Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 50708 del 11/05/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 50708 Anno 2015
Presidente: FUMO MAURIZIO
Relatore: MICHELI PAOLO

SENTENZA
sul ricorso proposto nell’interesse di
Di Stazio Giacomo, nato a Venafro il 12/07/1949
avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Isernia in data 12/11/2013
all’esito del processo penale celebrato nei confronti di
Vallone Michele, nato a Venafro il 26/06/1951
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Aurelio Galasso, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;
udito per la parte civile ricorrente l’Avv. Antonella Martella, la quale ha concluso
chiedendo l’accoglimento del ricorso, e l’annullamento della sentenza impugnata

RITENUTO IN FATTO
1. Con la pronuncia indicata in epigrafe, il.Tribunale di Isernia confermava la
sentenza emessa dal Giudice di pace di Venafro il 19/01/2013, in forza della

Data Udienza: 11/05/2015

quale Michele Vallone era stato assolto dall’imputazione di percosse ed ingiurie
(reati, in ipotesi, commessi in danno di Giacomo Di Stazio, costituitosi parte
civile).
Il giudice dell’appello segnalava che tra l’imputato e il Di Stazio vi era stata
sicuramente una discussione, alla quale nessun altro aveva avuto modo di
assistere: riteneva pertanto che non fosse possibile fondare una declaratoria di
penale responsabilità del Vallone solo sulla base delle dichiarazioni del
denunciante, costituitosi parte civile, il cui narrato – sussistendo elementi di

esterni. In particolare, era stato accertato che l’episodio si era verificato presso
l’abitazione dove vivevano due anziane zie del Di Stazio, la cui badante aveva
però soltanto udito urla e rumori, negando che l’imputato avesse portato di peso
una delle donne nella stanza dove si trovava lo stesso Di Stazio (come invece
dichiarato da quest’ultimo). La circostanza appena ricordata era stata esclusa
anche dalla suddetta zia, Maria Lucia Biasiello.
Inoltre, dalla certificazione rilasciata dal Pronto Soccorso dove il Di Stazio si
era recato dopo essere rimasto vittima dei fatti lamentati, emergeva soltanto
l’accertamento di uno “stato di agitazione” del paziente, in sé «compatibile anche
con una semplice discussione animata», né erano stati riscontrati eventuali segni
sul capo o sul collo del ricorrente, malgrado egli avesse sostenuto di essere stato
percosso con pugni alla testa. Le dichiarazioni di altro teste (Antonio Lombardi,
che sosteneva di avere incontrato il Di Stazio poco dopo la dedotta aggressione)
potevano risultare utili solo a descrivere le fasi successive al diverbio, e non
invece a chiarire cosa fosse accaduto all’interno dell’abitazione anzidetta.

2. Propone ricorso per cassazione il difensore della parte civile, che lamenta
mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della
sentenza impugnata.
Nell’interesse del Di Stazio si rappresenta che le sue dichiarazioni sarebbero
state illegittimamente considerate non attendibili, a dispetto dei «significativi
riscontri processuali» che le stesse avevano avuto, fra cui alcune testimonianze e
la documentazione medica prodotta. Il Tribunale, diversamente dal giudice di
primo grado, avrebbe peraltro valorizzato il racconto di due testimoni (la
badante e una delle zie) che, comunque, non avevano assistito agli episodi
denunciati dalla parte civile e non potevano intendersi in grado di offrire un
contributo decisivo (la prima perché non padrona della lingua italiana, la seconda
a causa della veneranda età).
Nel ricorso si richiamano plurimi precedenti della giurisprudenza di
legittimità circa la possibilità che un giudizio di colpevolezza si fondi soltanto
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dubbio circa la sua piena attendibilità – sarebbe stato bisognevole di riscontri

sulle dichiarazioni della persona offesa, suscettibili di assumere valenza di prova
piena, piuttosto che di semplice indizio. Al fine di segnalare la violazione dell’art.
192, comma 2, cod. proc. pen. in cui sarebbero incorsi i giudici di merito, la
difesa della parte civile riproduce la ricostruzione dei fatti operata dal Di Stazio,
che avrebbe dovuto intendersi

ex se

intrinsecamente attendibile, e le

dichiarazioni dei soggetti escussi, fra cui i testimoni Nicandro Silvestri ed Antonio
Lombardi.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso non può trovare accoglimento.
Come oramai pacificamente affermato nella giurisprudenza di legittimità,
deve premettersi che «le regole dettate dall’art. 192, comma terzo, cod. proc.
pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono
essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale
responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione,
della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo
racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto
a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone» (Cass.,
Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Arte, Rv 253214). Il massimo organo di
nomofilachia ha altresì precisato che – nel caso in cui la persona offesa si sia
costituita parte civile – può essere opportuno che le sue dichiarazioni vengano
riscontrate da altri elementi.
Ne deriva che non vi è l’indefettibile necessità di rinvenire riscontri esterni
agli assunti del soggetto passivo del reato, intendendosi rimessa al giudice di
merito la valutazione sull’opportunità che il narrato di costui abbisogni di
elementi di conferma: e ciò, del tutto ragionevolmente, accade nel momento in
cui le dichiarazioni della persona offesa presentino caratteri di non linearità,
ovvero la stessa persona offesa risulti protagonista di un pregresso contenzioso
con il destinatario delle sue accuse.
Nel caso in esame, la sentenza impugnata dà contezza di un «contesto
conflittuale nel quale va collocata la discussione che occupa il Tribunale»,
evidenziando che le deposizioni rese dai testi escussi sarebbero state, in tal
senso, concordanti; l’assunto non è smentito dal ricorrente, e pertanto può
ritenersi senz’altro corrispondente al vero. A questo punto, con argomentazioni
del tutto in linea con i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte, il
giudice di merito ha inteso ricercare dati di riscontro al racconto del Di Stazio,
senza però rinvenirne: anzi, come evidenziato a pag. 2 della pronuncia oggetto
di ricorso, la parte civile risulta smentita su particolari dove non vi era possibilità

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di confusione o cattivo ricordo (si pensi alla scena descritta dal querelante,
secondo cui una delle sue zie sarebbe stata sollevata di peso dall’imputato), ed
almeno in parte contraddetta dal contenuto del certificato medico in atti.
Congrua ed ineccepibile appare l’osservazione del giudice di appello, laddove
segnala che i sanitari del Pronto Soccorso non riscontrarono alcun segno visibile
sulla persona del Di Stazio (malgrado egli avesse riferito di essere stato
violentemente picchiato), salvo constatarne uno “stato di agitazione” ovviamente
compatibile con una semplice discussione verbale.

Silvestri e Lombardi non erano tali da poter assurgere a riscontro della versione
accusatoria: il primo fu presente solo quando il Vallone si arrabbiò vedendo la
parte civile nella casa dove si svolsero i fatti, senza dunque assistere al
successivo diverbio, e l’altro ebbe modo di vedere il Di Stazio subito dopo il litigio
de quo, trovandolo agitato così come risultò agli occhi dei medici.

2. Il rigetto del ricorso comporta la condanna della parte civile ricorrente al
pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

P. Q. M.
Rigetta il ricorso » e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso 1’11/05/2015.

Per come riportate nel corpo del ricorso, anche le dichiarazioni dei testi

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