Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 50465 del 18/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 50465 Anno 2015
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Arbotti Fernando Antonino, nato a Montecilfone il 12-06-1960
avverso la ordinanza del 17-07-2015 del tribunale della libertà di Catania;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Pasquale Fimiani che ha
concluso per il rigetto del ricorso;
Udito per il ricorrente l’avv. Nicolino Cristofaro che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso;

Data Udienza: 18/11/2015

RITENUTO IN FATTO
1.

Ferdinando Antonino Arbotti ricorre per cassazione impugnando

l’ordinanza indicata in epigrafe con la quale il tribunale della libertà di Catania ha
confermato quella (emessa il 15 giugno 2015) con la quale il giudice per le
indagini preliminari presso il medesimo tribunale aveva applicato nei suoi
confronti la misura della custodia cautelare agli arresti domiciliari per i reati di

2.

Per la cassazione dell’impugnata ordinanza, il ricorrente, tramite il

difensore, articola un unico complesso motivo di gravame con il quale lamenta il
difetto assoluto nonché la contraddittorietà e l’illogicità della motivazione in
relazione alla sussistenza delle esigenze cautelari volte ad evitare la reiterazione
del reato nonché la violazione e la falsa applicazione degli articoli 274, comma 1,
lettera c), e 275 codice di procedura penale (articolo 606, comma 1, lettere b)
ed e), codice di procedura penale) con riferimento alla violazione del principio
dell’adeguatezza cautelare.
Il ricorrente, posto che non ha sollevato alcuna specifica doglianza circa la
ritenuta gravità indiziaria come si ricava anche dall’intestazione del motivo di
gravame, assume che il tribunale cautelare ha affermato che le modalità
operative, certamente consolidate, con le quali i reati sarebbero stati
sistematicamente commessi e l’estensione, progressiva ma inesorabile, dei
confini del programma criminoso sarebbero dimostrativi, ex se, del pericolo di
reiterazione di analoghe condotte delittuose, concreto ed attuale, sul rilievo che,
se risulta certamente vero che l’indagine che ha portato all’adozione
dell’ordinanza impugnata ha di fatto scardinato la struttura associativa e perciò
reso di fatto difficile la reiterazione di analoghe condotte all’interno del
medesimo contesto ambientale con l’ausilio dei medesimi soggetti, ciò tuttavia
non esclude che analoghe vicende possano riproporsi in altre sedi ed in altri
contesti (pagine 12 e 13 dell’ordinanza impugnata).
Obietta il ricorrente che, sulla base della motivazione adottata, il tribunale
del riesame ha pacificamente riconosciuto ciò che aveva segnalato la difesa,
ossia che l’ordinanza cautelare non fosse giustificata dai requisiti richiesti dalla
legge e che pertanto l’associazione, finalizzata esclusivamente ad interferire sui
risultati delle partite del Catania Calcio, non avesse più ragione di esistere. In
ogni caso non sussistevano le esigenze cautelari, soprattutto dopo l’esecuzione
delle misure restrittive, atteso l’effetto mediatico connesso all’esecuzione delle
ordinanze cautelari e alle indagini ancora in corso.
Ciò posto, il tribunale, per giustificare la misura adottata, ha del tutto
ignorato, incorrendo nel vizio di motivazione denunciato, quanto affermato nella
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associazione per delinquere e frode sportiva.

stessa motivazione dell’ordinanza impugnata ossia che malgrado lo
scardinamento della struttura associativa non potesse escludersi che analoghe
vicende potessero riproporsi in altre sedi ed in altri contesti. Il tutto con un
giudizio di non esclusione della possibilità di reiterazione del reato in negativo
che si porrebbe in contrasto con i presupposti di legge. Infatti, con tale
motivazione generica e frutto di una mera clausola di stile, il tribunale cautelare
ha spostato il tiro delle esigenze cautelari non più collegate alla presunta
associazione, di fatto scardinata, ma ad altri contesti e soggetti ipotetici. Ne

mutato quadro normativo intervenuto con l’entrata in vigore della legge 47 del
2015 che ha modificato l’assetto delle cautele penali personali in quanto non si
ritiene più sufficiente la sola concretezza del periculum per l’applicazione della
misura cautelare, specie se di tipo personale coercitivo, ma si stabilisce che è
necessario che tale esigenza sia accompagnata dall’attualità, circostanza che
impone al giudice uno specifico accertamento per riscontrare ed adeguatamente
motivare anche e soprattutto l’attualità del pericolo, oltre che la relativa
concretezza di esso.
Conclude il ricorrente che il tribunale del riesame neppure ha motivato sul
criterio di scelta della misura non essendovi traccia di alcuna motivazione in tal
senso, al di là di affermazioni apodittiche, circa l’adeguatezza e la proporzionalità
della misura applicata, né alcuna motivazione in ordine alla sostituzione con altra
misura meno afflittiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato per quanto di ragione nei limiti e sulla base delle
considerazioni che seguono.

2. Il tribunale cautelare ha precisato come fosse evidente il carattere esteso
delle condotte illecite perpetrate dal sodalizio criminoso, la gravità delle stesse
ed il ruolo “essenziale” dell’Arbotti, collegato alla sua “professionalità” quale
“procuratore sportivo”, tanto da far ritenere sussistenti le esigenze cautelari
dirette ad evitare il pericolo della ripetizione criminosa specifica in considerazione
delle modalità operative, certamente consolidate, con le quali i reati erano stati
sistematicamente commessi e l’estensione, progressiva ma inesorabile, dei
confini del programma criminoso nato per esigenze contingenti ma trasformatosi
in un metodo di locupletazione economica dimostrativo quindi del pericolo
concreto ed attuale della reiterazione di analoghe condotte delittuose.
Il Collegio cautelare ha dato tuttavia atto che l’indagine, all’esito della quale
era stata emessa l’ordinanza cautelare impugnata con la richiesta di riesame,

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consegue una motivazione illogica e contraddittoria avuto anche riguardo al

aveva di fatto scardinato la struttura associativa e reso parimenti difficile la
reiterazione di analoghe condotte nel medesimo contesto ambientale e con
l’ausilio dei medesimi soggetti, ma ciò non escludeva che analoghe vicende si
potessero riproporre in altre sedi ed in altri contesti, posto che il ricorrente,
procuratore sportivo, svolgeva una professione che lo portava ad avere contatti
diretti con i calciatori e quindi sarebbe stato, se libero o sottoposto a restrizioni
di libertà meno intense della custodia domiciliare, nella costante possibilità di
reiterare fenomeni di corruzione di calciatori per conto terzi, sfruttando la

partite di calcio, con la conseguenza che, essendosi il ricorrente contraddistinto
per aver abitualmente alterato, con le dimostrate collusioni, i risultati sportivi, il
pericolo di reiterazione di analoghe condotte, in relazione alla figura del
ricorrente, permaneva concreto ed attuale, favorito dal perdurante e stabile
collegamento dell’indagato con il mondo del calcio nel quale aveva da sempre
operato come professionista nella sua qualità di procuratore sportivo.
Peraltro proprio il ruolo specificamente assunto nella vicenda dal ricorrente,
secondo il tribunale del riesame, il diverso trattamento cautelare rispetto ad altri
soggetti (Antonino Pulvirenti e Pablo Gustavo COSENTINO)fe nel frattempo erano \S C)
stati ammessi alla misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria con
divieto di espatrio, in quanto il Pulvirenti aveva restituito le “licenze sportive” ed
entrambi erano dimissionari dalle relative cariche sicché tali circostanze
lasciavano sicuramente ritenere, a differenza del caso di specie, un significativo
ridimensionamento delle esigenze cautelari.
Il tribunale cautelare ha quindi concluso nel senso che tutto ciò giustificasse
il mantenimento del ricorrente al regime degli arresti domiciliari in modo da
evitare che l’Arbotti entrasse nuovamente in contatto con calciatori inclini alla
corruzione e così riattivando un sistema di intermediazione illecita utilizzato per
condizionare ed alterare sistematicamente i risultati delle partite di calcio.

3. Osserva il Collegio come l’apparato motivazionale, in punto di definizione
del pericolo concreto ed attuale di recidiva, sia immune dai rilievi formulati dal
ricorrente che, in prima battuta, deduce, in considerazione del vizio di
motivazione denunciato, l’assenza delle esigenze cautelari non concretamente
ipotizzabili, secondo la sua prospettazione, sulla base della stessa motivazione
utilizzata dal tribunale cautelare per ammetterle. Piuttosto, come sarà più chiaro
in seguito, si può cogliere una contraddittorietà e manifesta illogicità della
motivazione sull’ulteriore aspetto, pure censurato con il motivo di gravame, circa
il criterio di scelta utilizzato per delineare l’area della coercizione cautelare, nella
misura in cui il precipitato logico della motivazione del tribunale del riesame
avrebbe imposto obblighi motivazionali aggiuntivi per pervenire alla conferma
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dimostrata specializzazione nella materia per condizionare i risultati di future

dell’ordinanza cautelare impugnata sotto il profilo del trattamento cautelare
riservato al ricorrente.
3.1. Questa Corte ha già affermato che le modifiche normative introdotte,
per quanto qui interessa, dalla legge n. 47 del 2015 alla disposizione di cui
all’art. 274, comma 1, lett. c), cod. proc. pen. richiedono un obbligo
motivazionale aggiuntivo da parte dei giudici della cautela penale personale sul
tema che attiene al profilo dell’attualità delle esigenze cautelari (attualità ora
immanente a tutte le esigenze cautelari codificate dalle lettere a), b) e c)

quello della concretezza già contenuto espressamente nella disposizione
normativa, aggiungendosi ad esso; tale obbligo non è tuttavia inedito, giacché,
da un lato, l’art. 292 comma 1, lett. c), cod. proc. pen. già imponeva al giudice
l’esposizione dei motivi per cui i gravi indizi di colpevolezza e le esigenze
cautelari assumessero rilevanza “tenuto conto anche del tempo trascorso dalla
commissione del reato”

e, dall’altro, alcune prassi applicative della

giurisprudenza di legittimità già ritenevano siffatto requisito come elemento
costitutivo implicito della fattispecie cautelare ex art. 274 comma 1, lett. c), cod.
proc. pen. (Sez. 3, n. 48469 del 27/10/2015, Padulo, in nnotiv., non ancora
mass.) sul presupposto che, in tema di esigenze cautelari ed in particolare di
tutela della collettività, appare sempre più esplicita, nel testo dell’art. 274 lett. c)
quale modificato dalla legge 8 agosto 1995 n. 332, la necessaria valutazione
della personalità dell’indagato, riferita ad un parametro ispirato a criteri di
concretezza, attualità e specificità a fondamento di una prognosi rigorosa di
pericolosità come sembra rilevare anche l’uso della locuzione “sussiste concreto
pericolo” in luogo di quella dotata di minore incisività “vi è il concreto pericolo”
(Sez. 6, n. 3109 del 19/09/1995, Lorenzettí, Rv. 202558).
Questa Corte ha anche affermato che, in tema di misure cautelari, il giudice,
nel sottoporre ad analisi il complesso degli elementi presenti in atti al fine di
formulare la prognosi di pericolosità sociale a tutela dell’esigenza di cui alla
lettera c) dell’art. 274 del codice di procedura penale – esigenza, tra quelle
previste dal citato articolo, meno allineata ai postulati garantistici fondanti la
Costituzione repubblicana – deve porre particolare attenzione ai dati riguardanti i
precedenti penali del soggetto, stante l’alta significanza, a tale fine, della recidiva
nel reato, e al tempo trascorso tra l’epoca di commissione del fatto o dei fatti in
addebito e il momento di formulazione del giudizio di prognosi, specie quando gli
atti non consentano di evidenziare, per tutto l’intervallo, rilievo negativo. Ne
segue che, quando siffatto giudizio riguardi persona incensurata che abbia posto
in essere la condotta ad essa addebitata, in epoca remota (…), l’analisi in
questione non può limitarsi alla semplice ipotizzazione di ricaduta ma deve
fondarsi su elementi concreti che rendano altamente probabile, cioè quasi certa,
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dell’art. 274 cod. proc. pen.), sul rilievo che il requisito dell’attualità ha arricchito

presentandone l’occasione, la ricaduta nel reato (Sez. 1, n. 4310 del
01/08/1995, Masi, Rv. 202197), risultando tale filone, invero minoritario,
contrastato da quello secondo il quale il requisito della “concretezza”, cui si
richiama l’art. 274, lett. c), del vigente codice di procedura penale non si
identifica con quello di “attualità” del pericolo, derivante dalla riconosciuta
esistenza di occasioni prossime favorevoli alla commissione di nuovi reati, ma
dovendo, al contrario, il predetto requisito essere riconosciuto alla sola
condizione necessaria è sufficiente che esistano elementi “concreti” (cioè non

inquisito possa facilmente, verificandosene la occasione, commettere reati
rientranti fra quelli contemplati dalla suddetta norma processuale (Sez. 1, n.
4631 del 18/12/1990, dep. 01/02/1991, Cuzzola, Rv. 186584; Sez. 1, n. 10347
del 20/01/2004, Catanzaro, Rv. 227227; Sez. 6, n. 28618 del 05/04/2013, Pnnt
in proc. Vignali, Rv. 255857; Sez. 5, n. 24051 del 15/05/2014, Lorenzini ed
altro, Rv. 260143).
Nondimeno la giurisprudenza di questa Corte non ha mancato
opportunamente di segnalare, sfruttando il tramite interpretativo enunciato
dall’art. 292, comma 2, lett. c), cod. proc. pen. che, in tema di misure cautelari,
lo specifico riferimento dell’art. 292, comma secondo, lett. c), cod. proc. pen.
alla valutazione del “tempo trascorso dalla commissione del reato”, implica che la
pregnanza del pericolo di recidiva si “attualizza” in proporzione diretta con il
“tempus commissi delicti”, in quanto alla maggior distanza temporale dei fatti
corrisponde, di regola, un proporzionale affievolimento delle esigenze di cautela
(Sez. 6, n. 20112 del 26/02/2013, P.M. in proc. Strassil e altro, Rv. 255725),
affievolimento dei pericula già affermato, in siffatti casi, dal dictum delle Sezioni
Unite (Sez. U, n. 40538 del 24/9/2009, Lattanzi, Rv. 244377).
La modifica normativa, rendendo pertanto esplicito un principio già
teorizzato dalla giurisprudenza di legittimità, richiede che la cautela special
preventiva sia necessariamente agganciata ai requisiti di concretezza, attualità e
specificità, enunciando una parallela regola di esclusione, in forma di divieto a
carattere relativo, laddove stabilisce che “le situazioni di concreto ed attuale
pericolo non possono essere desunte esclusivamente dalla gravità del titolo del
reato per cui si procede”, con ciò escludendo infatti che la gravità del reato possa
da sola sostenere i requisiti della concretezza e dell’attualità ed ammettendo
invece che il criterio partecipi, unitamente agli altri indici desumibili dall’art. 133
cod. pen., a delineare la fattispecie cautelare al completo degli elementi
costitutivi richiesti per la sua integrazione.
Ne consegue che, con la riforma di cui alla legge n. 47 del 2015, il
legislatore richiede che l’ordinanza applicativa o confermativa della misura
contenga specifiche indicazioni anche in ordine all’attualità del pericolo
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meramente congetturali) sulla base dei quali possa affermarsi che il soggetto

(concreto), da ricavare dalla riconosciuta esistenza di occasioni prossime
favorevoli alla commissione di nuovi reati; occasioni, quindi, non meramente
ipotetiche ed astratte, ma probabili nel loro vicino verificarsi (Sez. 3, n. 48469
del 27/10/2015, cit., non ancora mass.).
In ogni caso, la natura del giudizio prognostico, che è affidato in parte qua
al giudice della cautela penale, non può non tenere conto che il requisito
dell’attualità cautelare è stato oggetto di sorta di “interpretazione autentica di
tipo sistematico” da parte del legislatore, in quanto sarebbe del tutto riduttiva la

decisivo, degli elementi interni della fattispecie cautelare di riferimento (art. 274,
comma 1 , lett. c), cod. proc. pen.), omettendo di considerare che anche altre
preesistenti disposizioni del sistema cautelare (art. 292, comma 2 , lett. c), cod.
proc. pen.), collegate tra loro, partecipano necessariamente alla definizione
dell’attualità cautelare, quantomeno con riferimento alle regole di giudizio
applicabili ordinariamente, restando ancora fuori sistema, sia pure con i correttivi
declinati dalle sentenze di incostituzionalità dell’art. 275, corna 3, cod. prc. pen.,
il regime cautelare speciale retto dalle presunzioni assolute o relative che, in
quanto tali, impediscono al ragionamento probatorio cautelare di svilupparsi
secondo i criteri ordinari, nutrendosi di regole diverse.
Deriva che, in via ordinaria, il requisito dell’attualità cautelare esige che i
fatti posti a fondamento del provvedimento limitativo della libertà personale
siano recenti (principio in massima parte già enunciato dall’art. 292, comma 2,
lett. c), cod. proc. pen.) e rappresentino, quindi, la conseguenza di una
personalità delinquenziale non remota e al tempo stesso capace di innescare in
qualsiasi momento la ripetizione criminosa nominata e/o specifica secondo le
modalità richieste dall’art. 274, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., fermo
restando che, a prescindere dalla distanza temporale tra fatto addebitato e
formulazione del giudizio prognostico, l’attualità deve essere ravvisata, perché il
pericolo “sussiste”, anche quando risulti dagli atti che siano state accertate
medio tempore manifestazioni concrete ed attuali di pericolosità sociale, per la
presenza di eventi temuti che la misura stessa dovrebbe per il futuro
fronteggiare, oppure quando vi siano emergenze probatorie che dimostrino come
la condotta criminosa sia facilmente reiterabile potendo con alta probabilità
logica insorgere occasioni di ripetizione criminosa probabili nel loro vicino
verificarsi.
3.2. Ciò posto, il giudizio prognostico formulato dal tribunale del riesame
appare congruamente ed adeguatamente formulato sotto il profilo, contestato
con il ricorso, della concretezza e dell’attualità del pericolo cautelare.
Il tribunale della libertà ha affermato che il ricorrente ha svolto un ruolo
centrale nell’economia dell’illecito accertato secondo i canoni che sorreggono la
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portata della riforma se siffatto elemento venisse confinato nell’ambito, pure

formazione del giudizio di probabile colpevolezza; che il complesso meccanismo
si è risolto nell’alterazione fraudolenta, attivata attraverso illeciti accordi collusivi
e corruttivi, di partite dello scorso campionato di calcio con riferimento ad una
delle maggiori serie nazionali; che il ricorrente, nella qualità di procuratore
sportivo, ha sostanzialmente reclutato i soggetti disponibili a partecipare ai
meccanismi collusivi; che le condotte non sono state occasionali ma reiterate in
un contesto temporale recente e cronologicamente ristretto; che, se libero, le
medesime occasioni si sarebbero ripresentate e gli illeciti, tenuto conto delle

scardinato il precedente assetto, l’identità delle situazioni di pericolo precedenti e
successive alla condotta accertata dovevano stimarsi simili, con conseguente
potenzialità di ripetizione criminosa identica alle condotte delittuose accertate.
In altri termini, il tribunale cautelare ha ragionato – sulla base di dati
ricostruiti attraverso le prove cautelari acquisite e, quindi, tenendo conto tanto
delle specifiche modalità comportamentali quanto della personalità
delinquenziale – nel senso di ritenere sostanzialmente sovrapponibile la
situazione fattuale esistente al momento dei reati accertati con quella successiva
che avrebbe riproposto, in via prossima, le medesime favorevoli occasioni di
ripetizione criminosa specifica.
Nel pervenire a tali conclusioni il tribunale del riesame, ritenendo irrilevante
l’avvenuto scioglimento dell’associazione costituita per realizzare i reati fine, ha
valutato il pericolo di ripetizione criminosa specifica sia sotto il profilo della
concretezza, avendo ancorato la formulazione della prognosi a dati concreti
emergenti dalle risultanze processuali, sia sotto il profilo dell’attualità, avendo
parametrato il giudizio prognostico a fatti recenti e a probabili ripetizioni
criminose prossime nel loro verificarsi, al di là degli impropri riferimenti, pure
contenuti nella motivazione, a contesti e scenari diversi.

4. Piuttosto la motivazione appare contraddittoria e manifestamente illogica
sotto il concorrente profilo, oggetto di specifica doglianza, del criterio di scelta
utilizzato per disporre la misura coercitiva custodiale, tanto più che, con
riferimento ai coindagati ritenuti capi dell’associazione, lo stesso tribunale
cautelare ha perentoriamente affermato che questi ultimi erano stati ammessi ad
un trattamento cautelare meno afflittivo perché avevano cessato o avevano
dismesso le cariche, condizioni soggettive che, secondo la ratio decidendi,
avevano agevolato la commissione dei reati, situazione invece non riscontrabile
quanto alla posizione del ricorrente che era procuratore sportivo e tale sarebbe
rimasto anche in stato di libertà, con conseguente concreta probabilità da parte
sua, e a differenza dei coimputati in posizione apicale, di reiterare i
comportamenti delittuosi.
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condotte accertate, sarebbero stati, con elevata probabilità, reiterati; che,

Ciò pertanto non esonerava il Collegio cautelare dal motivare circa la
sostituzione, comunque invocata dal ricorrente che ha denunciato la violazione
del principio di adeguatezza cautelare, della misura degli arresti domiciliari con
altra misura cautelare personale meno afflittiva, sia essa coercitiva o, a limite,
interdittiva, sterilizzando la qualifica che, come per gli altri anche per il
ricorrente, avrebbe potuto salvaguardare il pericolo di reiterazione delittuosa e
dovendosi ricordare, quanto all’area riservata a queste ultime misure che l’art.
290 cod. proc. pen. abilita il giudice ad emettere provvedimenti con i quali

professionale o imprenditoriale.
Infatti, quanto all’ambito di operatività del “divieto di esercitare determinate
professioni”, la nozione di “professioni” richiamata, puramente e semplicemente,
dalla disposizione processuale non implica necessariamente la titolarità di “uno
speciale permesso o una speciale abilitazione, autorizzazione o licenza
dell’Autorità”.
A parte il fatto che, per i procuratori sportivi, era richiesta, anteriormente
all’aprile 2015, una speciale abilitazione all’esercizio della professione, deve
ritenersi, in via generale, che proprio il mancato riferimento nell’art. 290 cod.
proc. pen. agli artt. 30 e 35 cod. pen. che, a loro volta, richiamano
espressamente, tra l’altro, le professioni per cui è richiesto

“uno speciale

permesso o una speciale abilitazione, autorizzazione o licenza dell’Autorità”
autorizza a ritenere, senza alcun pregiudizio per i vincoli di legalità e di
tassatività cui la materia si informa (art. 272 cod. proc. pen.), che il termine
“professione”, ai sensi dell’art. 290 cod. proc. pen., vada inteso nel senso ampio
che il codice civile vi attribuisce (nell’art. 2229 cod. civ.), non coincidente quindi
con la sfera esclusiva delle cosiddette professioni “protette o vigilate”, includendo
nella previsione normativa “aperta”, oltre alle professioni intellettuali disciplinate
da leggi speciali e soggette all’obbligo di iscrizione, anche le prestazioni di
contenuto professionale o intellettuale libere da siffatto obbligo ed anche
prestazioni non specificamente e tipicamente caratterizzate nel loro contenuto,
comunque tutte considerate oggetto di un rapporto di lavoro autonomo.
Né necessariamente rileva che gli altri coimputati, maggiormente gravati
secondo il ricorrente, abbiano spontaneamente rimosso la condizione che ha
agevolato la commissione dei reati sia perché il pericolo della ripetizione
criminosa specifica ha riguardo non agli stessi reati ma a quelli che condividono
la medesima obiettività giuridica criminosa dei delitti sub iudice (reati della
stessa specie) e sia perché, anche a fronte di una specifica richiesta di
attenuazione del trattamento cautelare per inadeguatezza o sproporzione di
quello in corso, al giudice cautelare incombe uno specifico obbligo di

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interdice temporaneamente, “in tutto o in parte” una determinata attività

motivazione, nel caso di specie del tutto disatteso, al quale non può sostituirsi il
giudice di legittimità.

5. Ne consegue che a ciò dovrà porre riparo il giudice di rinvio, al quale
spetterà, attraverso un nuovo esame e pur in presenza di un bisogno cautelare

da

salvaguardare costituito dal pericolo di reiteratio críminis, di motivare se e

quali ragioni ostino, nel caso di specie, alla possibile individuazione, nella gamma
delle misure cautelari personali previste dal codice di rito, alla sostituzione della

particolare riferimento alla misura interdittiva del divieto di esercitare da parte
del ricorrente la professione di procuratore sportivo.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al tribunale di Catania, sezione per
il riesame.
Così deciso il 18/11/2015

misura cautelare degli arresti domiciliari con altre misure meno afflittive, con

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