Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 51056 del 13/11/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 51056 Anno 2015
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: SCALIA LAURA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI
ROMA
nei confronti di:
PAPARELLI GIANNI N. IL 03/12/1971
inoltre:
PAPARELLI GIANNI N. IL 03/12/1971
avverso la sentenza n. 264/2015 TRIBUNALE di FROSINONE, del
30/03/2015
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. LAURA SCALIA;
lette/sede le conclusioni del PG Dott. 9,

,e

Uditi difensor Avv.;

C

Data Udienza: 13/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza pronunciata in data 30.03.2015, il Tribunale di Frosinone ha
condannato, ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., Gianni Paparelli alla pena di un anno,
nove mesi e dieci giorni di reclusione ed C 1.480,00 di multa, disponendo la confisca e
la distruzione dello stupefacente, dell’arma e delle munizioni in sequestro nonché la
confisca del denaro sequestrato.

del 1990, per aver egli illecitamente detenuto, con finalità di cessione a terzi, sedici
involucri termosaldati contenenti cocaina e due buste contenenti marijuana e venduto
sostanza stupefacente, per il corrispettivo di C 1.885,00 ed il reato di cui agli artt. 10 e
14 della legge 497 del 1974 per aver egli illecitamente detenuto un fucile da caccia
sovrapposto calibro 12 ed una scatola di cartucce.
Il Tribunale ha applicato, su richiesta delle parti, l’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309
del 1990 fissando la pena nella misura indicata, concesse le attenuanti generiche.

2. Avverso l’indicata sentenza l’imputato, in proprio, ed Procuratore Generale presso
al Corte di appello di Roma propongono ricorso per cassazione.

2.1. L’imputato affida il proposto mezzo ad un unico motivo per cui denuncia
violazione di legge, con riferimento agli artt. 133, 62 bis e 99 cod. pen.
Il Tribunale di Frosinone non avrebbe individuato il giusto trattamento
sanzionatorio, non tenendo conto delle non allarmanti modalità dell’azione delittuosa
che avrebbero invero deposto per un maggiore contenimento della pena, ed avrebbe
altresì applicato l’art. 99 cod. pen. nonostante l’assenza delle ragioni che avrebbero
imposto l’aumento della sanzione.

2.2. Il Procuratore Generale presso la Corte di appello di Roma formula invece due
motivi di ricorso con cui denuncia vizio della motivazione e violazione di legge,
lamentando sia il difetto di motivazione in ordine alla ritenuta più mite qualificazione del
fatto (art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990) sia comunque la violazione di legge
per non ascrivibilità del fatto contestato, per mezzi, modalità, circostanze dell’azione e
quantità della sostanza, alla ritenuta ipotesi di “lieve entità”.

3 . Il Procuratore Generale ha fatto pervenire a questa Corte conclusioni scritte in
cui ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso proposto dal Procuratore Generale
presso la Corte di appello di Roma.

1

Al Paparelli è stato contestato il reato di cui all’art. 73, comma 1 e 4, d.P.R. n. 309

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I ricorsi sono inammissibili.
Come in più occasioni affermato da questa Corte in tema di patteggiamento, una
volta che l’accordo tra imputato e pubblico Ministero sia stato ratificato dal giudice della
sentenza, il ricorso per cassazione è proponibile solo nel caso di pena illegale, di
questioni inerenti l’applicazione delle cause di non punibilità ex art. 129, comma primo,

fatto per errore manifesto sì che l’accordo sulla pena sia destinato a tradursi in un
accordo sui reati (Sez. 3, n. 34902 del 24/06/2015, Brughitta).
Laddove quindi la qualificazione comporti margini di opinabilità, l’errore manifesto
va escluso (Sez. 3, n. 34902 cit.).
Nella fattispecie in esame, i motivi dedotti – ferma peraltro l’aspecificità di quelli
articolati in proprio dall’imputato, che genericamente lamenta la mancata applicazione
di un trattamento sanzionatorio più mite e che, ancora, sì duole di un automatismo
nell’applicazione della recidiva – restano comunque confinati nell’ambito della
discrezionalità del Giudice che ha applicato la misura.
Gli stessi motivi infatti non valgono ad individuare ipotesi di manifesto errore nella
qualificazione giuridica del fatto e come tali non sono destinati ad introdurre
inammissibili accordi, in quanto relativi a materia indisponibile, sul reato.

2. I ricorsi vanno quindi dichiarati, entrambi, inammissibili ed il ricorrente Gianni
Paparelli va condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di euro
1.000 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna la parte privata ricorrente al pagamento delle
spese processuali e a quello della somma di euro 1.500 in favore della Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma, il 13 novembre 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 7683 del 27/01/2015, Duric), di erronea qualificazione del

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