Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 575 del 29/11/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 575 Anno 2018
Presidente: SAVANI PIERO
Relatore: LIBERATI GIOVANNI

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
CANNAVO’ GIACOMO nato il 12/06/1965 a MESSINA

avverso la sentenza del 20/02/2017 della CORTE APPELLO di MESSINA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere GIOVANNI LIBERATI;

Data Udienza: 29/11/2017

RITENUTO IN FATTO
Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte d’appello di Messina ha assolto
Giacomo Cannavò dai reati di cui agli artt. 44, lett. b), 93, 94 e 95 d.P.R. 380/2001,
perché il fatto non sussiste, e ne ha confermato la condanna in relazione al reato di cui
all’art. 349, comma 2, cod. pen., rideterminando la relativa pena in mesi otto di
reclusione.
Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, eccependo

cod. proc. pen., essendo mancante l’esposizione delle ragioni di fatto della decisione e
delle prove poste a base della stessa.
Ha lamentato ulteriore violazione di legge in relazione alla mancanza di prova
della sua responsabilità e alla esclusione dello stato di necessità, in considerazione delle
necessità abitative alle quali era legata la condotta, avendo posto in essere la violazione
di sigilli solamente per completare le opere che, se non ultimate, avrebbero arrecato
gravi danni alla propria famiglia.
Ha lamentato anche il diniego della prevalenza delle circostanze attenuanti
generiche sulle aggravanti contestate e la esclusione della continuazione tra le varie
violazioni di sigilli poste in essere.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso, peraltro riproduttivo dei motivi d’appello, è manifestamente infondato.
La doglianza di mancanza assoluta di motivazione è manifestamente infondata,
avendo la Corte territoriale esaminato le doglianze sollevate con l’atto d’appello, tenendo
conto della pacifica prosecuzione dei lavori edili nonostante l’apposizione dei sigilli
all’opera in corso di realizzazione e della, altrettanto pacifica, veste di custode
dell’imputato, interessato alla ultimazione dell’opera, cosicché la motivazione risulta
adeguata rispetto alle doglianze in concreto sollevate, non essendo stata affermata
nell’atto d’appello l’estraneità dell’imputato al fatto residuo di violazione di sigilli
addebitatogli.
Anche la censura relativa alla esclusione dello stato di necessità è
manifestamente infondata, in quanto tale esimente può essere invocata solo in relazione
ad un pericolo attuale e transitorio di danno grave alla persona, e non per sopperire alla
necessità di trovare o ultimare un alloggio al fine di risolvere in via definitiva le esigenze
abitative del proprio nucleo familiare (Sez. 2, n. 9655 del 16/01/2015, Cannalire, Rv.
263296; Sez. 6, n. 28115 del 05/07/2012, Sottoferro, Rv. 253035); ne consegue, sulla
base della stessa prospettazione del ricorrente, che correttamente è stata esclusa la
sussistenza di tale scriminante, in quanto le esigenze abitative delle famiglie sono
salvaguardate dall’ordinamento mediante il sistema dell’edilizia popolare o convenzionata
e quelle di tutela della salute, comprese quelle dei figli, attraverso l’assistenza sanitaria,

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la nullità della sentenza per mancanza di motivazione e violazione degli artt. 546 e 125

e non consentono dunque di ravvisare un pericolo attuale di danno grave alla persona
tale da legittimare la violazione dei sigilli allo scopo di realizzare o completare un
immobile abusivo da destinare ad abitazione familiare.
Quanto al vizio di insufficienza della motivazione in ordine al giudizio di
bilanciamento tra le circostanze, che la Corte territoriale ha condiviso con il Tribunale in
considerazione della gravità del fatto, stante la veste di custode del ricorrente, in tale
motivazione non vi è alcuna manifesta illogicità o carenza sindacabile in questa sede.

bilanciamento di circostanze eterogenee è sufficiente che il giudice dimostri di avere
considerato ed esaminato gli elementi enunciati nell’art. 133 cod. pen. e gli altri dati
significativi, apprezzati come assorbenti o prevalenti su quelli di segno opposto, essendo
sottratta al sindacato di legittimità, in quanto espressione del potere discrezionale nella
valutazione dei fatti e nella concreta determinazione della pena demandato al giudice di
merito, la motivazione sul punto quando sia aderente ad elementi tratti obiettivamente
dalle risultanze processuali e sia, altresì, logicamente corretta (Sez. 2, n. 3610 del
15/01/2014, Manzari, Rv. 260415; Sez. 1, n. 3163 del 28.11.1988, Rv 180654).
Anche la censura in ordine al diniego della configurabilità della continuazione tra
i vari episodi di violazione di sigilli è manifestamente infondata, avendo la Corte
territoriale, in assenza di ulteriori elementi, escluso la ravvisabilità di una unitaria iniziale
risoluzione criminosa, contemplante la violazione dei sigilli apposti all’immobile abusivo in
corso di completamento ogniqualvolta gli stessi vi fossero stati apposti. Occorre, infatti,
pur sempre la prova della anticipata e unitaria ideazione di più violazioni della legge
penale, già presenti nella mente del reo nella loro specificità, da trarsi, di regola, da indici
esteriori che siano significativi, alla luce dell’esperienza, del dato progettuale sottostante
alle condotte poste in essere (Sez. 4, n. 16066 del 17/12/2008, Di Maria, Rv. 243632),
tenendo conto del fatto che l’omogeneità delle violazioni e la contiguità temporale di
alcune di esse, seppure indicative di una scelta delinquenziale, non consentono, da sole,
di ritenere che i reati siano frutto di determinazioni volitive risalenti ad un’unica
deliberazione di fondo (Sez. 3, n. 3111 del 20/11/2013, P., Rv. 259094).
Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile, stante la manifesta
infondatezza di tutte le doglianze cui è stato affidato.
L’inammissibilità originaria del ricorso esclude il rilievo della eventuale
prescrizione verificatasi successivamente alla sentenza di secondo grado, giacché detta
inammissibilità impedisce la costituzione di un valido rapporto processuale di
impugnazione innanzi al giudice di legittimità, e preclude l’apprezzamento di una
eventuale causa di estinzione del reato intervenuta successivamente alla decisione
impugnata (Sez. un., 22 novembre 2000, n. 32, De Luca, Rv. 217266; conformi, Sez.
un., 2/3/2005, n. 23428, Bracale, Rv. 231164, e Sez. un., 28/2/2008, n. 19601, Niccoli,

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Per il corretto adempimento dell’obbligo della motivazione in tema di

Rv. 239400; in ultimo Sez. 2, n. 28848 del 8.5.2013, Rv. 256463; Sez. 2, n. 53663 del
20/11/2014, Rasizzi Scalora, Rv. 261616).
Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e
rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia
proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma
dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del

in C 3.000,00.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 29 novembre 2017
Il Consigliere estensore

Il Presi

t

versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata

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