Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 51190 del 10/11/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 51190 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: BIANCHI LUISA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PASSAMONTI CANDIDO N. IL 28/04/1962
avverso la sentenza n. 1391/2012 CORTE APPELLO di ANCONA, del
18/07/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 10/11/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUISA BIANCHI
Udito il Procuratore Generale in persona del
che ha concluso per

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Udito, per la parte civile, l’Avv,

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Data Udienza: 10/11/2015

14141/2015

1. La Corte di appello di Ancona, in riforma della sentenza di primo grado che
aveva assolto Passamonti Candido dal reato di cui all’art. 589 cp perché il
fatto non costituisce reato, dichiarava l’imputato colpevole dell’incidente sul
lavoro avvenuto 1’11 gennaio 2006, nel quale aveva perso la vita Paniccià
Andrea e, concesse attenuanti generiche equivalenti all’aggravante, lo
condannava a sei mesi di reclusione e al risarcimento del danno in favore
delle parti civili da liquidarsi in separato giudizio. Al Passamonti, nella qualità
di proprietario di un immobile e committente di lavori di ristrutturazione, si
era contestato di non aver verificato le azioni di coordinamento e controllo del
coordinatore per l’esecuzione dei predetti lavori a garanzia della sicurezza dei
lavoratori, violando quindi il disposto dell’art. 6, co.2, del d.leg. 494/96; la
mattina dell’Il gennaio 2006 Paniccià Andrea, che svolgeva mansioni di
carpentiere, nel raggiungere il proprio posto di lavoro per procedere ad
operazioni di getto del calcestruzzo, forse perché in leggero ritardo,
attraversava il fossato frapposto tra il muro perimetrale dell’edificio ed il
bordo dello scavo poggiando un piede su un puntello di sostegno che però
cedeva; non essendovi parapetto a protezione del bordo del solaio, cadeva
nello spazio sottostante dove erano presenti a fondo scavo dei tondini
acuminati privi di protezione, sui quali rimaneva infilzato decedendo
nell’immediatezza per le lesioni riportate.
La corte di appello, nel ribaltare la sentenza assolutoria, rilevava che l’attività
di getto del calcestruzzo, cui doveva partecipare anche la vittima, si era resa
necessaria proprio a seguito di una variante in corso d’opera decisa dal
Passatmonti che aveva richiesto di realizzare un ulteriore accesso al piano
interrato mediante una scala; l’attività era stata programmata per quel
giorno e per quell’ora, essendo anzi già iniziata quando era sopraggiunto
Paniccià; quest’ultimo aveva avvisato telefonicamente un collega di essere in
ritardo e probabilmente proprio a causa di tale ritardo l’operaio, per
raggiungere il solaio, non si era avvalso della scala posta in corrispondenza
della parete sud, ma aveva scavalcato il fossato. Pertanto non vi era dubbio
che l’incidente, a differenza di quanto ritenuto dal giudice di primo grado, era
avvenuto in occasione e a causa dello svolgimento di una specifica attività
lavorativa con conseguente assunzione in capo all’imputato, committente ed
anche responsabile dei lavori, degli obblighi connessi alla sua figura. Rilevava
che la situazione del cantiere era oggettivamente pericolosa per la presenza,
non adeguatamente protetta, di un fossato profondo mt. 3,80 ca., tra il
solaio dove si doveva lavorare e il terreno circostante , fossato sul cui fondo
cementizio si trovavano degli acuminati tondini meccanici privi della
necessaria protezione (cappellotti), su uno dei quali si era “infilzato” il
lavoratore; a norma dell’art. 10 dpr 547/1955 gli scavi, profondi come quello
in oggetto, più di tre metri devono essere protetti con adeguati parapetti nella
specie mancanti stante la presenza di una rete metallica di mera recinzio

RITENUTO IN FATTO

2. Avverso tale sentenza, ricorre per cassazione il difensore dell’imputato,
avvocato Filippo Castellani. Con il primo motivo lamenta violazione del’art. 43,
co3, cp ; si sostiene che la corte di appello non ha tenuto conto che l’incidente
esula dall’area di rischio affidata alla gestione del Passamonti in quanto
committente e responsabile dei lavori. Ciò in quanto il Paniccià era un
lavoratore autonomo, incaricato direttamente dall’appaltatore di svolgere
determinati lavori al di fuori dell’orario di cantiere, l’incidente si è verificato
alle 7,45, prima dell’apertura del cantiere, all’insaputa del Passamonti. Con il
secondo motivo lamenta violazione dell’art. 41, co2, cp ; si eccepisce che il
comportamento del Paniccià, che essendo in ritardo si è determinato a
scavalcare il fossato con un salto invece di servirsi della scala, è stato
eccezionale ed abnorme, interruttiva del nesso causale.
Con il terzo motivo
lamenta la erronea applicazione del’art. 69 cp per la mancata prevalenza delle
attenuanti generiche senza considerare il riconosciuto concorso di colpa del
lavoratore. Con il quarto motivo lamenta illogicità di motivazione laddove si
è ritenuto che l’ing. Scendoni, coordinatore per la sicurezza, non fosse a
conoscenza della variante al progetto, in contrasto con i relativi progetti
firmati dal predetto ing. Scendoni , prodotti in giudizio e si sostiene che il
medesimo era l’unico responsabile dal momento che l’art. 6 impone al
committente soltanto una verifica di natura formale. Con l’ultimo motivo si
sostiene l’irrilevanza della presenza dei “cappellotti”, la cui esistenza non
avrebbe potuto evitare il decesso del lavoratore.
3. Nell’interesse del Passamonti è stata presentata una memoria con cui si
insiste, da un lato, sulla eccessiva dilatazione della responsabilità del
committente che verrebbe ad essere parificata in toto a quella dell’appaltatore
e del coordinatore per la progettazione e l’esecuzione, per di più senza tenere
conto che il Passamonti era ignaro della presenza del Paniccia. Dall’altro ci si
duole della mancata esatta ricostruzione della dinamica dell’incidente non
essendosi precisato se il lavoratore aveva fatto un salto per superare il fossato
o se era franato il terreno su cui aveva poggiato la passerella per passare .

la presenza di cappellotti è stabilita dagli artt. 4 e 89 d leg. 626/94. Rilevava
che il Passamonti era non solo committente dell’opera, e della specifica
variante, ma anche responsabile dei lavori e che il medesimo frequentava
abitualmente il cantiere interessandosi dell’andamento dei lavori e fornendo
istruzioni. Riteneva la Corte che in tale situazione fosse evidente la colpa
dell’imputato che pur avendo avuto un ruolo determinante nella creazione di
una specifica fonte di rischio, non aveva provveduto a far adeguare il piano di
sicurezza alla nuova situazione neppure avvisando il coordinatore per
l’esecuzione, ing. Scendoni. Nella accertata situazione di fatto, era
irrilevante se il lavoratore avesse fatto un salto per scavalcare il fossato o se
si fosse avvalso di una passerella appoggiata sul bordo, per consentire il
passaggio dei materiali , dato che in ogni caso l’evento era stato reso possibile
dalla assenza delle necessarie protezioni del fossato e dei tondini. Sussisteva
pertanto la responsabilità del Passamonti per violazione dell’art. 6, co. 2 d.leg.
494/96.

1. Il ricorso non merita accoglimento.
Come esattamente rilevato dalla Corte di appello, Passamonti, committente
dei lavori e della variante degli stessi nella cui realizzazione si è verificato
l’incidente, non si è avvalso della facoltà di nominare un responsabile dei
lavori, cui trasferire gli adempimenti in materia di sicurezza del lavoro, ed è
pertanto rimasto obbligato in proprio. Infatti, secondo la giurisprudenza di
questa Corte (Sez. 4 28/5//2013 n. 37738, Gandolla Rv. 256635) in tema di
prevenzione degli infortuni sul lavoro, il committente, che è il soggetto che
normalmente concepisce, programma, progetta e finanzia un’opera, è titolare
“ex lege” di una posizione di garanzia che integra ed interagisce con quella di
altre figure di garanti legali (datori di lavoro, dirigenti, preposti etc.) e può
designare un responsabile dei lavori, con un incarico formalmente rilasciato
accompagnato dal conferimento di poteri decisori, gestionali e di spesa, che
gli consenta di essere esonerato dalle responsabilità, sia pure entro i limiti
dell’incarico medesimo e fermo restando la sua piena responsabilità per la
redazione del piano di sicurezza, del fascicolo di protezione dai rischi e per la
vigilanza sul coordinatore in ordine allo svolgimento del suo incarico e sul
controllo delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza. Principio da
considerare pienamente consolidato nella giurisprudenza di questa Corte in
quanto fin dalla sentenza della terza sezione penale n.7209
del 25/01/2007 Ud. (dep. 21/02/2007 ) Rv. 235882 si era affermato che in
materia di infortuni sul lavoro in un cantiere edile, il committente rimane il
soggetto obbligato in via principale all’osservanza degli obblighi imposti in
materia di sicurezza, ex art. 6 del D.Lgs. 14 agosto 1996 n. 494, come
modificato dal D.Lgs. 19 novembre 1999 n. 528, atteso che l’effetto
liberatorio si verifica solo a seguito della nomina del responsabile dei lavori e
nei limiti dell’incarico conferito a quest’ultimo.
Spettava dunque al Passamonti, ex art. 6 cit., la verifica circa l’adempimento
dell’adempimento degli obblighi di cui all’art.4 co.1 e 5 co. 1 lett. a, e cioè in
concreto il controllo sulla redazione del piano di sicurezza e il suo costante
adeguamento, controllo che nella presente fattispecie avrebbe dovuto
comprendere la previsione delle necessarie tutele in relazione alla variante
richiesta dallo stesso Passamonti e l’eliminazione della situazione di rischio
derivante dalla presenza del pericoloso fossato di cui si è detto sopra.
Controllo che, a differenza di quanto si sostiene con il ricorso, non è di natura
meramente formale ma implica una effettiva e ragionata verifica circa le
soluzioni adottate come è dimostrato dal fatto che il committente, ove non sia
in condizione o non voglia assumere direttamente tale ruolo, può nominare
un responsabile dei lavori sul quale trasferire la responsabilità nei limiti
dell’incarico e dei poteri conferiti. Controllo che ovviamente può portare ad
un intervento attivo del committente, soggetto nel cui interesse è svolta
l’opera e dunque certamente vero dominus della stessa , e che deve essere
esercitato a prescindere dalla presenza di altri soggetti, ad altro titolo
investiti di funzioni di garanzia, essendo ben noto che il vigente sistema di
tutela della sicurezza del lavoro prevede una pluralità di figure di garant’

CONSIDERATO IN DIRITTO

tutti autonomamente responsabili in relazione agli obblighi a ciascuno di loro
imposti. Da ciò deriva che è irrilevante la circostanza, eccepita con il quarto
motivo di ricorso, che l’ing. Scendoni, coordinatore per la sicurezza, fosse a
conoscenza – a differenza di quanto sostenuto dalla sentenza di appello della variante al progetto avendone firmato i progetti, trattandosi di
circostanza che non faceva venire meno la responsabilità del committente,
come sopra delineata.
Neppure giova al ricorrente invocare da un lato la qualità di lavoratore
autonomo del Paniccià e il fatto che egli si sarebbe recato in cantiere fuori
dell’orario di lavoro e dall’altro la mancata precisa ricostruzione delle
modalità dell’incidente e /o il comportamento abnorme del medesimo nel
“saltare” il fossato. Dal primo punto di vista la sentenza ha precisato che l’
attività di getto del calcestruzzo, alla quale doveva collaborare Paniccià, era
assolutamente necessaria, prevista per quel giorno e dunque rientrante nelle
attività ogggetto di ( mancato ) controllo a prescindere dalla qualifica dei
singoli soggetti che vi erano addetti; la stessa rientrava cioè nella c.d. area
di rischio di cui anche il committente, come si è detto primo dominus del
cantiere , è gestore e come tale dalla legge reso garante. Al riguardo non
può nemmeno dimenticarsi che questa Corte (sez. 4 n.43168 del
17/06/2014 Rv. 2609479) ha affermato che in materia di prevenzione degli
infortuni nei luoghi di lavoro, il soggetto beneficiario della tutela è anche il
terzo estraneo all’organizzazione dei lavori, sicché dell’infortunio che sia
occorso all'”extraneus” risponde il garante della sicurezza, sempre che
l’infortunio rientri nell’area di rischio definita dalla regola cautelare violata e
che il terzo non abbia posto in essere un comportamento di volontaria
esposizione a pericolo.
Dal secondo punto di vista è solo il caso di ribadire che correttamente è stato
esclusa la abnormità del comportamento del Paniccià in applicazione della
pacifica giurisprudenza di questa Corte secondo cui la colpa del lavoratore,
concorrente con la violazione della normativa antinfortunistica ascritta al
datore di lavoro ovvero al destinatario dell’obbligo di adottare le misure di
prevenzione, esime questi ultimi dalle loro responsabilità solo allorquando il
comportamento anomalo del primo sia assolutamente estraneo al processo
produttivo o alle mansioni attribuite, risolvendosi in un comportamento del
tutto esorbitante ed imprevedibile rispetto al lavoro posto in essere,
ontologicamente avulso da ogni ipotizzabile intervento e prevedibile scelta del
lavoratore (da ultimo sez. 4 5/3/2015 n.16397 Rv.263386). Con riferimento al
c.d. comportamento abnorme del lavoratore infortunato si è anche fatto
riferimento alla nozione di area di rischio nel senso che il datore di lavoro e
gli altri soggetti titolari di una posizione di garanzia
sono esonerati da responsabilità per esclusione dell’imputazione oggettiva
dell’evento solo quando il comportamento del lavoratore presenti i caratteri
dell’eccezionalità, dell’abnormità, dell’esorbitanza rispetto al procedimento
lavorativo ed alle direttive organizzative ricevute (tra le altre Cass. 10
novembre 1999, Addesso, Rv. 183633;
Cass. 25 settembre 1995, Dal Pont, in Cass. pen. 1997; Cass. 8 novembre
1989, Dell’oro, Rv. 183199; Cass. 11 febbraio 1991, Lapi, Rv. 188202; Cass.
18 marzo 1986, Amadori, Rv. 174222; Cass. 14 giugno 1996, Tentano, Rv.

2. Risultando dunque correttamente accertata e motivata la responsabilità
dell’imputato, il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
oltre alla rifusione delle spese in favore delle part t: civile che liquida in
complessivi euro 3500,00 oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 10/11/2015.

206012; Cass. 13 novembre 1984, Accettura, Rv. 172160; Cass. 3 giugno
1999, Grande, Rv. 214997); in tali situazioni estreme, si è detto, si è
completamente al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso
e quindi oltre la pur estesa sfera di responsabilità dei garanti . Invece, quando
si è comunque all’interno dell’area di rischio nella quale si
colloca l’obbligo di assicurare condizioni di sicurezza appropriate anche in
rapporto a possibili comportamenti trascurati del lavoratore, non è possibile
ipotizzare l’esonero da responsabilità. Né, come esattamente già osservato
dai giudici di merito, rilevano le precise circostanze in cui si è verificato
l’incidente, cioè se vi sia stato il tentativo del Paniccià di “saltare” il fossato o
se egli sia caduto perchè la precaria passerella era scivolata sul terreno
franoso del fossato (come ritenuto più probabile), in quanto in ogni caso egli
, cui pure è stato addebitato un concorso di colpa del 30%, si è trovato ad
accedere al luogo di lavoro in una situazione di grave pericolo stante la
mancanza di protezione del profondo scavo sul cui fondo erano collocati i ferri
acuminati privi di cappellotti, su uno dei quali incontestabilmente è rimasto
infilzato.
Manifestamente infondata è la censura relativa alla mancata valutazione in
termini di prevalenza delle attenuanti generiche avendo questa Corte già
precisato (sez. un. 25/2/2010 n.10713 Rv. 245931) che le statuizioni relative
al giudizio di comparazione tra opposte circostanze, implicando una
valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al sindacato di
legittimità qualora non siano frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico
e siano sorrette, come nella specie, da sufficiente motivazione, tale dovendo
ritenersi quella che per giustificare la soluzione dell’equivalenza si sia limitata
a ritenerla la più idonea a realizzare l’adeguatezza della pena irrogata in
concreto.

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