Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 50054 del 19/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 50054 Anno 2015
Presidente: AMORESANO SILVIO
Relatore: MANZON ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Perruggini Potito nato a Bari il 18/09/1964
avverso la ordinanza del 24/07/2015 del Tribunale di Foggia
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Enrico Manzon;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Pi40
Gaeta, che ha concluso chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso;
udito per l’imputato l’avv. Gianni Di Santo in sostituzione dell’avv. Mario Antonio
Ciarambino, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
1.Con ordinanza in data 24/07/2015 il Tribunale di Foggia rigettava la richiesta
di riesame proposta da Perruggini Potito avverso il decreto di sequestro
preventivo del GIP presso il Tribunale stesso in data 11/05/2015 avente ad
oggetto beni dell’indagato.
Rilevava il Tribunale che, essendo sufficiente ai fini cautelari l’astratta
configurabilità di un reato (nel caso di specie quello di cui all’art. 10

ter, d.l.

74/2000, anno di imposta 2011, € 340.429,00 IVA non versata), la mancata
escussione preventiva del patrimonio dell’Ente rappresentato dall’indagato
(effettivo contribuente) non potevasi considerare condizione di validità del
disposto sequestro. Soggiungeva che l’estraneità al reato del Perruggini avrebbe

Data Udienza: 19/11/2015

dovuto essere oggetto del giudizio meritale, non potendosene comunque
escludere il dolo. Infine affermava la non revocabilità del sequestro essendo
finalizzato, ancorchè “per equivalente”, alla confisca obbligatoria né la
sostituibilità dei beni sequestrati, stante il disposto dell’art. 324, comma 7, cod.
proc. pen.
2. Avverso tale decisione, tramite il difensore fiduciario, propone ricorso per
cassazione il Perruggini deducendo un unico motivo articolato in diversi profili di
violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen. in relazione agli artt.

2.1 Anzitutto censura l’ordinanza impugnata, affermando di non essere l’ autore
del reato in quanto non firmatario della correlativa dichiarazione annuale IVA, a
suo dire non bastando a tal fine la qualifica rivestita di legale rappresentante pro
tempore dell’Ente societario soggetto passivo di tale imposta. Il ricorrente si
duole della non adeguatezza sul punto della motivazione del Tribunale, a suo dire
limitatosi ad un recepimento acritico della tesi accusatoria, senza adeguata
ponderazione dei contrari elementi addotti difensivamente.
2.2 II Perruggíni poi lamenta la mancata preventiva escussione del patrimonio
dell’Ente rappresentato, affermando la sequestrabilità del patrimonio dello
stesso.
2.3 Ancorchè consapevole dei limiti dati all’impugnazione dall’art. 325, comma 1,
Cod. proc. pen., il ricorrente infine richiama in sintesi le proprie principali difese
meritali rispetto all’accusa mossagli.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.11 ricorso è fondato.
1.1 II complesso motivo di ricorso proposto, pur essendo inammissibile per il
profilo articolato in ordine agli aspetti inerenti il merito dell’imputazione
provvisoria, pacificamente non sindacabili da questa Corte, risulta
dirimentemente accoglibile per gli altri profili dedotti.
1.2 Si deve rilevare in premessa che avverso le ordinanze emesse dal Tribunale
in sede di riesame ex art. 324, cod. proc. pen. è prevista dall’art. 325, stesso
codice, la possibilità del ricorso per cassazione, ma soltanto per violazione di
legge. Peraltro la giurisprudenza consolidata di questa Corte ravvisa tale vizio
anche nella mancanza assoluta di motivazione o per la presenza di motivazione
meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme
processuali, quali ad esempio l’art. 125 cod. proc. pen. -che impone la
motivazione anche per le ordinanze- ma non la manifesta illogicità della
motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio dì legittimità soltanto tramite
lo specifico ed autonomo motivo di ricorso dall’art. 606, lett.e), cod. proc. pen.
(cfr. Cass., S.U., n.5876 del 28.1.2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua,

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10 ter, d.l. 74/2000 e 322 ter, cod. pen.

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Rv.226710). Sempre le S.U. di questa Corte hanno anche specificato che nella
violazione di legge debbono intendersi compresi sia gli “errores in iudicando” o
“in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere
l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto
mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza,
quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice
(sentenza n. 25932 del 29.5.2008, Ivanov, Rv. 25932).
Nel caso concreto la motivazione dell’ordinanza impugnata risulta affetta dalle

dalle norme processuali correlative ed in particolare da quella di cui all’ art. 125,
comma 3, cod. proc. pen., apparendo tale radicale vizio motivazionale
sussistente rispetto ad entrambi i primi due profili della censura articolata dal
ricorrente.
1.3 Ciò anzitutto deve essere rilevato rispetto al punto motivazionale inerente la
sussistenza del fumus commissi delicti.
Il Tribunale ha in merito evocato risalenti ed ormai superati precedenti
giurisprudenziali di questa Corte, essendosene evoluto il correlativo indirizzo
ermeneutico nel senso che “Nel sequestro preventivo la verifica del giudice del
riesame, ancorché non debba tradursi nel sindacato sulla concreta fondatezza
dell’accusa, deve, tuttavia, accertare la possibilità di sussumere il fatto in una
determinata ipotesi di reato; pertanto, ai fini dell’individuazione del ”

fumus

commissi delicti”, non è sufficiente la mera “postulazione” dell’esistenza del
reato, da parte del pubblico ministero, in quanto il giudice, nella motivazione
dell’ordinanza, deve rappresentare le concrete risultanze processuali e la
situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, che dimostra
indiziariamente la congruenza dell’ipotesi di reato prospettata rispetto ai fatti cui
si riferisce la misura cautelare reale” (così, ex multis, Cass., sezione quinta, n.
28515 del 21/05/2014, Ciampani e altri, Rv. 260921).
La difesa del Perruggini aveva posto delle questioni in ordine alla ascrivibilità del
reato fiscale

de quo all’indagato/sequestrato.

Si tratta di specifiche

argomentazioni difensive, concernenti i tempi e le modalità di assunzione da
parte del Perruggini del mandato rappresentativo dell’ Unione Sportiva Foggia
spa, il fatto che egli non abbia firmato la dichiarazione IVA relativa al 2011,
l’assenza dell’elemento soggettivo. Su tali questioni il Tribunale del riesame
foggiano non ha risposto (limitandosi alla mera presa d’atto della tesi accusatoria
ovvero adducendo una motivazione postergatoria e comunque meramente
apparente) mentre, alla luce di detto orientamento della giurisprudenza di
questa Corte, doveva farlo.
1.4 Ancor più inconsistente risulta essere la motivazione dell’ordinanza
impugnata sul secondo profilo dedotto dal ricorrente, incentrato sulla mancata

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carenze suindicate e deve quindi affermarsi non conforme allo standard previsto

previa escussione del patrimonio della società rappresentata dall’indagato,
limitandosi a citare un unico precedente di legittimità, anch’esso ampiamente
superato nell’evoluzione giurisprudenziale di questa Corte in tema di sequestro
preventivo “diretto” e per “equivalente”.
Per vero, tuttavia nemmeno il ricorrente pone la questione nei suoi esatti termini
giuridici.
Non si tratta infatti di affermare un insussistente beneficium excussionis in
favore delle persone fisiche che, agendo quali rappresentanti legali di persone

degli Enti rappresentati, quanto piuttosto, ai fini della rispettiva operatività, di
distinguere le due tipologie di sequestro preventivo previste dagli artt. 321,
comma 2 bis, cod. proc. pen. in riferimento all’art. 322 ter, primo e secondo
comma, cod. pen. ossia, a detti fini, di distinguere tra sequestro preventivo
“diretto” del profitto del reato fiscale e sequestro preventivo “per equivalente”.
In questo senso ha fatto definitiva chiarezza la sentenza delle S.U. penali di
questa Corte n. 10561 del 30/01/2014, Gubert, sia in termini generali sia, per
ciò che appunto rileva nel caso in oggetto, relativamente alla corretta
consecuzione giuridico-procedimentale tra le due tipologie di sequestro
finalizzato alla confisca.
Tale arresto nomofilattico in particolare (punto 2.10 del Considerato in diritto) ha
statuito che «È consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro
preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni
direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi
della persona giuridica stessa, quando tale profitto (o beni direttamente
riconducibili al profitto) sia nella disponibilità di tale persona giuridica».
«Non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente
nei confronti di una persona giuridica qualora non sia stato reperito il profitto di
reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la
persona giuridica sia uno schermo fittizio».
«Non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente
nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro
commessi, quando sia possibile il sequestro finalizzato alla confisca di denaro o
di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto dì reato
tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa in capo a costoro o
a persona (compresa quella giuridica) non estranea al reato».
«La impossibilità del sequestro del profitto di reato può essere anche solo
transitoria, senza che sia necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni
costituenti il profitto di reato».
Risulta dunque evidente che nel caso di specie tali principi di diritto siano stati
violati, essendosi fatta applicazione erronea delle norme processuali e sostanziali
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giuridiche, siano autori di reati fiscali del cui profitto si implementi il patrimonio

evocate dal ricorrente. Il Tribunale di Foggia infatti, come detto richiamando un
precedente nemmeno effettivamente pertinente, non ha minimamente
considerata la possibilità, pure concretamente prospettata dal ricorrente stesso,
che la misura cautelare reale preventiva potesse e possa essere attuata
“direttamente” sul patrimonio dell’Ente rappresentato, quale
percettore/detentore del profitto del reato fiscale ossia della somma pari a quella
non versata per VIVA dovuta in relazione all’anno d’imposta 2011. Ma questa
carenza motivazionale è chiara conseguenza delle violazioni di legge che sono

2. In conclusione l’ordinanza impugnata deve essere annullata con rinvio al
Tribunale di Foggia affinchè, considerati i principi di diritto enunciati, proceda a
nuovo riesame della misura cautelare in oggetto.
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Foggia.
Così deciso il 19/11/2015

state sopra rilevate.

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