Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 51030 del 25/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 51030 Anno 2015
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: DE MASI ORONZO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da

GJEPALI LULZIM, nato a Durazzo (Albania) il 6 marzo 1971

avverso la ordinanza, in data 21/7/2015, del Tribunale Distrettuale della Libertà di
Firenze;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Oronzo De Masi;
udito il pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore generale Paola Filippi,
che ha concluso per il rigetto del ricorso;

Data Udienza: 25/11/2015

RITENUTO IN FATTO
Il Tribunale del Riesame di Firenze, con ordinanza in data 21/7/2015, decidendo ex art. 309
c.p.p. sulla richiesta di riesame presentata – tra gli altri – nell’interesse di GJEPALI LULZIM,
avverso l’ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere emessa in data
23/3/2015 dal G.I.P. del Tribunale di Firenze, per detenzione a fine di spaccio di sostanza
stupefacente del tipo cocaina, con le condotte meglio descritte nel capo d’imputazione,
disponeva nei confronti del ricorrente la sostituzione della suddetta misura con quella

da rispettare.
GJEPALI LULZIM ricorre per la cassazione dell’ordinanza, denunciando, con articolato motivo,
violazione dell’art. 273 c.p.p. in ordine alla pretesa sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza,
avuto riguardo ai parametri valutativi di cui all’art. 606, c.1, lett. e), c.p.p., e deduce che la
ricorrenza degli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 73 D.P.R. n.
309/1990 è tratta da una opinabile interpretazione del contenuto delle intercettazioni
telefoniche, e dalla mancanza di riscontri circa la versione difensiva secondo cui nella
conversazioni con il cugino VERI (Qoshia Skander) si parlava di realmente di “maialini” ovvero
di “autovetture” per una ordinaria attività di commercio e non già di sostanza stupefacente.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è infondato e non merita accoglimento.
Con riguardo alla gravità indiziaria, deve rilevarsi che, in tema di misure cautelari personali, la
valutazione del peso probatorio degli indizi è compito riservato al giudice di merito e, in sede di
legittimità, tale valutazione può essere contestata unicamente sotto il profilo della sussistenza,
adeguatezza, completezza e logicità della motivazione, mentre sono inammissibili le censure,
che, pur investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una
diversa valutazione delle circostanze già esaminate da detto decidente, spettando alla Corte di
legittimità il solo compito di verificare se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto
delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico
dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli
elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi del diritto che governano
l’apprezzamento delle risultanze probatorie.
Il controllo di logicità, peraltro, deve rimanere “all’interno” del provvedimento impugnato, non
essendo possibile procedere a una nuova o diversa valutazione degli elementi indizianti o a un
diverso esame degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate (Sez. 6, n. 11194 del
2012, Sez. 5, n. 46124 del 2008).
In altre parole, l’ordinamento non conferisce alla Corte di Cassazione alcun potere di revisione
degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi,
né alcun potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive dell’indagato, ivi compreso
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dell’obbligo di dimora nel Comune di Montecatini Terme (PT), adottando specifiche prescrizioni

l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di
apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice cui è stata chiesta
l’applicazione della misura, nonché al Tribunale del riesame.
Si è anche precisato che il controllo di legittimità resta circoscritto all’esclusivo esame
dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno
di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di
legittimità: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato;
2) l’assenza di illogicità evidenti, risultanti cioè prima facie dal testo del provvedimento

provvedimento (Sez. 2, n. 44528 del 14/10/2015, non massimata).
Come è stato chiarito nella giurisprudenza di questa Corte, la nozione di gravi indizi di
colpevolezza non è omologa a quella che serve a qualificare il quadro indiziario idoneo a
fondare il giudizio di colpevolezza finale, sicchè per l’adozione della misura è sufficiente
l’emersione di qualunque elemento probatorio idoneo a fondare “un giudizio di qualificata
probabilità sulla responsabilità dell’indagato” in ordine ai reati addebitati.
Pertanto, i detti indizi non devono essere valutati secondo gli stessi criteri richiesti, per il
giudizio di merito, dall’art. 192, comma 2, c. p. p. e per questa ragione l’art. 273, comma bis,
c. p. p. richiama i commi 3 e 4 dell’art. 192, c. p. p., ma non il comma 2 del medesimo
articolo, il quale oltre alla gravità, richiede la precisione e concordanza degli indizi ( Sez. 4, n.
37878 del 6/7/2007, Rv. 237475; Sez. 5, n. 36079 del 5/6/2012, Rv, 253511).
Nel caso in esame, sono palesemente insussistenti i vizi di motivazione denunciati, perché il
Tribunale del Riesame di Firenze ha compiutamente esaminato le doglianze difensive e ha dato
conto del proprio convincimento, sulla base di tutti gli elementi a disposizione, in modo
esauriente, argomentando circa la gravità degli indizi e circa l’insussistenza della dedotta
debolezza del costrutto indiziario, critica basata su di una ricostruzione alternativa dei fatti che
non solo non si raccorda con gli indizi raccolti a carico dell’indagato, ma che non ha trovato
alcun riscontro.
La ricorrenza delle esigenze sottese all’adozione della misura cautelare sono il risultato non di
valutazioni astratte, ma di un giudizio che tiene conto della situazione concreta e della
personalità del prevenuto, come emerse dalle intercettazioni telefoniche – e ambientali – sulle
utenze di GJEPALI LULZIM e degli altri indagati, Tuda Ervis e Rosi Artur, circa il trasporto di un
quantitativo di sostanza stupefacente del tipo cocaina (circa gr. 100) proveniente da un
fornitore di Perugia, vicenda che si ricostruisce attraverso le conversazioni dei partecipanti,
accomunate dall’uso di un comune linguaggio criptico e da collaudate modalità convenzionali
per incontrarsi che, secondo quanto evidenziato dal Giudice del riesame, mal si conciliano con
una reale trattativa commerciale avente ad oggetto maiali o autovetture, attività della quale
peraltro difettano obiettivi e sicuri riscontri, con l’ansia mostrata dal Tuda nel tempo occorso
per il trasporto effettuato dal GJEPALI e dal Rosi, che pure non è stato negato dall’odierno
ricorrente seppure spiegato con il riferimento ad altro fine, dall’univoco contenuto delle
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impugnato, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del

intercettazioni ambientali nell’abitazione del Tuda circa la qualità della sostanza consegnata e
la opportunità di ritornare a Perugia per prenderne altra.
A fronte di tale argomentare, il ricorrente si è limitato a rinnovare una linea difensiva
motivatamente disattesa dal Tribunale del Riesame.

E riguardo ai limiti entro i quali

può essere esercitato

il sindacato di legittimità sulla

motivazione delle ordinanze applicative di misure cautelari personali, nei casi in cui, come
quello che ci occupa, sia denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del
provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame, in ordine alla consistenza dei gravi indizi di

abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del
quadro • indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione
riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di
diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie (Sez. Un., n. 11 del
22/3/2000, Audino, Rv. 215828).
Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese
processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma il 25 novembre 2015
Il Consigliere estensore

Il Presidente

colpevolezza, giova ribadire che alla Corte spetta il compito di verificare se il giudice di merito

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