Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 50053 del 19/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 50053 Anno 2015
Presidente: AMORESANO SILVIO
Relatore: MANZON ENRICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
1. Mazzei Giuseppe nato a Caraffa il 26/12/1958
2. Mazzei Antonio nato a Milano il 27/04/1990

avverso la ordinanza del 10/04/2015 del Tribunale di Pavia, sezione riesame;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Enrico Manzon;
udito il Pubblico Ministero, in persona Sostituto Procuratore generale Pie

Qf

Gaeta, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio;

RITENUTO IN FATTO

1.Con ordinanza in data 10/04/2015 il Tribunale di Pavia rigettava l’istanza di
riesame proposta da Mazzei Giuseppe e Mazzei Antonio avverso il decreto di
sequestro preventivo di loro beni emesso dal GIP presso il Tribunale stesso in
data 07/03/2015.
Osservava il Tribunale che dovevano considerarsi sussistenti elementi sufficienti
per affermare il fumus commissi delicti in ordine alla commissione da parte dei
prevenuti di reati di natura tributaria, almeno di quello di cui all’art. 4, D.L. n.
74/2000, che specificamente deduceva dal rilevante ammontare delle somme in

Data Udienza: 19/11/2015

A

sequestro (oltre 3 milioni di euro e 21.432,00 dollari USA) e dalle giustificazioni
date al possesso delle stesse da parte di Mazzei Giuseppe. Questi aveva appunto
dichiarato trattarsi del frutto di un’ evasione fiscale pluriennale, anche con
riguardo ai 5 orologi sequestrati, anch’essi acquistati secondo la sua confessione
con il “nero” prodotto dall’attività della sua impresa di costruzioni. Riteneva il
Tribunale altresì che tali dichiarazioni ammissive fossero corroborate dall’esiguità
dei redditi dichiarati dal nucleo famigliare Mazzei (padre, figlio e sorella del
primo), il che quantomeno doveva appunto far ragionevolmente presumere la

superamento delle soglie di punibilità previste dalla correlativa norma
incriminatrice. Affermava infine il Tribunale la sussistenza intrinseca del
periculum in mora data la natura stessa dei beni sequestrati, trattandosi di valori
di facile occultabilità/dispersione.

2.Avverso tale ordinanza, tramite i difensori fiduciari, proponevano ricorso gli
imputati articolando un unico complesso motivo.
2.1 In primo luogo censurano il provvedimento impugnato per violazione degli
artt. 321, Cod. proc. pen. e 2, 4, 8, D.L. 74/2000.
Osservano i ricorrenti in particolare relativamente alle singole norme
incriminatrici: che non è ipotizzabile nel caso di specie la violazione dell’art. 2,
D.L 74/2000, poiché ad essi non è addebitata l’utilizzo di fatture per operazioni
inesistenti, previa annotazione contabile, per la presentazione di dichiarazioni
fiscali fraudolentemente alterate al fine di evadere le imposte sui redditi e VIVA;
che nemmeno poteva considerarsi integrato il delitto di cui all’art. 4, D.L.
74/2000, non avendosi elementi tali da poter affermare il superamento delle
soglie di punibilità vigenti ratione temporis, sicuramente non attingendo tali
soglie le fatture per operazioni inesistenti loro contestate; infine che non poteva
considerarsi integrato il delitto di cui all’art. 8, D.L. 74/2000, in quanto le fatture
emesse da Edil Mazzei per operazioni oggettivamente inesistenti non erano
finalizzate, come richiesto a titolo di dolo specifico dalla norma incriminatrice,
all’evasione di terzi, bensì si inserivano nel quadro di un accordo tra emittente ed
utilizzatore che diversamente aveva ad oggetto i corrispettivi per lavori di
appalto per un soggetto committente terzo (Policlinico San Matteo di Pavia).
Sicchè la mancata concreta verifica da parte del Tribunale del riesame delle
ipotesi delittuose in questione e della loro attitudine a produrre profitti
corrispondenti alle ingenti somme sequestrate a loro dire integra un vizio di
motivazione tale da essere una violazione di legge.
2.2 Rilevano inoltre i ricorrenti la carenza della motivazione dell’ordinanza sul
punto della necessaria precisa individuazione del profitto del reato contestato
loro e del relativo meccanismo causale, non potendo a tal fine essere considerato

2

commissione del reato di dichiarazione infedele, anche sotto il profilo del

sufficiente il riferimento alle dichiarazioni rese da Mazzei Giuseppe, non
cogliendosene il collegamento con l’emissione di fatture per operazioni inesistenti
né avendone effetto corroborante la modestia dei redditi dichiarati dalla famiglia
Mazzei. Sotto tale ultimo profilo si deduce quale argomento a contrario il fatto
che nel periodo complessivamente considerabile (1997/2013), l’ impresa di
famiglia ha dichiarato un volume d’affari complessivo pari ad € 69.752.910,000.
Sicchè può aversi dubbio fondato circa il superamento delle soglie di punibilità
previste dalla legge quale elemento della fattispecie incriminatrice evocata dal

Negano altresì i ricorrenti che Mazzei Giuseppe avesse mai dichiarato di aver
acquistato gli orologi in sequestro con proventi illeciti, così derivandosi un
travisamento delle prove su tale circostanza.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.1 ricorsi sono infondati.
1.1 Trattandosi di un’ ordinanza di riesame di un provvedimento cautelare reale,
ai sensi dell’art. 325, comma 1, cod. proc. pen. il ricorso per cassazione è
ammesso soltanto per “violazione di legge”.
Ne consegue che la motivazione dell’ordinanza medesima può essere scrutinata
soltanto sotto il profilo della totale mancanza di argomentazione e di risposta
sulle questioni poste dagli indagati al Tribunale del riesame, potendosi in tal caso
profilare la violazione dell’ art. 125, comma 3, cod. proc. pen. (in tal senso,

ex

multis, Cass., sezione terza, n. 28241 del 18/02/2015, PM in proc. Baronio ed
altro, Rv. 264011).
Tuttavia ciò non è certo affermabile nel caso di specie.
Il Tribunale di Pavia infatti ha ben messo in evidenza che sussiste il fumus delicti
quantomeno in ordine al reato tributario di cui all’art. 4, di n. 74/2000,
valorizzando elementi rivenienti dalle indagini preliminari, sia oggettivi sia
soggettivi.
In particolare il Tribunale ha rilevato, sul piano oggettivo, che l’ ingenza dei
valori in sequestro (oltre 3 milioni di euro, 21.432 dollari USA, 5 orologi di
marca) non è giustificata dalle esigue dichiarazioni reddituali che nel tempo sono
state presentate dagli indagati e dalla loro congiunta presso la quale detti valori
in parte prevalente sono stati sequestrati; ha poi anche valorizzato le
dichiarazioni ammissive fatte al riguardo da Mazzei Giuseppe, titolare
dell’impresa Edil Mazzei, circa il diretto collegamento di detti valori con
l’occultamento e la mancata dichiarazione di ricavi di detta impresa e quindi,
collegando tali evidenze probatorie, ha, tutt’altro che illogicamente, ipotizzato il
superamento delle soglie di punibilità previste dall’ art. 4, di n. 74/2000.

3

Tribunale (art. 4, D.L. 74/2000).

L’esatta determinazione dell’entità delle infedeltà fiscali e la loro frazionata
temporalizzazione inevitabilmente oggetto dell’ulteriore attività di indagine
espletanda, verrà quindi cristallizzata nella imputazione definitiva.
Va peraltro anche osservato che i riferimenti di cui al ricorso al volume di affari
complessivo di Edil Mazzei ovvero all’ammontare delle fatture per operazioni
inesistenti emesse dalla medesima nel contesto degli appalti commissionati dal
Policlinico San Matteo di Pavia è del tutto fuorviante.
I relativi importi infatti dovranno essere contestualizzati nell’insieme degli

soltanto all’esito degli stessi potrà aversi contezza più precisa della “dimensione”
dell’evasione fiscale ascrivibile sia a Edil Mazzei sia ai suoi soci, per le imposte
rispettivamente dovute.
Il Tribunale ha poi anche fornito giustificazione del tutto cotrentemente logica
della sussistenza del periculum in mora, trattandosi di valori mobiliari di facile
occultamento, ancorchè la misura cautelare de qua non richieda nemmeno la
sussistenza di tale presupposto, essendo finalizzata alla confisca “per
equivalente” (vedi, Cass., sezione terza, n. 20887 del 15/04/2015, Aumenta, Rv.
263408).
In conclusione, si deve pertanto affermare l’inussistenza della violazione della
norma processuale evocata dai ricorrenti, ma anche della lamentata violazione
delle norme sostanziali incriminatrici, quantomeno di quella particolarmente
messa in rilievo nell’ordinanza impugnata.
1.2 I ricorsi vanno quindi rigettati e ciascun ricorrente va condannato al
pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 19/11/

accertamenti penal-tributari espletandi nei confronti degli indagati e, come detto,

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