Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 50577 del 11/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 50577 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Musumeci Mario, nato a Catania il 16/11/1971

avverso l’ordinanza pronunciata dal Tribunale di Catania in data 29/7/2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Marilia Di Nardo, che ha chiesto dichiarare l’inammissibilità
del ricorso

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 29/7/2015, il Tribunale di Catania rigettava l’appello
proposto avverso il provvedimento emesso il 25/6/2015 dal Giudice per le
indagini preliminari in sede, così confermando a carico di Mario Musumeci la
misura cautelare degli arresti domiciliari; allo stesso erano contestate condotte di
cui agli artt. 319 cod. pen., 73, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, commesse nella
qualità di agente di polizia penitenziaria.

Data Udienza: 11/11/2015

2.

Propone ricorso per cassazione il Musumeci, a mezzo del proprio

difensore, deducendo – con unico, diffuso motivo – la violazione di legge e
l’erronea interpretazione della norma penale. Il Tribunale avrebbe confermato la
misura disattendendo del tutto i criteri di cui alla I. n. 47 del 2015, che ha
modificato sensibilmente la materia cautelare specie con riguardo alle esigenze
di cui all’art. 274, comma 1, lett. c), cod. proc. pen. (ed alla attualità delle
stesse), riconosciute in capo al ricorrente; l’ordinanza, inoltre, conterrebbe una
motivazione del tutto apparente ed apodittica, nella quale mancherebbe ogni

ambienti criminali, gravato da questo unico carico pendente), così come al
doveroso rilievo circa il decorso del tempo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Il ricorso è manifestamente infondato.
L’art. 274, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., come novellato dalla I. 16
aprile 2015, n. 47 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di misure
caute/ari personali. Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di
visita a persone affette da handicap in situazione di gravita), stabilisce che le
misure cautelari personali possono essere disposte – con riferimento al pericolo
di reiterazione di reati della stessa specie di quello per cui si procede (evenienza
ravvisata nel caso in esame) – soltanto quando il pericolo medesimo presenta i
caratteri della concretezza e dell’attualità, ricavabili dalle specifiche modalità e
circostanze del fatto e dalla personalità della persona sottoposta alle indagini o
dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti
penali; con l’ulteriore precisazione – ancora introdotta dalla I. n. 47 del 2015 per cui le situazioni di concreto e attuale pericolo, anche in relazione alla
personalità dell’imputato, non possono essere comunque desunte esclusivamente
dalla gravità del titolo di reato per cui si procede.
La ratio dell’intervento legislativo (che, peraltro, investe numerose altre
norme di cui allo stesso Libro IV, titolo I, da leggere tutte nella medesima ottica)
deve esser individuata nell’avvertita necessità di richiedere al Giudice un
maggior e più compiuto sforzo motivazionale, in materia di misure cautelari
personali, quanto all’individuazione delle esigenze di cui all’art. 274, lett. c), cod.
proc. pen., in ordine alle quali, quindi, non risulta più sufficiente il requisito della
concretezza ma si impone anche quello dell’attualità; orbene, si tratta di una
novella di particolare rilievo. Ed invero, in precedenza, questa Corte aveva più
volte affermato che, ai fini della valutazione del pericolo che l’imputato
commetta ulteriori reati della stessa specie, il carattere della “concretezza” deve

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riferimento alle condizioni soggettive dell’indagato (incensurato, lontano da

essere riconosciuto alla sola condizione – necessaria e sufficiente – che esistano
elementi, per l’appunto, “concreti” (cioè non meramente congetturali) sulla base
dei quali poter affermare che il soggetto, verificandosi l’occasione, probabilmente
commetterebbe altri reati offensivi di quello stesso bene giuridico tutelato dalla
disposizione per cui si procede (tra le altre, Sez. 5, n. 24051 del 15/5/2014,
Lorenzini, Rv. 260143; Sez. 1, n. 10347 del 20/1/2004, Catanzaro, Rv. 227227);
con la riforma di cui alla I. n. 47 del 2015, invece, il legislatore richiede che
l’ordinanza applicativa o confermativa della misura contenga specifiche

ricavare dalla riconosciuta esistenza di occasioni prossime favorevoli alla
commissione di nuovi reati.
Occasioni, quindi, non meramente ipotetiche ed astratte, ma probabili nel
loro vicino verificarsi.
Quel che precede, ovviamente, assume poi rilievo ancora maggiore quanto
più ampio sia lo spettro cronologico che divide i fatti contestati dall’ordinanza
cautelare; con la precisazione, peraltro, che già ben prima della novella del 2015
il Supremo Collegio di questa Corte aveva affermato che il riferimento al “tempo
trascorso dalla commissione del reato”, di cui all’art. 292, comma 2, lett. c) cod.
proc. pen., impone al Giudice di motivare sotto il profilo della valutazione della
pericolosità del soggetto in proporzione diretta al tempo intercorrente tra tale
momento e la decisione sulla misura cautelare, giacché ad una maggiore
distanza temporale dai fatti corrisponde un affievolimento delle esigenze
cautelari (Sez. U, n. 40538 del 24/9/2009, Lattanzi, Rv. 244377; di seguito, tra
le altre, Sez. 4, n. 24478 del 12/3/2015, Palermo, Rv. 263722, a mente della
quale in tema di misure coercitive, la distanza temporale tra i fatti e il momento
della decisione cautelare, giacché tendenzialmente dissonante con l’attualità e
l’intensità dell’esigenza cautelare, comporta un rigoroso obbligo di motivazione
sia in relazione a detta attualità sia in relazione alla scelta della misura).
Principio, all’evidenza, da confermare con ancora più forte rigore nell’attuale
contesto normativo.
Orbene, tutto ciò premesso in termini generali, osserva la Corte che il
Tribunale di Catania ha fatto buon governo di questi indirizzi, espressamente
richiamando la I. n. 47 del 2015 e redigendo una motivazione adeguata, logica e
priva di ogni lacuna. In particolare, e tralasciata ogni questione in punto di
fumus commissi delicti (invero non menzionato neppure nel presente ricorso),

l’ordinanza ha evidenziato la concretezza ed attualità del pericolo di reiterazione
di reati della stessa specie di quelli per cui si procede, in uno con l’adeguatezza
della sola misura in esecuzione – peraltro definita “appena sufficiente” – a far
fronte alle esigenze cautelari medesime; al riguardo, il provvedimento ha infatti

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indicazioni anche in ordine all'”attualità” del pericolo (concreto) stesso, da

sottolineato che: 1) nonostante le condotte ascritte risalgano al 2009, nel corso
della perquisizione del 30/10/2014 (in occasione dell’esecuzione della misura)
erano stati rinvenuti oggetti espressivi della «persistente consumazione di
condotte illecite fino ad epoca recentissima» (tra gli altri, un caricatore e
cartucce destinate all’arma di ordinanza, ma diversi da quelli forniti
dall’Amministrazione; una pistola cal. 6.35 illecitamente detenuta e 50 cartucce
dello stesso calibro; 41 cartucce 9×21; 95 bossoli 9×21; una pistola lanciarazzi;
due caricatori per Beretta parabellum con munizioni inserite; alcune chiavi in uso

destinati ai detenuti del carcere Catania-Bicocca, tali da evidenziare un
«gravissimo illecito esercizio delle mansioni lavorative»); 2) il Musumeci aveva
dimostrato «solidi legami con l’ambiente della criminalità, anche di tipo mafioso,
indicativi di una spiccata e non comune pericolosità sociale»; 3) lo stesso aveva
mostrato radicati collegamenti con ambienti delinquenziali che operano nel
settore degli stupefacenti, sì da riuscire a fornire ai detenuti sia cocaina che
marijuana.
Sì da concludere – con argomento congruo, logico e fondato su precise
risultanze investigative – per la palese concretezza ed attualità delle esigenze
cautelari come indicate, così come per l’inidoneità ad affrontarle di qualsivoglia
altra misura meno afflittiva.
Orbene, a fronte di una siffatta motivazione, il ricorso si sviluppa in
considerazioni del tutto generiche ed apodittiche, con le quali, peraltro,
disattende completamente i riscontri investigativi sopra richiamati, ai quali non
dedica neppure un accenno; ed invero, il gravame si limita a richiamare il
decorso del tempo dall’applicazione della misura, lo stato di incensuratezza del
Musumeci, l’assenza di precedenti giudiziari e la lontananza da ambienti
criminali, ovvero elementi che, per un verso, risultano ben confutati
dall’ordinanza in esame (l’ultimo) e, per altro verso, appaiono palesemente
inidonei a superare – contrastandola – la solida struttura argomentativa del
provvedimento, alla quale di fatto non muovono alcuna effettiva censura.
Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile Alla luce della
sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella
fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il
ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché
quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende,
equitativamente fissata in euro 1.000,00.

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ad istituti penitenziari, una delle quali alterata in modo da aprire diversi cancelli

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
ammende.
La Corte dispone inoltre che copia del presente dispositivo sia trasmessa
all’Amministrazione di appartenenza del dipendente pubblico a norma dell’art.
70, d. Igs. n. 150/2009.

nsigliere estensore

Il Presidente

Così deciso in Roma, 1’11 novembre 2015

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