Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 5688 del 10/06/2014

Penale Sent. Sez. 1 Num. 5688 Anno 2015
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: TARDIO ANGELA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
A.A.

avverso il decreto n. 294/2012 CORTE APPELLO di MESSINA del
06/02/2013;
sentita la relazione fatta dal Consigliere dott. Angela Tardio;
lette le conclusioni del Procuratore Generale dott. Roberto Aniello,
che ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso, con conseguente
condanna del ricorrente alle spese del grado e alla sanzione
pecuniaria di cui all’art. 616 cod. proc. pen.

Data Udienza: 10/06/2014

RITENUTO IN FATTO

1. Con decreto del 6 febbraio 2013, la Corte di appello di Messina ha
rigettato la richiesta avanzata da A.A. avverso il decreto del 14
giugno 2012 del Tribunale di Messina, che aveva respinto la richiesta di modifica
delle condizioni di applicazione della misura di prevenzione personale e la
richiesta subordinata di dichiarazione della continuazione tra le due misure di

già scontate, con le conseguenze di legge quanto alla decorrenza degli effetti in
termini di ostatività per il conseguimento della patente di guida, o il cumulo tra
le indicate misure.
La Corte rilevava, a ragione della decisione, che non poteva in alcun modo
applicarsi la continuazione o il cumulo, non previsti da alcuna norma, trattandosi
di istituti applicabili solo ai reati.
Né, secondo la Corte, poteva trovare accoglimento la richiesta principale,
poiché l’art. 7 legge n. 1423 del 1956 supponeva l’accertamento (ex nunc o ex

tunc a seconda dei casi) dell’essere venuta meno la pericolosità del prevenuto,
che, invece, nella specie, era fuori discussione, mentre nessun elemento era
emerso né era stato allegato per dimostrarne l’insussistenza.

2. Avverso detto decreto ricorre per cassazione, per mezzo del suo difensore
avv. Giuseppe Condipodero, l’interessato, che, evidenziato il proprio perdurante
interesse all’impugnazione, nonostante la misura sia ormai cessata, ne chiede
l’annullamento sulla base di due motivi.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 606, comma
1, lett. e) e b), cod. proc. pen., mancanza e apparenza della motivazione ed
erronea applicazione di legge in ordine all’applicabilità alle misure di prevenzione
degli istituti del cumulo materiale e della continuazione.
Secondo il ricorrente, gli indicati istituti non sono esclusivi della materia
penale, poiché la continuazione, per espressa disposizione di legge, trova
applicazione anche nella materia amministrativa e in quella tributaria e il cumulo
materiale nella materia della previdenza e assistenza obbligatoria e con riguardo
alle sanzioni accessorie previste dal codice della strada.
Essi, pertanto, devono applicarsi anche alle misure di prevenzione, che, nate
come misure di polizia e qualificate, poi, come misure amministrative, sono state
nel tempo giurisdizionalizzate per assicurare la tutela, pur minima, dei diritti di
libertà del proposto.
Nella specie, la seconda misura è sorta come aggravamento della prima, la
cui intervenuta cessazione ne ha comportato l’applicazione per la durata minima

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prevenzione applicate al prevenuto, una nel 2007 e l’altra nel 2011, entrambe

di un anno, venendo a determinare nuovamente la revoca della patente di guida
che egli aveva riguadagnato con regolari esami.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 606,
comma 1, lett. e), cod. proc. pen., difetto di motivazione del provvedimento
impugnato, perché privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e logicità,
con riferimento all’art. 7 legge n.1423 del 1956, in ordine alla cessazione della
pericolosità sociale.
Secondo il ricorrente, la circostanza che, per l’intempestivo aggravamento

periodo minimo di un anno doveva far riflettere sulla limitata prognosi della sua
pericolosità, oltre a doversi tener conto del lungo tempo decorso dai fatti, mentre
la Corte di appello ha tratto la sua pericolosità dai fatti commessi addebitatigli
come reati, senza considerare che in sede di cognizione gli sono state concesse
le attenuanti generiche a dimostrazione che egli non era portatore di alcuna
pericolosità sociale.

3. Il Procuratore Generale presso questa Corte ha depositato requisitoria
scritta, concludendo per la declaratoria, sotto diversi profili, della inammissibilità
del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per la manifesta

infondatezza delle censure o per la loro estraneità al sindacato di legittimità, che
rendono sub valente l’apprezzamento della carenza di interesse del ricorrente
alla proposta impugnazione, rappresentata dal Procuratore Generale requirente
sotto il profilo della decorrenza del termine triennale -previsto dall’art. 120 cod.
strad. per la consecuzione della nuova patente di guida da parte del soggetto
destinatario del provvedimento prefettizio di revoca- dalla data, non indicata, di
detto provvedimento, invece che dalla data di applicazione della prima misura di
prevenzione reclamata dal ricorrente, che ha retrodatato alla stessa la
decorrenza della seconda misura.

2. La censura, sottesa al primo motivo, attinente alla contestata omessa
applicazione degli istituti della continuazione tra le misure di prevenzione o del
cumulo materiale tra esse è privo di alcun fondamento.
2.1. A norma dell’art. 671 cod. proc. pen., il giudice dell’esecuzione può
applicare in executivis l’istituto della continuazione nel caso di più sentenze o
decreti penali irrevocabili, pronunciati in procedimenti distinti contro la stessa

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della misura per la durata di sei mesi, la nuova misura è stata applicata per il

persona, e rideterminare le pene inflitte per i reati separatamente giudicati sulla
base dei criteri dettati dall’art. 81 cod. pen.
Secondo i principi di diritto affermati dalla consolidata giurisprudenza di
questa Corte, l’elemento che caratterizza l’istituto della continuazione consiste,
in particolare, nella riconducibilità delle singole condotte di reato a un unico
disegno criminoso, che deve essere definito sin dal primo momento nei suoi dati
essenziali, poiché la generica deliberazione di reiterare comportamenti
penalmente illeciti rileva soltanto, in quanto espressiva di un’attitudine

la recidiva e l’abitualità criminosa (tra le altre, Sez. 1, n. 35797 del 12/05/2006,
dep. 25/10/2006, Francini, Rv. 234980; Sez. 4, n. 16066 del 17/12/2008,
dep. 16/04/2009, Di Maria, Rv. 243632; Sez. 1, n. 48125 del 05/11/2009,
dep. 17/12/2009, Maniero, Rv. 245472; Sez. 2, n. 40123 del 22/10/2010,
dep. 12/11/2010, Marigliano, Rv. 248862).
2.2. L’indicata disciplina, che riguarda specificamente, nella previsione di
diritto sostanziale e nella normativa processuale, il “reato continuato” ed è
correlata, nella sua concreta applicazione, alla commissione “con più azioni od
omissioni, esecutive di un medesimo disegno criminoso … anche in tempi diversi
(di) più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di legge”, non è, in alcun
modo, compatibile con le misure di prevenzione, la cui applicazione è
condizionata alla sussistenza, in termini di effettività e attualità, della pericolosità
sociale (Corte Cost., sent. n. 23 del 23/03/1964, n. 177 del 22/12/1980, n. 291
del 2013).
Tale condizione deve essere, invero, desunta da fatti e comportamenti, che,
pregressi rispetto al momento valutativo e accertati al momento dell’applicazione
della misura (tra le altre, Sez. 1, n. 4952 del 31/10/1994, dep. 17/01/1995,
Zullo, Rv. 200325; Sez. 5, n. 1520 del 17/03/2000, dep. 06/04/2000, Cannella,
Rv. 215833), siano sintomatici o rivelatori della persistenza del proposto in
comportamenti antisociali che impongano una particolare vigilanza (tra le altre,
Sez. 1, n. 3866 del 21/10/1991, dep. 11/11/1991, Bonura, Rv. 188804; Sez. 1,
n. 4952 del 31/10/1994, dep. 17/01/1995, Zullo, Rv. 200325; Sez. 1, n. 17932
del 10/03/2010, dep. 11/05/2010, De Carlo, Rv. 247052), restando irrilevanti
pregresse manifestazioni di pericolosità sociale o fatti remoti, anche se
accompagnati da informazioni negative degli organi di polizia, quando tali
informazioni non pongano in rilievo ulteriori e specifici elementi atti a dimostrare
la sussistenza del detto requisito (tra le altre, Sez. 1, n. 499 del 03/02/1992,
dep. 16/03/1992, Ubaldini, Rv. 189506).
In materia di applicazione di misure di prevenzione il giudizio di pericolosità
presuppone, infatti, un’oggettiva valutazione di fatti sintomatici della condotta
abituale e del tenore di vita del proposto, da accertare in modo tale da escludere
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soggettiva a violare la legge, a fini del tutto diversi – e negativi per il reo – come

valutazioni meramente soggettive da parte dell’autorità proponente, il cui
giudizio può basarsi anche su elementi che giustifichino sospetti o presunzioni,
purché obiettivamente accertati, come i precedenti penali, l’esistenza di recenti
denunzie per gravi reati, il tenore di vita, l’abituale compagnia di pregiudicati e di
soggetti sottoposti a misure di prevenzione, e altre manifestazioni
oggettivamente contrastanti con la sicurezza pubblica, in modo che risulti
esaminata globalmente l’intera personalità del soggetto come risultante da tutte
le manifestazioni sociali della sua vita (Sez. 5, n. 6794 del 14/12/1998,

puntuale esplicitazione delle ragioni, ancorate a dati oggettivi, che facciano
ritenere che gli effetti di tali elementi incidano, con riferimento al momento in cui
deve essere formulato il giudizio, sulla valutazione della personalità del soggetto,
sì da dedurre l’attualità della pericolosità (tra le altre, Sez. 5, n. 34150 del
22/09/2006, dep. 12/10/2006, Commisso, Rv. 235203; Sez. 1, n. 17932 del
10/03/2010, dep. 11/05/2010, De Carlo, Rv. 247052; Sez. 5, n. 19061 del
31/03/2010, dep. 19/05/2010, Spina, Rv. 247502).
2.3. A tale complessivo accertamento consegue l’applicazione della misura di
prevenzione personale, la cui durata è determinata in relazione alla rilevata
entità della pericolosità sociale, tanto da essere revocabile o modificabile
dall’organo che ha emanato il provvedimento genetico “quando sia cessata o

mutata la causa che lo ha determinato”, o “quando ricorrono gravi esigenze di
ordine e scurezza pubblica o quando la persona sottoposta alla sorveglianza
speciale abbia ripetutamente violato gli obblighi inerenti alla misura”,

ai sensi

dell’art. 7, comma 2, legge n.1423 del 1956, o da essere nuovamente irrogabile,
dopo la cessazione della precedente misura, in presenza della operatività

rebus

sic stantibus della preclusione del giudicato (Sez. U, n. 600 del 29/10/2009,
dep. 08/01/2010, Galdieri, Rv. 245176), secondo parametri valutativi che
rimandano a un giudizio prognostico di cessazione o di maggiore gravità della
pericolosità sociale e di correlata inadeguatezza, in rapporto a essa, della misura
precedentemente adottata.
Un tale giudizio è all’evidenza inconciliabile con l’unitarietà progettuale degli
illeciti, che è indispensabile requisito per il riconoscimento del rapporto descritto
nell’art. 81 cod. pen. in vista dell’applicazione della disciplina del reato
continuato.
2.4. Né induce a diversa riflessione l’opposto riferimento all’applicazione
della disciplina della continuazione tra gli illeciti amministrativi e tributari, che,
oltre a sostanziarsi in fatti specifici previsti come tali dalle relative disposizioni
normative, non ripetono il presupposto soggettivo della pericolosità, la cui
peculiarità nella materia delle misure di prevenzione non è incisa dalla

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dep. 25/01/1999, P.M. in proc. Musso e altri, Rv. 212209), e richiede una

rappresentata giurisdizionalizzazione della procedura in vista della tutela dei
diritti del proposto.
2.5. Non è, inoltre, pertinente il riferimento alla decisione di questa Corte
‘t (Sez. 6, n. 36791 del 09/07/2003, dep. 25/09/2003, P.G. e Giammaria, Rv.
226338), che, con riguardo alla diversa ipotesi dell’applicazione di una nuova
misura di prevenzione nella pendenza di analoga misura precedentemente
inflitta, ha ricordato che l’adozione della nuova e successiva misura deve trovare
la sua base giustificativa in fatti e accertamenti successivi e sopravvenuti

misura, e che, per l’effetto, “i distinti giudizi di pericolosità non sono la risultante
di una valutazione frazionata della stessa realtà, ma l’esplicazione di un percorso
valutativo rapportato a dati fattuali distinti e diversi, perché riferibili a momenti
diversi del sistema di vita del proposto”, pervenendo, tra l’altro, alla conclusione
del saldo dell’esecuzione della nuova misura con quella della prima, susseguitesi
nel tempo senza soluzione di continuità, non esistendo, in linea di principio,
ostacoli al cumulo e non potendo porsi la nuova valutazione giudiziale – in
quanto operata indipendentemente, e non con riferimento e mediante
modificazione del precedente decreto – rispetto a questo in tutto o in parte in
termini di incompatibilità o di assorbimento (sul punto, tra le altre, Sez. 1, n.
16151 del 07/02/2001, dep. 20/04/2001, Libri, Rv. 218636).
Né il ricorrente, che ha chiesto disporsi la retrodatazione dell’applicazione
della seconda misura alla data della prima misura o quantomeno alla data dei
fatti cui è riferita la seconda misura ha indicato le ragioni giuridiche che, al di là
dell’assunto ritardo dell’intervento giudiziario a fronte dei due accadimenti
contestati come ragioni di aggravamento della misura originaria intanto cessata,
potrebbero sorreggere l’operata richiesta.

3. È inammissibile anche il secondo motivo, poiché le censure, che,
prospettate sotto il profilo del vizio di motivazione, attengono alla contestata
applicazione della nuova misura di prevenzione, alla sua durata e alla persistenza
della pericolosità sociale, non sono consentite in questa sede, trovando
applicazione anche con riguardo al giudizio di revoca o di modifica della misura
personale di prevenzione, ex art. 7 legge n. 1423 del 1956, la limitazione alla
sola violazione di legge del ricorso contro il decreto della corte di appello fissata
dall’art. 4, comma 11, stessa legge (tra le altre, Sez. 6, n. 8710 del 10/02/2010,
dep. 04/03/2010, Romite, non massinnata).
Le svolte censure sono, in ogni caso, prive di alcuna fondatezza, poiché non
afferiscono a fatti sopravvenuti al già definito procedimento di prevenzione, ma
ai presupposti per l’applicazione della misura applicata all’esito del medesimo e
,

solo in esso deducibili.

6

/

rispetto a quelli presi in esame in occasione dell’emissione della precedente

4. Alla dichiarazione d’inammissibilità del ricorso, conseguente alle svolte
considerazioni, segue di diritto la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali e, in mancanza di elementi atti a escludere la colpa nella
determinazione della causa d’inammissibilità, al versamento in favore della
Cassa delle ammende di sanzione pecuniaria che appare congruo determinare in
euro 1.000,00, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 10 giugno 2014

Il Consigliere estensore

P.Q.M.

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