenza della Corte di appello di Cagliari del 17/11/2016 con
la quale è stata confermata la decisione di primo grado (Tribunale di Cagliari del
17/10/2014) che lo ha dichiarato colpevole dei reati di rapina aggravata,
detenzione e porto illegale di arma comune da sparo e ricettazione di
autoveicolo, condannandolo alla pena di anni sette e mesi sei di reclusione ed

1.1. Con il primo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di
motivazione relativamente alla mancata iscrizione della notizia di reato per il
fatto per cui si procede e alla conseguente inutilizzabilità degli elementi di prova
acquisiti. La Corte territoriale era incorsa nel medesimo errore compiuto sia dal
GUP che dal Tribunale i quali, nel rigettare l’eccezione di nullità della richiesta di
rinvio a giudizio e di tutti gli atti compiuti, avevano ritenuto che l’imputato fosse
stato iscritto per la rapina per cui si procede (avvenuta il 25.11.2002) lo stesso
giorno in cui vi era stata altra iscrizione per altra rapina commessa il 4.11.2002
(nell’ambito del fascicolo RG 7423/2010), a fronte, invece, di produzione
documentale che dimostrava come l’iscrizione riguardasse unicamente l’altra
rapina. Né all’uopo poteva soccorrere l’avvenuto “aggiornamento” del registro
che risultava dal fascicolo, in quanto relativo unicamente alla trasmissione di un
verbale di sequestro del 25.11.2002, non attinente al fatto-reato per cui si
procede (il verbale di sequestro relativo alla odierna rapina, datato 26.11.2006,
venne “recuperato” successivamente soltanto in udienza preliminare dal GUP
avvalendosi dei poteri istruttori di cui all’art. 422 cod. proc. pen.), di talché, in
carenza di specifica iscrizione, gli atti di indagine formatisi a carico dell’imputato
– al di fuori del “suo procedimento” – non erano utilizzabili, né poteva ritenersi
possibile sanare tale illegittimità mediante l’avvenuto recupero di quegli atti
attraverso la loro produzione ed acquisizione nelle diverse fasi processuali (il
ricorrente non era mai stato iscritto per il fatto contestato nel registro degli
indagati e, per di più, il materiale di indagine non apparteneva, salvo che per tre
atti, al fatto contestato).
1.2.-1.3. Con il secondo e terzo motivo (trattati unitariamente) deduce il
vizio di motivazione ed erronea interpretazione degli artt. 415-bis e 507 cod.
proc. pen. Il mancato deposito unitamente alla richiesta di rinvio a giudizio di
gran parte della documentazione relativa alle indagini non integrava soltanto
un’ipotesi di inutilizzabilità degli atti non trasmessi ai fini della decisione, bensì
una causa di nullità dell’avviso di cui all’art. 415-bis cod. proc. pen. e della

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euro 1.800,00 di multa, con le pene accessorie di legge.

successiva richiesta di rinvio a giudizio (e degli atti conseguenti), essendosi
concretizzata una lesione del diritto di difesa (l’omessa produzione atteneva agli
atti essenziali dell’accusa). Inoltre, anche laddove si fosse trattato “soltanto” di
inutilizzabilità (per come affermato dalla stessa sentenza impugnata e dallo
stesso Tribunale nel rigettare la relativa eccezione), ciò avrebbe comunque
precluso al giudice di acquisire gli atti non depositati avvalendosi dei poteri cui
all’art. 507 cod. proc. pen. Il ricorso a tale strumento processuale da parte del

effettuati in occasione della rapina (salvo poi avvedersi che nessun rilievo tecnico
di indagine né fotografico né descrittivo vi era riguardo alle tracce ematiche
asseritamente rinvenute all’interno dell’istituto di credito, essendovi riprodotte
solo le fotografie dell’auto e delle tracce ematiche dei suoi sedili; dalla relazione
el maresciallo Vespi risultavano altri tre reperti – tamponi – contenuti insieme in
un’unica busta che “non erano riconducibili ad alcun supporto specifico”) – aveva
finito per stravolgere la stessa natura eccezionale dell’istituto, limitato alle prove
aventi natura decisiva e non in funzione ordinaria e “recuperato ria” di carenze e
lacune documentali attribuibili ad una parte processuale, con lesione dello stesso
principio di imparzialità del giudice. Né tantomeno il profilo di inutilizzabilità degli
atti non depositati era emendabile a seguito dell’accordo delle parti che, peraltro,
aveva riguardato soltanto i verbali di s.i. dei testi indicati in lista dal P.M.,
unitamente alla relativa nota di trasmissione si tali informazioni all’A.G.
1.4. Con il quarto motivo si deduce la violazione dell’art. 191 codice di rito
in relazione alle dichiarazioni rese dai testi Mameli e Fornasier ed erronea
applicazione degli artt. 192, commi 1 e 2 e 348 e 354 cod. proc. pen., oltreché
omessa motivazione in ordine all’assenza dei verbali di sopralluogo nei locali
dell’agenzia del Banco di Sardegna in San Giovanni Sergiu, rilevanti per la difesa
e non presenti in atti.
1.4.1. In particolare, quanto acquisito nel corso dell’udienza preliminare dal
GUP avvalendosi dei poteri integrativi di cui all’art. 422 cod. proc. pen. dava
conto della violazione del diritto di difesa stante la preponderante presenza nel
fascicolo allegato alla richiesta di rinvio a giudizio di atti estranei al reato per cui
si procede (vi erano, infatti, tutti gli atti relativi ad altra rapina commessa il
4.11.2002 ai danni del medesimo istituto di credito e, quanto alla rapina del
25.11.2002, soltanto la notizia di reato costituita da un fonogramma e il
provvedimento d restituzione dell’auto, una Alfa Romeo 164, che sarebbe stata
utilizzata dai rapinatori per raggiungere la banca e darsi alla fuga, nonché una
relazione biologica della polizia scientifica “apparentemente riconducibile al fatto

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Tribunale – il quale a tale fine aveva acquisito il fascicolo dei rilievi fotografici

in questione”; non vi era alcun verbale di sopralluogo da parte del personale che
effettuò i rilievi tecnici, i verbali di s.i. rilasciate dai dipendenti della banca, un
fascicolo di rilievi tecnici o fotografico, altri atti riconducibili al fatto per cui si
procede, un’autorizzazione del PM al conferimento dell’incarico per l’analisi dei
reperti). Peraltro, si trattava di atti preesistenti alla richiesta di rinvio a giudizio e
che non erano stati mai depositati (nota 27.12.2002 RIS di Cagliari; nota
19.12.2002 RONO; nota 6.11.2002 RONO; copia verbale di sequestro

né il verbale di sopralluogo, né quello dei rilievi tecnici, né il fascicolo fotografico
di dette operazioni), con la conseguenza che l’indagato non aveva potuto
conoscere gli atti di accusa nella sua interezza e tempestivamente. Inoltre,
errato era stato il ricorso da parte del giudice al meccanismo di integrazione
probatoria di cui all’art. 422 (peraltro limitato al verbale di sequestro relativo a
tracce ematiche ma sfornito degli atti presupposti, tra cui i verbali tecnici e
fotografici di sopralluogo e di prelievo compiuti presso l’istituto di credito
interessato dalla rapina), in quanto se ne erano stati stravolti i presupposti: da
istituto volto ad assumere prove decisive (e già individuate) ai fini del
proscioglimento e, dunque, in bonam partem, il G.U.P. ne aveva fatto un uso
contra l’imputato.
1.4.2. Analoga lesione del diritto di difesa si era poi verificata nel
dibattimento, in quanto la carenza documentale degli atti di indagine relativi al
fatto per cui si procede aveva, sin dal deposito della lista testi del P.M.
(incentrata su atti differenti ovvero su quel poco che era stato acquisito ovvero
diretta verso testi che in sede di udienza preliminare non aveva direttamente
svolto attività), precluso all’imputato di articolare un’effettiva difesa, trovandosi
costretto ad affrontare un dibattimento a “scatola chiusa”. Il Tribunale, poi,
anziché dichiarare la nullità della richiesta di rinvio a giudizio (salvo sentenziare
l’inutilizzabilità per gli atti non depositati), arginava la stessa sanzione di
inutilizzabilità adoperando la prerogativa di cui all’art. 507 cod. proc. pen. per
finalità, tuttavia, non consentite (ossia riqualificare un elemento

ab origine

viziato).
1.4.3. Peraltro, quanto acquisito al dibattimento (sull’accordo delle parti: i
verbali delle s.i.t. rese dal personale e dai clienti presenti alla rapina; ex art. 507
cod. proc. pen.: il fascicolo dei rilievi fotografici relativi all’autovettura Alfa 164,
nonché le stampe delle immagini di video-sorveglianza della rapina) mancava
comunque del fascicolo dei rilievi tecnici di indagine (né fotografico, né
descrittivo di tracce ematiche rinvenute all’interno dell’istituto di credito) ossia

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26.11.2002; tale attività del GUP non aveva comunque consentito di recuperare

del verbale di sopralluogo nei locali dell’agenzia afferente a rinvenimento e
asportazione di tracce biologiche ed inoltre non dava conto che uno dei rapinatori
si fosse ferito, di guisa che a tale fatto di rapina potessero ascriversi le tracce
ematiche in ipotesi rinvenute nell’autovettura che si sostiene essere stata
utilizzata per commettere il reato. Né tale lacuna probatoria poteva ritenersi
superata da quanto riferito dal teste di PG maresciallo Vespi esaminato nel corso
del giudizio di appello (questi aveva riferito di avere ricevuto per gli esami

specificata e tre ritagli di carta da filtri interessati da materiale ematico
riconducibile ad un istituto di credito non meglio specificato, né risultava
esattamente indicato in quale luogo dell’istituto di credito le tracce ematiche
fossero state rinvenute), il quale, peraltro, non aveva partecipato al sopralluogo
(di cui restava mancante il relativo verbale e, dunque, gli atti presupposti
costituiti dai rilievi fotografici, descrittivi, delle tracce ematiche, della loro esatta
localizzazione, forma, aspetto, nominativi e mezzi adoperati da coloro che le
asportarono, custodirono, ecc.). Né tale lacuna era altresì colmabile con quanto
dichiarato dai testi Mameli e Fornasier sentiti nel corso dell’udienza preliminare
(il primo per un verso aveva riferito su tracce papillari rinvenute all’interno
dell’autovettura, non utili per la comparazione e, per altro, su frammenti di
tappezzeria contenenti tracce ematiche ma senza precisare a quale autovettura
fossero tali frammenti riconducibili; il secondo, pur ribadendo di tracce ematiche
rinvenute all’interno dell’istituto di credito, non aveva saputo riferire altro). La
sentenza impugnata non avendo spiegato come era superabile il rilievo difensivo
che atteneva all’assenza del verbale di sopralluogo (attinente alla fase più
delicata consistente nell’individuazione e nella raccolta del materiale genetico
sulla scena del delitto) era dunque incorsa in vizio di motivazione, non potendosi
fare ricorso a mere supposizioni ove tale documentazione sia carente e lacunosa,
nonché attraverso il ricorso a diversi strumenti processuali (esame dei testi)
aveva altresì violato il principio di non sostituibilità degli atti processuali (SU n.
36747 del 2003; SU n. 28997 del 2012).
1.5. Con il quinto motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di
motivazione in ordine alla mancata rinnovazione da parte della Corte territoriale
(ordinanza del 2.11.2016) della perizia da estendersi all’analisi dei reperti
(asseritannente) riconducibili ai fatti di reato contestati sia agli esiti della perizia
disposta, ai sensi dell’art. 507 cod. proc. pen., dal Tribunale sulla estrazione del
DNA all’imputato (che aveva rigettato la richiesta della difesa di integrare il tema
di prova mediante lo svolgimento della perizia anche relativamente all’analisi

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frammenti di tappezzeria riconducibili alle sedute di un’autovettura non meglio

biologica sulle predette tracce). Pur dandosi atto della natura “neutra” della
prova disposta dalla Corte territoriale, si lamenta come sia stato precluso
all’imputato di avvalersi

(rectius

reclamare) della prova contraria con ciò

violando l’art. 495, comma 2, cod. proc. pen. e lo stesso principio del
contraddittorio per come espresso da molteplici norme processuali (artt. 220,
comma 1, 224, comma 2, 508, 468 cod. proc. pen.) e dallo stesso art. 111,
comma 3, Cost. La Corte territoriale aveva omesso di tener conto che

della non superfluità o meglio dell’utilità richiesto dall’art. 190 cod. proc. pen.
Invero, l’istanza – contrariamente a quanto affermato dalla Corte territoriale
secondo cui la difesa aveva omesso di spiegare perché non erano affidabili le
risultanze della perizia di ufficio (relazione Vespi) si basava su argomentazioni di
carattere scientifico concernenti in primo luogo il concetto di ripetibilità (al fine di
emarginare il rischio di falsi positivi entro margini statistici di insignificante
rilievo) ed in secondo luogo il metodo utilizzato (c.d. metodo manuale e visivo,
potendosi ampliare il numero delle regioni geniche oggetto di esame rispetto a
quelle “vigenti” all’epoca dell’accertamento, da ritenersi “datato” e a fronte di
un’analisi meccanica oggi in uso tale fa evitare i c.d. rischi di scivolamento),
posto che il dibattimento aveva comunque dimostrato le difficoltà di ricondurre
quelle tracce sia al luogo del reato sia al supposto ferimento di uno degli autori.
Peraltro, i periti avevano analizzato materiale biologico di certa provenienza
ossia quello prelevato dall’imputato e non da tracce lasciate sul luogo del reato,
essendo quest’ultime state esaminate soltanto dalla polizia scientifica, con quei
limiti di accertamento e di indagine di cui si è detto.
1.5.1. Nell’ambito del suddetto motivo il ricorrente affronta anche la
questione relativa all’accordo delle parti sulla acquisizione degli atti del fascicolo
del P.M. a quello del dibattimento. In particolare si osserva come il consenso
attenga al profilo dell’utilizzabilità degli atti, ma non precluda affatto alla parte la
possibilità di attivarsi ai fini di una loro confutazione e, dunque, di avanzare,
anche nel corso del dibattimento (e non dunque limitatamente nella fase di
deposito delle rispettive liste), richieste istruttorie a carattere integrativo (nella
specie la perizia ai sensi degli artt. 507 e 508 cod. proc. pen., potendo il giudice
esercitare tale potere anche con riferimento a quelle prove che le parti avrebbero
potuto chiedere e non hanno richiesto, volta non ad accertare il profilo biologico
dell’imputato).
1.5.2. In conclusione, nel corso dell’udienza preliminare si accertava che le
tracce di incerta riconducibilità (oltre ad non essere mai stata autorizzata

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l’estensione della prova peritale chiesta dalla difesa era rispettosa del criterio

l’analisi) erano state addirittura scambiate con quelle di altro reato; nel
dibattimento avevano conservato l’incerta riconducibilità e l’avevano
parzialmente recuperata solo nei fotogrammi relativi all’auto (ma non certo nelle
metodiche di asportazione e conservazione e refertazione assicurate) e nulla si
sa delle tracce sui locali dell’Agenzia dell’istituto di credito. Ciò avrebbe dovuto
determinare l’assoluzione dell’imputato.
1.6. Con il sesto motivo si deduce il travisamento della prova, nonché

prova (art. 191, commi 1 e 2, cod. proc. pen.) in relazione alla ritenuta
responsabilità dell’imputato: i periti pur avendo tracciato il profilo dell’imputato,
non avevano ripetuto l’esame dei reperti provenienti dall’autovettura e di quelli
asseritamente riconducibili all’agenzia rapinata; il maresciallo Vespi non ha
tipizzato il DNA dell’imputato, ma solo le tracce, pur avendone assicurato la
ripetibilità (e non consentito all’imputato di confutare o sottoporre a falsificazione
la prova scientifica); mancava un verbale di sopralluogo con la conseguenza che
non vi era alcuna garanzia che fossero state osservate le regole di ricerca,
prelievo e refertazione. La prova scientifica non era idonea ad assumere
autonoma valenza dimostrativa, ma andava coadiuvata da altri elementi. E sul
punto la sentenza impugnata andava censurata non avendo fatto corretta
applicazione della regola di valutazione probatoria di cui all’art. 192, comma 2,
codice di rito. Del tutto suggestiva e congetturale era la circostanza, asseverata
dal giudice di primo grado con l’uso dell’avverbio “verosimilmente” (poi corretto
dalla Corte territoriale), che uno dei rapinatori si fosse ferito durante la rapina e,
in particolare, con i vetri che erano stati rotti, posto che nessun rilievo o foto
dava contezza della presenza di tracce di tipo ematico (non ne avevano riferito i
testi; di tracce ematiche rinvenute sul luogo del reato ne parlavano soltanto i CC
in una comunicazione di notizia di reato e in un verbale di sequestro, del tutto
generici e sforniti di riscontri, anche con riguardo all’esatta loro localizzazione nulla sul punto era stato riferito dal maresciallo Vespi al dibattimento non avendo
egli partecipato al sopralluogo; non vi erano fotografie che dessero contezza di
supposta sostanza ematica all’interno dell’istituto; né parimenti ciò era dato
scorgere in quelle estrapolate dalle fotografie delle riprese filmate della videosorveglianza acquisite ex art. 507 cod. proc. pen.). Né per colmare tale lacuna
probatoria era possibile rifarsi al fatto che l’imputato non avesse fornito
un’ipotesi alternativa, in palese violazione della presunzione di non colpevolezza
e della regola del ragionevole dubbio. Insomma se tracce ematiche erano state

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l’omessa e contraddittorietà della motivazione e la violazione dei criteri della

effettivamente scorte non si poteva neppure escludere che potessero essere
state lasciate da altri soggetti.
1.6.1. Sul capo c) dell’imputazione relativo alla ricettazione dell’Alfa Romeo
164, deduce il vizio di motivazione essendosi omessa alcuna indicazione della
rationes per le quali il veicolo sarebbe stato utilizzato per commettere la rapina,
mancando, invece, alcun elemento di prova che i rapinatori utilizzarono un auto
per giungere o solo per fuggire dal luogo della rapina (né al riguardo poteva

rapinatori fuggirono con un auto sconosciuta”, trattandosi di informazioni resa da
soggetti non presenti sul luogo al momento del fatto e non suffragata da alcun
dato processuale di sostegno). Nessun teste aveva riferito di un’auto utilizzata
per commettere la rapina, il veicolo era stato rinvenuto il giorno successivo
distante alcuni chilometri (stessa provincia e zona geografica) e risultò rubato
una decina di giorni prima nella stessa zona ove fu rinvenuta (dato neutro). Né
elementi confermativi dell’accusa potevano trarsi dal fatto che l’imputato fosse
all’epoca latitante e si suppone si trattenesse in quella zona, ovvero nelle
descrizioni rese dai testimoni oculari al fatto (la teste Floris precisò che il
rapinatore aveva sopracciglia folte e carnagione scura; il Tribunale non ritenne
ciò incompatibile con le fattezze dell’imputato direttamente percepite in udienza
dopo tanti anni; sopracciglia non folte e carnagione non scura). NB il Tribunale fa
riferimento anche ad altri tratti distintivi (altezza e accento dei rapinatori).
1.7. Con il settimo motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio
di motivazione in ordine al trattamento sanzionatorio e alla mancata concessione
delle circostanze attenuanti generiche, soprattutto in ragione del comportamento
collaborativo dell’imputato, il quale aveva comunque prestato il consenso
all’acquisizione di atti di indagine non depositati, pur nella evidente
compressione dei suoi diritti di difesa. Inoltre, il giudice del merito non aveva
apprezzato il lungo tempo trascorso da dopo la commissione del reato (12 anni),
con ciò disattendendo anche il principio della finalità rieducativa della pegna che
deve orientare il giudice anche nella determinazione del trattamento
sanzionatorio.
1.8. Con l’ottavo motivo deduce il vizio di motivazione con riguardo al
mancato riconoscimento della continuazione con il fatto di cui alla sentenza del
Tribunale di Camerino (rapina commessa in Toscana in data 2.5.2002),
trattandosi di fatti che possono ricondursi ad un unico disegno criminoso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

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soccorrere la generica indicazione contenuta nelle note dei CC secondo cui “i

1.1.

Manifestamente infondata è la censura relativa alla mancata

iscrizione della notizia di reato del fatto per cui si procede (e alla conseguente
inutilizzabilità degli atti di indagine compiuti), risultando la dedotta omissione
smentita dalle risultanze processuali. Al riguardo, la sentenza impugnata ha
evidenziato come tale questione venne risolta nel corso dell’udienza preliminare
ove si accertò che l’iscrizione relativa alla rapina per cui si procede venne

pregiudizio addirittura idoneo ad assurgere ad ipotesi di nullità la circostanza che
sotto un medesimo numero di registro generale risultassero iscritti due reati, tra
l’altro commessi a distanza di poche settimane e analoghi per natura e obiettivi
presi di mira. Correttamente è stato rilevato dalla Corte territoriale che nessuna
disposizione impone l’attribuzione di un autonomo numero di registro. Peraltro,
la doglianza posta è anche inammissibile poiché non si confronta con le
argomentazioni spese sul punto dalla Corte d’appello. In tema di ricorso per
cassazione, sono inammissibili i motivi che si limitano a riprodurre le censure
dedotte in appello, anche se con l’aggiunta di frasi incidentali di censura alla
sentenza impugnata meramente assertive ed apodittiche, laddove difettino di
una critica argomentata avverso il provvedimento “attaccato” e l’indicazione
delle ragioni della loro decisività rispetto al percorso logico seguito dal giudice di
merito (Sez. 6, n. 8700 del 21/1/2013, Rv. 254584). Con la conseguenza che
l’eventuale non tempestività dell’iscrizione non rileva ai fini dell’efficacia e
dell’utilizzabilità degli atti di investigazione svolti. Il termine di durata delle
indagini preliminari decorre, infatti, dalla data in cui il pubblico ministero ha
iscritto, nel registro delle notizie di reato, il nome della persona cui il reato è
attribuito, senza che al G.i.p. sia consentito stabilire una diversa decorrenza,
sicché gli eventuali ritardi indebiti nella iscrizione, tanto della notizia di reato che
del nome della persona cui il reato è attribuito, pur se abnormi, sono privi di
conseguenze agli effetti di quanto previsto dall’art. 407, comma 3, cod. proc.
pen., fermi restando gli eventuali profili di responsabilità disciplinare o penale del
magistrato del pubblico ministero (nella specie non ravvisabili) che abbia
ritardato l’iscrizione (Sez. un., n. 40538 del 24/9/2009, Rv. 244376).
1.2. Manifestamente infondata è anche la dedotta nullità dell’avviso di
conclusione della indagini preliminari e della successiva richiesta di rinvio a
giudizio per mancato deposito di alcuni atti di indagine preliminare. Al riguardo,
infatti, è risolutiva la considerazione del fatto che non si verte comunque in
ipotesi di nullità rispetto all’avviso di conclusione delle indagini. Parimenti, a

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effettuata in data 7/6/2010 e certamente non vale a determinare alcun

proposito della successiva richiesta di rinvio a giudizio, data la precisa definizione
dell’editto di accusa contenuto in quell’avviso e, dall’altro, l’esplicazione piena
delle prerogative difensive nel successivo contraddittorio sia nell’udienza
preliminare che nel corso del dibattimento. Questa Corte ha in proposito più
volte affermato come detta omissione comporti soltanto l’inutilizzabilità degli atti
interessati, tanto che il provvedimento dichiarativo della nullità sarebbe abnorme
comportando l’indebita regressione del procedimento (Sez. 4, n. 26867

la questione di legittimità costituzionale degli artt. 415-bis e 416 cod. proc. pen.,
in riferimento agli artt. 24, 101, 102 e 111 Cost., per la parte in cui
consentirebbero al pubblico ministero di estrapolare alcuni atti dal fascicolo da
depositare non sanzionando detto comportamento con la nullità d’ordine
generale per violazione dei diritti di difesa, dal momento che la previsione della
inutilizzabilità dell’atto non depositato costituisce adeguata sanzione a tutela dei
diritti della difesa (Sez. 2, n. 29573 del 7/7/2006, Rv. 234968). Né riflessi
negativi possono ravvisarsi rispetto alla facoltà di scelta dei riti alternativi, dal
momento che in sede di udienza preliminare ebbe luogo un’integrazione
probatoria (si parla in sentenza di “arricchimento probatorio anche testimoniale”)
che consentì alla difesa di assumere ogni consapevole decisione con cognizione
piena degli elementi a carico dell’imputato.
1.3. Infondata è invece la censura di nullità dell’ordinanza con cui il
Tribunale, ai sensi dell’art. 507 cod. proc. pen., ha acquisito atti in certa misura
riferibili a quelli inutilizzabili per mancato tempestivo deposito da parte del
pubblico ministero. Al riguardo il giudice di appello si è correttamente richiamato
alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui in tema di istruzione
dibattimentale, il potere del giudice di disporre anche di ufficio l’assunzione di
nuovi mezzi di prova, ove risulti assolutamente necessario, ai sensi dell’art. 507
cod. proc. pen., non può essere limitato dal principio della “discovery”, che opera
esclusivamente nei rapporti fra le parti. (Nella fattispecie, il Tribunale aveva
disposto l’acquisizione, ai sensi dell’art. 507 cod. proc. pen., quali atti irripetibili,
di fotografie formate da un teste di P.G. nell’imminenza dell’udienza in cui
doveva essere esaminato, e, quindi non presenti nel fascicolo del pubblico
ministero, attraverso la stampa di immagini estrapolate dal filmato che aveva
documentato un servizio di osservazione, pedinannento e controllo effettuato
durante le indagini; Sez. 2, n. 13938 del 18/2/2014, Rv. 259710). Poiché il
processo è teso alla ricerca della verità resta quindi integro il potere del giudice
di disporre quelle prove decisive che servono a stabilire la verità, anche con

lo

dell’8/6/2006, Rv. 234810). Parimenti è stata ritenuta manifestamente infondata

riguardo a quelle prove, in ipotesi, non presenti nel fascicolo del pubblico
ministero (Corte cost., sent. 26/3/1993, n. 111). E tale principio opera anche
nella vigenza del nuovo art. 111 Cost., per come precisato dalle stesse Sezioni
unite, secondo cui il giudice può esercitare il potere di disporre d’ufficio
l’assunzione di nuovi mezzi di prova, previsto dall’art. 507 cod. proc. pen., anche
con riferimento a quelle prove che le parti avrebbero potuto richiedere e non
hanno richiesto. (La Corte ha affrontato la questione alla luce della nuova

l’esercizio di tale potere sono l’assoluta necessità dell’iniziativa del giudice, da
correlare a una prova avente carattere di decisività, e il suo essere circoscritto
nell’ambito delle prospettazioni delle parti, la cui facoltà di richiedere
l’ammissione di nuovi mezzi di prova resta, peraltro, integra ai sensi dell’art.
495, comma 2, cod. proc. pen.; Sez. un., n. 41281 del 17/10/2006, Rv. 234907;
Sez. 3, n. 38222 del 25/5/2017, Rv. 270802).
Nel caso in esame, poi, va anche escluso che l’esercizio di un tale potere
abbia risposto ad una mera esigenza di carattere “recuperatorio” di un atto
inutilizzabile, in quanto l’esercizio del potere integrativo da parte del Tribunale è
avvenuto d’ufficio all’esito dell’istruttoria dibattimentale, proprio in ragione dei
temi di prova che erano stati indotti dalle parti e alla luce delle loro
argomentazioni in ordine alla mancata completezza ed esaustività di quanto
acquisito al processo (sul punto proprio le stesse doglianze espresse dalla difesa
rispetto al compendio probatorio disponibile ai fini del decidere) e ciò anche
nell’ottica di una pronuncia in favor dell’imputato. Lo strumento di cui all’art. 507
cod. proc. pen. ha quindi svolto in pieno la sua funzione di completamento
istruttorio, risultando correlato al parametro della “necessità” ai fini del decidere
e come tale motivatamente impiegato anche nel caso in esame.
1.4. Il quarto motivo di ricorso è in parte inammissibile e in parte
infondato. Anzitutto, va evidenziato come la doglianza, per come si ricava dalla
stessa esposizione in fatto, si riferisca ad una pluralità di profili. La rubrica del
motivo, infatti, fa riferimento alla violazione dell’art. 191 codice di rito in
relazione alle due deposizioni testimoniali acquisite nel corso dell’udienza
preliminare ai sensi dell’art. 422 cod. proc. pen., e poi degli artt. 192 e di altre
disposizioni (artt. 348 e 354 cod. proc. pen.) in relazione all’assenza del verbale
di sopralluogo operato dopo la rapina. Poi lo sviluppo dell’argomentazione
difensiva pone in evidenza, dapprima, il percorso processuale caratterizzato
dall’errore iniziale di indicazione, in un atto di polizia giudiziaria, tra le due rapine
occorse all’istituto di credito a breve distanza di tempo, per poi ribadire la

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formulazione dell’art. 111 Cost. ed ha ritenuto che condizioni necessarie per

censura – già esaminata nel ricorso – riguardo la non compiuta conoscenza
iniziale degli elementi di indagine disponibili e, dunque, ancora una volta
coinvolgendo la legittimità dell’avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. e di quelli
successivi. In prospettiva ulteriore, riprende poi i rilievi di cui alla rubrica rispetto
all’integrazione probatoria disposta dal G.U.P. in sede di udienza preliminare.
Tanto premesso, al di là del rilievo che può muoversi alle modalità di
esposizione sistematica dei suddetti motivi, in contrasto anche con i principi di

cassazione e C.N.F. del 17/12/2015 e richiamate quanto alle questioni relative al
deposito degli atti e all’esercizio dell’azione penale le considerazioni svolte nei
precedenti paragrafi, la doglianza relativa alla mancata corrispondenza della
scansione processuale in tema di prova a quella che è l’ordinaria sequenza
definita dal codice di rito (avere fatto ricorso allo strumento di integrazione delle
prove di cui all’art. 422 anziché a quello “ordinario” di cui all’art. 421-bis), è
inammissibile in quanto potrebbe dare luogo a rilievi nella presente sede soltanto
ove configurasse vizi di legittimità o ipotesi di nullità procedimentali che non è
dato scorgere. Peraltro, l’avvenuta integrazione probatoria disposta dal GUP ai
sensi dell’art. 422 codice di rito si poneva, nel momento dell’adozione
dell’ordinanza, in linea con quelle che erano le risultanze emergenti dagli atti di
indagine sino allora acquisiti e, soprattutto, teneva conto dei rilievi sulla
completezza ed univocità degli elementi di prova ai fini del rinvio a giudizio
sollevate dalla difesa e, dunque, era volta a verificare l’esistenza di una lacuna
che, in ipotesi, avrebbe potuto portare all’emanazione della sentenza di non
luogo a procedere.
Con riferimento, poi, all’asserita incertezza sulla provenienza dei reperti
sottoposti ad analisi, stante l’assenza del verbale di sopralluogo redatto secondo
i crismi della specificità che debbono caratterizzare un tale atto di indagine, si
tratta di tema incombente sul processo che caratterizza più volte le censure
mosse nel ricorso ma pienamente risolto sia dal Tribunale e ripreso
analiticamente dalla Corte di appello con un esame delle risultanze documentali e dichiarative – che conducono ad escludere ogni incertezza sia
circa la provenienza dei reperti dall’autovettura utilizzata dai rapinatori e dallo
stesso luogo ove è stata perpetrata la rapina per cui si procede, sia circa
l’autonoma trasmissione degli stessi al laboratorio di investigazioni scientifiche,
anche con espresso chiarimento della sfasatura medio tempore verificatasi con
l’inversione delle indicazioni dei reperti, poi ricondotti, anche nel risultato finale
ai reperti di rispettiva provenienza che, per tipologia, non consentivano alcuna

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sinteticità e chiarezza di cui allo stesso protocollo di intesa tra Corte di

confusione con gli altri reperti ascrivibili all’altra precedente rapina. Ma ciò che
interessa in questa sede rilevare è che la doglianza sollevata dal ricorrente non
evidenzia alcun vizio di legittimità rilevante nella procedura o di irregolarità che,
in ipotesi, siano sanzionate con la nullità. Ciò che viene in “questione” invece è
semmai il carattere esauriente della ricostruzione probatoria e su questo
versante il giudizio della Corte di appello – oltre a costituire un apprezzamento di
merito circa il carattere convincente della concatenazione di atti – è esaustivo e,

idoneo a dimostrare l’insussistenza di alcun dubbio, nonostante quell’unico dato
– cui si aggancia lo sforzo difensivo – costituito dalla non presenza del verbale di
sopralluogo, del quale e tramite la documentazione dell’intervenuto sequestro e
tramite la lista ulteriore di elementi indicati in sentenza, la Corte territoriale ha
ricavato la sua conclusione assolutamente certa e “tranquillizzante” sul punto,
così “emendando” l’errore

in cui era caduto il giudice di primo grado che a tale

verbale aveva fatto riferimento. Va, infatti, riconosciuto al giudice di seconde
cure la possibilità di integrare la motivazione del giudice di primo grado,
trattandosi nel caso in esame di questione oggetto del devoluto. Il potere di
annullamento della sentenza impugnata, tipico della giurisdizione di legittimità, è
esercitato in appello nei soli casi previsti dall’art. 604 cod. proc. pen. Al di fuori
di queste ipotesi tassative, in cui non trova collocazione quella della carenza, sia
pur totale, di motivazione, si applicano i principi di conservazione degli atti e di
economia processuale, in forza dei quali è riconosciuto al giudice di appello il
potere di sostituirsi, nella valutazione del fatto al giudice di primo grado,
mediante la correzione, la integrazione e, persino, la integrale redazione della
motivazione (Sez. 3, n. 4562 del 21/2/1994, Rv. 197335; Sez. 4, n. 40724 del
15/6/2017).
Riguardo, altresì, all’asserita violazione del diritto di difesa, la censura è
anzitutto in parte genericamente enunciata facendo riferimento ad una mera
preclusione per l’imputato di articolare efficacemente i mezzi di prova, stante la
carenza di elementi probatori a sostegno del rinvio a giudizio, a fronte, invece,
delle specifiche prerogative previste in tema di prova a favore delle parti dalle
disposizioni dibattimentali, non solo al momento del deposito delle liste, ma
anche successivamente allorché la parte dimostri di non averle potute indicare
tempestivamente (art. 493, comma 2, cod. proc. pen.) e salva la possibilità di
concordare l’acquisizione di atti contenuti non solo nel fascicolo del pubblico
ministero ma anche della documentazione relativa all’attività di investigazione
difensiva e di sollecitare il giudice ad acquisire prove a favore ex officio.

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può, dunque in questa sede interamente richiamarsi (pagg. 39-43), perché

1.5. Resta, pertanto, il rilievo relativo alla mancata ammissione nel corso
del giudizio di appello di una perizia richiesta dalla difesa. Sul punto, va
rammentato che il giudizio compiuto dal giudice del merito che ha portato al
rigetto dell’istanza, tiene necessariamente conto dei risultati di “tranquillizzante”
certezza sui prelievi e poi sul percorso compiuto dai reperti provenienti dal luogo
della rapina e dall’autovettura che costituiscono, dunque, i legittimi presupposti
del ragionamento seguito, unitamente a quello ulteriore, dato dell’altrettanto

esaminati da uno specialista – sottufficiale del RIS di Roma – specificamente
incaricato di quelle indagini nell’ambito dell’istituzione di appartenenza e i cui
risultati furono quindi veicolati al pubblico ministero, entrando poi
legittimamente nel materiale probatorio del presente processo con il consenso
delle parti. E’ dunque questo lo “scenario” su cui si innesta l’osservazione della
Corte territoriale sulla non necessità della perizia ulteriormente richiesta su quei
reperti dalla difesa. Trattasi, all’evidenza, di una decisione in proposito fondata
sulla considerazione che nessuna emergenza – neanche relativa al progresso
scientifico medio tempore verificatosi – induce a sospettare che i risultati delle
analisi del RIS potessero costituire dei “falsi positivi” e/o non essere dotate della
indispensabile univocità in termini di resa statistica (sulla natura di prova degli
esiti dell’indagine genetica conodtta sul DNA vedi Sez. 2, n. 43406 del 1/6/2016,
Rv. 268161). A ciò va, poi, aggiunto un articolato argomentare della Corte di
appello sul fatto che un nuovo prelievo del DNA dai reperti provenienti dalla
rapina non presentava affatto carattere di necessità a fronte di risultati di
probabilità statistica assimilabili al grado di certezza, tanto da fare ritenere in
conclusione motivatamente l’assoluta inutilità della nuova indagine peritale
domandata dalla difesa. Il motivo di ricorso spiegato sul punto, dunque, non fa
che proporre in questa sede la riapertura della discussione su un punto che,
invece, la Corte territoriale ha definito in modo specifico, in virtù di un
ragionamento che non appalesa alcun profilo di illogicità, tantomeno manifesta.
Deve, infatti, evidenziarsi che nel giudizio d’appello la rinnovazione
dell’istruttoria dibattimentale, è subordinata alla verifica dell’incompletezza
dell’indagine dibattimentale e alla conseguente constatazione del giudice di non
poter decidere allo stato degli atti senza una rinnovazione istruttoria e tale
accertamento comporta una valutazione rimessa al giudice di merito che, se
correttamente motivata come nel caso in esame, è insindacabile in sede di
legittimità (Sez. 4 n. 18660 del 19/2/2004, Montanari, Rv. 228353; Sez. 3 n.
35372 del 23/5/2007, Panozzo, Rv. 237410; Sez. 3 n. 8382 del 22/1/2008,

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certezza – puntualmente argomentata in sentenza – del fatto che i reperti furono

Finazzo, Rv. 239341). In tema di ricorso per cassazione, può essere quindi
censurata la mancata rinnovazione in appello dell’istruttoria dibattimentale
qualora si dimostri l’esistenza, nell’apparato motivazionale posto a base della
decisione impugnata, di lacune o manifeste illogicità, ricavabili dal testo del
medesimo provvedimento e concernenti punti di decisiva rilevanza, le quali
sarebbero state presumibilmente evitate provvedendosi all’assunzione o alla
riassunzione di determinate prove in appello (Sez. 6, sent. n. 1400 del

correttamente fatto riferimento, con adeguata motivazione, alla non necessarietà
di alcun ulteriore accertamento tecnico in ragione anche dell’univocità ed
integrità dei risultati già acquisiti al processo. Tale motivata conclusione esclude
quindi che a fondamento del rigetto abbia assunto valenza decisiva l’ulteriore
rilevo, avanzato nei motivi di ricorso, costituito dall’avere la Corte territoriale
fatto anche riferimento al consenso espresso dalla difesa all’acquisizione degli
atti tra i quali quelli relativi alla consulenza tecnica disposta dal pubblico
ministero (consenso che di per sé avrebbe reso superflua la rinnovazione). Il
rigetto della richiesta di perizia si fonda in primis sulla non necessarietà di tale
ripetuta indagine e, dunque, il consenso alla sua acquisizione non rileva quale
acquiescenza al risultato – sempre criticabile dalle parti – ma unicamente quale
legittimo parametro probatorio di riferimento per decidere sulla fondatezza
dell’istanza avanzata dalla difesa. Il motivo proposto è, dunque, infondato.
1.6. Il sesto motivo riprende in vario modo questioni già trattate (l’assenza
del verbale di sopralluogo, la non ammissione di una nuova perizia) per poi
volgere l’attenzione alla constatazione della prova che uno dei rapinatori si fosse
ferito durante l’azione e, dunque, che le tracce rilevate nella banca e
nell’autovettura potessero a ciò riconnettersi. Nello sviluppo del motivo, poi, si
discute ancora della valenza indiziaria della descrizione e dei caratteri somatici
dell’imputato e pure della correlazione tra l’autovettura e la rapina. Per
l’ennesima volta, però, il motivo non fa altro che riprodurre quanto già
sottoposto alla Corte di appello e ampiamente trattato nella sentenza impugnata,
incorrendo in profili di inammissibilità (sull’inammissibilità del ricorso per
cassazione fondato su motivi che si risolvono nella ripetizione di quelli già dedotti
in appello, motivatamente esaminati e disattesi dalla corte di merito, dovendosi i
motivi stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto non
assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di
ricorso, vedi Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, Rv. 231708, Sez. 2, n. 36406 del
27/06/2012, Rv. 253893).

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22/10/2014, Rv. 261799). E nel caso di specie, per quanto sopra osservato, si è

Interessa qui però rilevare la stretta concatenazione logica del
ragionamento della Corte territoriale, cioè la significatività delle tracce ematiche
sul luogo della rapina per l’attribuzione delle stesse ad un soggetto che presenti
le medesime caratteristiche genetiche estratte dal reperto rinvenuto
sull’autovettura che, di conseguenza, diviene logicamente e fattualmente (stante
il rinvenimento a breve distanza temporale dal fatto), quella utilizzata dai
rapinatori per giungere sul luogo del delitto e per darsi alla fuga. Ciò, pertanto,

carico all’imputato di dimostrare la propria innocenza, ma si è legittimamente e
razionalmente osservato come l’assenza di alcuna giustificazione alternativa della
presenza delle sue tracce biologiche sulla scena del delitto, rendesse del tutto
univoca la prova d’accusa anche in ragione dell’assenza di elementi (difensivi) di
segno contrario, legittimamente introdotti dalla difesa avvalendosi della facoltà a
discarico di cui agli artt. 493, comma 2, e 503 cod. proc. pen. Pertanto, quella
che la Corte territoriale chiama la “concordanza” con il sangue lasciato sulla
macchina utilizzata per la fuga, chiude effettivamente il cerchio espressione
utilizzata nella sentenza impugnata che ben contrasta l’argomentazione difensiva
anche a proposito della contestata responsabilità per il delitto di ricettazione.
Esclusivamente di merito risultano, poi, le altre deduzioni svolte nel
motivo, in quanto con esse il ricorrente propone, invero, una rilettura degli
elementi fattuali non consentita in questa sede. Sono infatti precluse alla Corte
di legittimità sia la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento delle
decisione impugnata che l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di
ricostruzione e valutazione dei fatti, dovendosi essa limitare al controllo se la
motivazione dei giudici di merito sia intrinsecamente razionale e capace di
rappresentare e spiegare l’iter logico seguito (Sez. Un., sent. n. 12 del
31/5/2000, Jakani, Rv. 216260). Secondo il costante insegnamento di questa
Suprema Corte nel giudizio di legittimità rimane comunque esclusa la possibilità
di una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella
effettuata dal giudice di merito (Sez. 2, n. 31978 del 14/06/2006, Rv. 234910).
Parimenti è a dirsi riguardo il paventato vizio di motivazione sollevato sotto il
profilo del travisamento della prova: in tema di motivi di ricorso per cassazione,
il vizio di travisamento della prova, desumibile dal testo del provvedimento
impugnato o da altri atti del processo purché specificamente indicati
dal ricorrente, è ravvisabile ed efficace solo se l’errore accertato sia idoneo a
disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione
per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio, fermi

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non determina alcuna inversione dell’onere della prova, perché non si è fatto

restando il limite del “devolutum” in caso di cosiddetta “doppia conforme” e
l’intangibilità della valutazione nel merito del risultato probatorio
(Sez. 6, Sentenza n. 5146 del 16/01/2014, Rv. 258774). Viceversa, per come
già osservato, dalla lettura della sentenza della Corte territoriale non emergono,
nella valutazione delle prove, evidenti illogicità, risultando, invece, l’esistenza di
un logico apparato argomentativo sulla base del quale si è pervenuti alla
conferma della sentenza di primo grado con riferimento alla responsabilità

esame da parte della Corte di legittimità (Sez. Un. n. 12 sent. del 31/5/2000,
Rv. 216260; Sez. Un. n. 47289 del 24.9.2003, Rv. 226074).
1.7. Manifestamente infondati sono, infine, i motivi in tema di trattamento
sanzionatorio. La graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle
diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella
discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena
base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne
discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad
una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia
frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013
– 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre.
Invero, una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena
irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è
necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di
quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei
criteri di cui all’art. 133 cod. pen. le espressioni del tipo: ‘pena congrua’, ‘pena
equa’ o ‘congruo aumento’, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla
capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596).
Nel caso di specie, peraltro, i giudici di merito hanno compiutamente dato atto
dei molteplici elementi attinenti sia alla gravità del reato che alla pericolosità
sociale che ostano alla concessione delle invocate attenuanti generiche e
giustificano la misura della pena inflitta. Hanno anche confutato, motivatamente,
la rilevanza ai fini di un trattamento sanzionatorio più favorevole degli elementi
positivi indicati dalla difesa. Tutto ciò preclude qualsiasi esame in sede di
legittimità.
1.8. Inammissibile poiché del tutto generico è, invece, il motivo sulla
continuazione, difettando sia una specifica critica agli argomenti utilizzati dalla
Corte territoriale per escludere l’unicità del disegno criminoso sia la specifica
indicazione degli elementi fondanti la richiesta di applicazione del cumulo

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dell’imputato in ordine al fatto ascrittogli. Tutto ciò preclude qualsiasi ulteriore

giuridico. La mancanza nella censura dei requisiti prescritti dall’art. 581 cod.
proc. pen. – compreso quello della specificità dei motivi – rende l’atto medesimo
inidoneo ad introdurre il nuovo grado di giudizio ed a produrre, quindi,
quegli effetti cui si ricollega la possibilità di emettere una pronuncia diversa
dalla dichiarazione di inammissibilità (Sez. 1 n. 5044 del 22/4/1997, Pace, Rv.
207648).
2. Al rigetto del ricorso consegue ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen. la

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 13/12/2017

Il Consigliere estensore
Gio LIU Ar

i

condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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