Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 50148 del 12/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 50148 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: AIELLI LUCIA

Data Udienza: 12/11/2015

GERACE Antonio nato a CUTRO il 13/4/1948
avverso la sentenza n. 4953/2012 della Corte d’Appello di MILANO del 3/12/2013 ;
visti gli atti , la sentenza ed il ricorso;
udita in pubblica udienza la relazione del Consigliere dott. Lucia AIELLI ;
udito il Sostituto procuratore generale dott. Alfredo VIOLA che ha concluso per il rigetto del
ricorso;

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza emessa il 3.12.2013 la Corte d’Appello di Milano, confermava la sentenza del
Tribunale di Voghera del 20.3.2012, che condannava GERACE Antonio alla pena di anni uno e
1

mesi sei di reclusione ed 600,00 di multa per i reati di ricettazione, falso e truffa a lui
contestati.
Avverso la sentenza d’appello proponeva ricorso per cassazione l’imputato, per il tramite del
suo difensore, il quale eccepiva la nullità della sentenza impugnata per omessa notifica del
decreto di citazione in appello; con il secondo motivo il difensore lamentava il travisamento
della prova consistente nel riconoscimento dell’imputato eseguito da Falduto Maria e dal suo
dipendente Mangane Souleymane. In particolare il ricorrente contestava l’esito dell’ operazione
di riconoscimento effettuata dalla Falduto, sostenendo che, la necessità di acquisire il

effettuato in udienza , era stato provocato proprio dall’incertezza della teste sicchè la sentenza
fondata solo su tale testimonianza sarebbe viziata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile in quanto palesemente infondato .
Con il primo motivo il ricorrente prospetta più vizi di natura processuale ( relativi all’irregolare
citazione in appello, all’irregolare notifica dell’estratto contumaciale della sentenza d’appello )
evidenziando che la prima notifica, essendo stata effettuata presso il difensore ex art. 157 c. 8
bis c.p.p., e non presso il domicilio eletto dal Gerace, si profilava nulla; inoltre la notifica del
decreto di citazione in appello, al Gerace, presso il domicilio eletto, veniva effettuata in
maniera parziale, con consegna a mani del portiere, non seguita dal’invio della dovuta
raccomandata ; ancora il ricorrente sostiene che l’estratto contumaciale della sentenza
d’appello, sarebbe stato erroneamente notificato, con la conseguenza che si sarebbe verificata
una nullità a regime intermedio, in questa sede rilevabile. Ora a prescindere dal fatto che con
l’intervento e la partecipazione al giudizio di appello la pretesa irregolarità della notifica del
decreto di citazione in quanto non eccepita, sarebbe sanata ( Sez. 5, 28 maggio 2014, n.
21875, ry.262822), così come sarebbe sanato, per effetto della proposizione del presente
gravame, anche il vizio di “nullità” afferente la notifica dell’estratto contumaciale della
sentenza d’appello, trattandosi appunto di nullità a regime intermedio, va ribadito in questa
sede l’orientamento già espresso da questa sezione nella sentenza 20/9/2007 n. 2132, Ardito alla cui ampia motivazione si rimanda – a proposito della ritualità della notifica eseguita presso
il difensore fiduciario anche in presenza di imputato che abbia previamente dichiarato o eletto
il domicilio per le notificazioni ai sensi dell’art. 161 c.p.p.. Ritenere che l’art. 157 c.p.p.,
comma 8 bis non possa essere applicato in questi casi, significherebbe limitare l’applicazione
della nuova disposizione normativa ad ipotesi del tutto marginali e non attuerebbe la
perseguita esigenza generale di garantire la celerità del processo, tenuto conto dell’obbligo di
deontologia professionale del difensore, anche se non domiciliatario volontario del suo
assistito, di portare a conoscenza di questi tutti gli atti processuali a lui diretti personalmente e
che lo riguardano, nonché, specularmente, dell’onere che incombe sull’imputato di mantenersi
in contatto con il proprio difensore di fiducia, allo scopo di tenersi al corrente degli sviluppi del

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precedente verbale di riconoscimento fotografico, eseguito dalla Falduto , rispetto a quello

procedimento ( Sez. 3, Sentenza n. 5790 del 09/01/2008, Rv. 238364).
Quanto al secondo motivo proposto, esso attiene a valutazioni di merito, che sono insindacabili
nel giudizio di legittimità, quando il metodo di valutazione delle prove sia conforme ai principi
giurisprudenziali e l’argomentare scevro da vizi logici, come nel caso di specie. (Sez. U., n. 24
del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U., n. 12 del 31.5.2000, Jakani, Rv. 216260; Sez. U.
n. 47289 del 24.9.2003, Petrella, Rv. 226074 ). Trattasi, inoltre, di questioni già prospettate
nei motivi di appello, alle quali la Corte territoriale ha dato adeguate e argomentate risposte,
esaustive in fatto e corrette in diritto, che il ricorrente si limita a censurare genericamente.

e veicolato nel dibattimento come prova atipica , occorre ribadire che in relazione ad esso non
é previsto il rispetto delle forme specificamente dettate dal codice, per la ricognizione di
persona, negli artt. 213 e ss. cod. proc. pen.; esso ritualmente concorre, nell’ambito del
giudizio dibattimentale , unitamente alle altre prove, a formare il libero convincimento del
giudice . Ed al riguardo questa Corte ha ritenuto, con affermazione condivisa dal Collegio, che
la certezza della prova non discende dal riconoscimento come strumento probatorio ma
dall’attendibilità accordata alla deposizione di chi ( nella specie la p.o. ), avendo esaminato le
foto dell’imputato, si dica certo della sua identificazione e ciò soprattutto quando questa venga
confermata davanti al Giudice ( Sez. IV, 28.11.2003, n. 46024, rv. 226722; Sez. IV , 9
dicembre 2008n. 45496, rv.242029) .
Nel caso di specie il giudice di appello, dopo avere esaminato lo stesso materiale
probatorio già sottoposto al giudice di prime cure e, dopo avere preso atto delle censure
dell’imputato in ordine all’attendibilità del riconoscimento effettuato dalla Falduto, ha concluso
per la piena attendibilità della teste la quale nonostante vi fossero due distinte fotografie
effigianti il Gerace in età anagrafiche apprezzabilmente diverse e nonostante il decorso del
tempo, ha riscontrato quanto già in precedenza affermato.
In conclusione deve ritenersi che la sentenza impugnata regga al vaglio di legittimità, non
palesandosi assenza, contraddittorietà od illogicità della motivazione, ovvero travisamento del
fatto o della prova.
Tutto ciò comporta l’inammissibilità dell’impugnazione per manifesta infondatezza dei motivi
proposti. Ne consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle
ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina
equitativamente in C 1000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
e della somma di euro 1.000 alla Casa delle Ammende.
Così deciso il 12 novembre 2015

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E così segnatamente, il riconoscimento fotografico dell’imputato, effettuato da Falduto Maria,

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