Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 51204 del 25/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 51204 Anno 2015
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: DE MASI ORONZO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da

MANDILE Gennaro, nato a Scafati il 3 marzo 1945
ATTRUIA Maria, nata a Scafati

maggio 1948

avverso la sentenza n. 2020/2014 della Corte di Appello di Palermo, in data 4 luglio
2014;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere °ronzo De Masi;
udito il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore generale Paola Filippi,
che ha concluso pere’-52-9-1-^”–L- `L- del ricorso;

Data Udienza: 25/11/2015

RITENUTO IN FATTO

La Corte di Appello di Salerno, con sentenza n. 2020/2014, confermava la sentenza emessa,
in data 28/9/2011, dal Tribunale di Nocera Inferiore, in composizione monocratica, appellata
da MANDILE Gennaro e ATTRUIA Maria, i quali erano stati dichiarati responsabili dei reati loro
ascritti, in materia edilizia e di violazione di sigilli e, con la continuazione e le attenuanti
generiche prevalenti, condannati alla pena di sei mesi di reclusione ed euro 300.000 di multa,

Agli imputati sono contestati: (capo a), il reato di cui agli artt. 110 c.p., 44, lett. b, D.P.R.
380/2001, perché in qualità di proprietari e committenti eseguivano, in esecuzione di un
medesimo disegno criminoso, in assenza del previsto permesso di costruire previsto dall’art. 10
del citato D.P.R. 380/2001, le seguenti opere abusive: 1) realizzazione di un ampliamento, a
livello di seminterrato, in aderenza sul lato ovest di un fabbricato esistente, sviluppante una
superficie di circa mq. 85 ed un volume di mc. 301; 2) in continuazione dei lavori di cui al
precedente punto 1) il completamento del solaio di copertura mediante il getto di calcestruzzo
nelle casseforme armate predisposte con realizzazione di solaio e travi in cemento armato;
(capo b), il reato di cui agli artt. 110, 61 n. 2 c.p., 64 e 71 D.P.R. 380/2001, per aver
realizzato le opere di cui al capo a) senza la previa redazione di un progetto e senza la
direzione da parte di professionista abilitato ed iscritto nel relativo albo nel lambito delle
relative competenze; (capo c) del reato di cui agli artt. 65 e 72 D.P.R. 380/2001, per aver
iniziato la costruzione delle opere di cui al capo a) senza averne fatto previa denuncia al
competente Sportello Unico istituito presso il Comune; (capo d), il reato di cui agli artt. 93 e
95 D.P.R. 380/2001, per aver eseguito i lavori relativi alle opere di cui al capo a), in zona
sismica senza farne preventivo avviso scritto allo Sportello Unico del Comune, omettendo il
contestuale deposito dei progetti presso quest’ultimo Ufficio ed omettendo di attenersi ai criteri
tecnico-costruttivi prescritti per dette zone; (capo e), del reato di cui agli artt. 81 cpv, 349, c.
2, 61 n.2, c.p., perché in qualità di proprietari e committenti, entrambi di dette opere, il
MANDILE anche quale custode giudiziario nominato in data 12/10/2007, violavano i sigilli
apposti in pari data dall’A.G. per assicurare la conservazione e l’idoneità delle opere,
realizzando l’intervento di cui al punto 2) del capo a) dell’imputazione.
Avverso la sentenza gli imputati, tramite il difensore fiduciario, propongono ricorso per
cassazione e ne chiedono l’annullamento, con ogni consequenziale disposizione, per due
motivi.
Con il primo motivo di doglianza, si deduce, ai sensi dell’art. 606, c.1, lett. b), che la Corte di
Appello di Salerno ha omesso di rilevare l’intervenuta estinzione dei reati contravvenzionali per
prescrizione, alla data del 16/10/2012, in quanto accertati in Scafati fino al 16/10/2007, non
essendovi alcuna sospensione del decorso del termine prescrizionale in primo grado ed
essendo stata fissata, in secondo grado, per la discussione l’udienza dell’8/11/2013.

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ciascuno.

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Con il secondo motivo di doglianza, i ricorrenti deducono vizio motivazionale della impugnata
sentenza perché, ancor prima della declaratoria di estinzione dei reati, il giudice di appello
avrebbe dovuto applicare, ricorrendone i presupposti, l’art. 129 c.p.p., e mandare assolti gli
imputati per insussistenza dell’elemento soggettivo del reato di violazione di sigilli, per difetto
di consapevolezza da parte degli stessi della contrarietà della condotta al precetto normativo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Quanto al primo motivo dì doglianza, osserva la Corte che i reati contravvenzionali di cui ai
capi a), b), c) e d) per i quali gli imputati sono stati tratti a giudizio sono prescritti, essendo
maturato il termine di prescrizione prima della pronuncia della sentenza da parte della Corte
d’Appello.
Invero i reati risultano essere stato commessi “fino al 16/10/2007”

ed il termine di

prescrizione, non essendovi alcun periodo di sospensione da considerare,a norma degli artt.
157 e 161 c.p., è spirato il 16/10/2012.
Mette conto considerare che il giudice di legittimità può rilevare d’ufficio la prescrizione del
reato maturata prima della pronunzia della sentenza impugnata e non rilevata dal giudice
d’appello, pur se non dedotta in quella sede, e nonostante l’inammissibilità del ricorso per
cassazione purché, a tal fine, non occorra alcuna attività di apprezzamento delle prove
finalizzata all’individuazione di un

“dies a quo” diverso da quello indicato nell’imputazione

contestata e ritenuto nella sentenza di primo grado (Sez. 3, n. 14438 del 30/01/2014, Rv.
259135; Sez. 2, n. 34891 del 16/05/2013, Rv. 256096).
Ha quindi errato la Corte distrettuale a non applicare l’art. 129, c. 1, c.p.p., che comporta la
rilevabilità di ufficio, in ogni stato e grado del procedimento, delle cause estintive del reato in
epigrafe.
In accoglimento del motivo di doglianza, la sentenza impugnata va annullata in parte qua
senza rinvio, per essere i contestati reati in materia edilizia estinti per prescrizione, non
risultando peraltro evidente, ai sensi dell’art. 129, c. 2, c.p.p., la prova dell’innocenza dei
prevenuti, considerato il quadro probatorio esaminato dai giudici di merito (verbali di sequestro
e deposizione del teste di polizia municipale), con eliminazione della pena di mesi due di
reclusione ed euro 100 di multa, corrispondente all’aumento applicato dal giudice di primo
grado per la continuazione sulla pena base per il reato più grave, costituito dalla violazione di
sigilli.
Va disatteso invece il secondo motivo di ricorso, in punto di responsabilità degli imputati per il
delitto di cui all’art. 349, c. 2, c.p., in quanto il vaglio di legittimità, a cui è sottoposta
l’impugnata pronuncia, consente di rilevare la logicità e la correttezza della argomentazione
motivazionale, svolta dalla Corte territoriale, in ordine alla concretizzazione del reato
contestato al capo e) dell’imputazione, ed alla ascrivibilità di esso in capo ai prevenuti e

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segnatamente alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato ex art. 349 c.p., in quanto le
censure si palesano del tutto destituite di fondamento.
Le sentenze di primo e secondo grado concordano nell’analisi e nella valutazione degli elementi
di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, sicché la struttura motivazionale della
sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo
argomentativo (Sez. 1, n. 8868 del 26/6/2000, Rv. 216906).
La Corte di Appello di Salerno ha evidenziato che, in data 12/10/2007, la Polizia Municipale
(verbali e deposizione del teste Cavallaro) sottoponeva a sequestro una parte dell’immobile in

ad interventi edilizi di ampliamento in difetto di titolo abilitativo e che nell’occasione il
MANDILE era stato nominato custode giudiziario.
Successivamente, il 16/10/2007, la Polizia Municipale, nel corso di un ulteriore sopralluogo,
constatava che i lavori, in detta zona di fabbricato erano proseguiti, nonostante l’apposizione
dei sigilli, mediante completamento del solaio con il getto di calcestruzzo e l’installazione di
travi in cemento armato.
Ad avviso della Corte territoriale, ed a giusta ragione, il compendio probatorio consente di
confermare la tesi accusatoria in punto di violazione dell’art. 349 c.p. con riferimento alla
posizione di entrambi gli imputati.
Orbene, deve osservarsi che nel delitto di violazione dei sigilli, oggetto della tutela penale non
è il bene assicurato dai sigilli medesimi, bensì ìl mezzo giuridico che ne garantisce l’assoluta
intangibilità.
Ciò perché la ratio della norma incriminatrice risiede nella necessità di presidiare, con una
sanzione penale, il mancato rispetto dello stato di custodia, nel quale vengano a trovarsi
determinate cose, mobili od immobili, per effetto della manifestazione di volontà della pubblica
amministrazione, caratterizzata dalla apposizione dei sigilli.
Va, di poi, ribadito che il reato in contestazione ha carattere istantaneo e si perfeziona per il
solo fatto della disobbedienza al divieto di infrangere la conservazione o la identità della res
sotto sequestro.
Quanto all’eccepita insussistenza dell’elemento soggettivo del delitto contestato è sufficiente
rilevare che il MANDILE era pienamente a conoscenza del vincolo a cui la parte di immobile di
sua proprietà era stata sottoposta, in quanto nominato custode all’atto della applicazione della
misura cautelare reale, per cui lo stesso non può sostenere, in questa sede nè la
inconsapevolezza nel commettere la violazione ad esso ascritta, né la ignoranza – inescusabile
– della norma penale (art. 5 c.p.).
Con riferimento specifico alla posizione processuale della ATTRUIA, coniuge del MANDILE,
secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, la circostanza aggravante della qualità di
custode, di cui dell’art. 349 c.p., c. 2, può comunicarsi ai concorrenti che siano a conoscenza o
ignorino colpevolmente tale qualità, non rientrando la stessa tra quelle circostanze soggettive

da valutarsi soltanto con riguardo alla persona cui si riferiscono (Sez. 3, n. 35550 del
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proprietà dei prevenuti, e dagli stessi abitato, rilevando che in esso era stata data esecuzione

20/05/2010, Rv. 248365; Sez. 3, n. 5029 del 18/10/2011, dep. 09/02/2012, Rv. 252086).
Nel caso di specie, dall’impugnata sentenza risulta plausibilmente affermato che la ATTRUIA,
non solo rivestiva la formale qualità di proprietaria, ma abitava nell’immobile abusivo insieme
al marito, come confermato da! teste Cavallaro, era dunque a conoscenza della qualità di
custode in capo al MANDILE ed ha condiviso con lui l’illecito consumato.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio limitatamente ai reati di cui ai capi a), b), c) e d)
perché estinti per prescrizione ed elimina la relativa pena di mesi due di reclusione ed euro
100 di multa. Rigetta il ricorso nel resto.
Così deciso in Roma il 25 novembre 2015.

PQM

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