Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 4963 del 07/01/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 4963 Anno 2015
Presidente: CONTI GIOVANNI
Relatore: MOGINI STEFANO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
Romeo Giuseppe, nato a Siderno (RC) il 29 gennaio 1956, e
Romeo Renato, Nato a Locri (RC) il 27 aprile 1975
avverso la sentenza n. 11137/2013 della Corte d’Appello di Reggio Calabria del 17 dicembre
2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in pubblica udienza del 7 gennaio 2015 la relazione del Consigliere Dott. Stefano
Mogini
udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Francesco Mauro Iacoviello, che ha
concluso per l’annullamento con rinvio dell’impugnata sentenza sui capi relativi alla droga
per rideterminazione della pena con riferimento ad entrambi i ricorsi e rigetto del resto.
uditi gli Avvocati Armando Veneto, per Romeo Renato, e Antonio Speziale, per Romeo
Giuseppe,i quali hanno insistito per l’accoglimento dei ricorsi.

901 591

Data Udienza: 07/01/2015

I

Ritenuto in fatto
1. Romeo Giuseppe e Romeo Renato ricorrono per mezzo dei rispettivi difensori avverso la
sentenza con la quale, in data 17 dicembre 2013, la Corte d’Appello di Reggio Calabria, in
riforma della sentenza emessa all’esito di giudizio abbreviato dal Giudice dell’Udienza
Preliminare del Tribunale di Locri il 26 novembre 2012, ha, in accoglimento dell’appello del

Euro 30.000 di multa e quella applicata a Giuseppe Romeo in anni 7 e mesi 8 di reclusione e
Euro 28.600 di multa. I ricorrenti erano stati ritenuti colpevoli, in concorso tra loro, del reato di
coltivazione di una piantagione di canapa indiana e detenzione di marijuana a fini di spaccio
con l’aggravante dell’ingente quantità. Romeo Renato era stato inoltre ritenuto colpevole della
detenzione di un fucile monocanna calibro 16 con matricola abrasa (arma clandestina), della
ricettazione della medesima arma e della detenzione illegale di 84 cartucce calibro 16 e 5
cartucce calibro 12. Romeo Giuseppe era stato invece condannato anche per la detenzione
illegale di un fucile a canne parallele calibro 12 e di 22 cartucce calibro 7,65 non denunciate.

2. Giuseppe Romeo censura l’impugnata sentenza lamentando in primo luogo violazione di
legge con riferimento all’ordinanza resa dalla Corte territoriale all’udienza del 17 dicembre
2013, con la quale veniva rigettata l’istanza difensiva che documentava il legittimo
impedimento del difensore, impegnato contemporaneamente in altro, prioritario processo
celebrato dinanzi altro ufficio giudiziario. L’ordinanza avrebbe fatto erronea applicazione degli
articoli 599 e 127 cod. proc. pen., applicabili solo nel caso in cui l’appello abbia esclusivo
oggetto la specie o la misura della pena, ritenendo altrettanto erroneamente l’intempestività
della comunicazione del dedotto impedimento, regolato dall’art. 486 comma 5 cod. proc. pen..

3. Col secondo motivo Giuseppe Romeo si duole invece della violazione di legge con
riferimento agli articoli 125 comma 3, 192, comma 1 e 2 cod. proc. pen., 110 cod. pen. e 73
I.s. e del principio “dell’oltre ogni ragionevole dubbio”, oltre che dell’insufficienza e illogicità
della motivazione e travisamento del fatto in ordine alla identificazione del ricorrente avvenuta essenzialmente sulla base di videoripresa a ciò inidonea e smentita da altri elementi
di prova – come soggetto concorrente col fratello Renato nella coltivazione della piantagione di
canapa indiana.

4. Il ricorrente lamenta altresì la violazione dei criteri legali nel riconoscimento operato dai
giudici di merito dell’aggravante della ingente quantità di cui all’art. 80 comma 2 I.s..
Nell’impugnata sentenza non sarebbe precisata la percentuale del principio attivo contenuta
nello stupefacente sequestrato e in ogni caso il superamento del limite indicato da SU n. 36258
del 24 maggio 2012, Biondi, non determinerebbe automaticamente la sussistenza dell’ipotesi

pubblico ministero, rideterminato la pena applicata a Romeo Renato in 8 anni di reclusione e

aggravata dall’ingente quantità, che deve comunque essere accertata in base alle circostanze
del caso concreto.

5. La sentenza sarebbe inoltre viziata per erronea applicazione della legge penale e
travisamento del fatto con riferimento alla condanna dì Giuseppe Romeo in ordine ai reati di
cui ai capi E e F della rubrica. La Corte territoriale avrebbe infatti travisato la circostanza che il
fucile e le munizioni sequestrati erano legittimamente detenuti sulla base di una dichiarazione

ricorrente dell’arma e delle munizioni conseguiva alla breve assenza del figlio a causa del suo
matrimonio ed era finalizzato a garantire il controllo delle armi da parte dell’Autorità di Polizia.
Siffatta circostanza paleserebbe l’erroneità del presupposto (arma data in prestito al
ricorrente) fatto proprio dalla Corte territoriale e determinerebbe il venir meno dell’elemento
soggettivo dei reati in questione, commesso in situazione di erronea interpretazione delle
norme extra-penali che regolano l’obbligo di adempimenti amministrativi.

6. L’impugnata sentenza sarebbe infine, nella prospettazione del ricorrente, viziata da
insufficienza della motivazione in punto di determinazione della pena irrogata e di mancato
riconoscimento delle attenuanti generiche, non avendo la Corte territoriale in alcun modo
considerato l’incensuratezza del ricorrente e l’episodicità del fatto. La pena sarebbe inoltre
eccessiva, tenuto conto della sentenza della Corte Costituzionale n.32/2014, sopravvenuta alla
sentenza di secondo grado, che ha sancito l’incostituzionalità delle modifiche introdotte all’art.
73 1.s. dalla Legge Fini-Giovanardi e ha così prodotto la reviviscenza della più favorevole
pregressa normativa per i reati relativi alle cosiddette “droghe leggere”.

7. Tale ultimo rilievo rappresenta anche il primo motivo del ricorso proposto da Renato
Romeo, che pure si duole del mancato riconoscimento in suo favore delle attenuanti generiche
nonostante la sua positiva condotta processuale e le sue disagiate condizioni di vita.
8. Renato Romeo censura inoltre l’impugnata sentenza per il travisamento del tenore delle
dichiarazioni da lui rese in sede di convalida dell’arresto con riferimento all’illegittima
detenzione di arma da fuoco a lui attribuita. L’ammissione riguardava esclusivamente il fatto
dell’esistenza dell’arma nel casolare di famiglia, ma non l’attribuzione della detenzione
dell’arma, peraltro sprovvista dei caratteri della clandestinità, in capo al ricorrente.
Considerato in diritto
1. Il primo motivo di ricorso proposto da Giuseppe Romeo è inammissibile. A prescindere

dall’opinabilità della questione relativa alla possibilità di applicare l’art. 420 ter cod. proc. pen.
ai procedimenti camerali a partecipazione necessaria (sulla quale si sono nuovamente
pronunciate le Sezione Unite, sia pure a livello di mera informazione provvisoria – n. 34 del

907 5V1

di comodato d’uso gratuito tra l’originario titolare dell’arma e il nipote Romeo Luigi. L’affido al

18.12.2014), va ricordato che secondo la giurisprudenza costante di questa Corte l’obbligo di
comunicare prontamente, ex art. 420 ter, comma quinto, cod. proc. pen., il legittimo
impedimento a comparire per concorrente impegno professionale, si intende puntualmente
adempiuto dal difensore quando questi, non appena ricevuta la notificazione della fissazione
dell’udienza nella quale intenda far valere il legittimo impedimento, verifichi la sussistenza di
un precedente impegno professionale davanti a diversa autorità giudiziaria cui deve accordare
prevalenza. Ne consegue che la tempestività della comunicazione predetta va determinata con

2, n. 27174 del 22.4.2014, Sicolo). Nella specie la Corte territoriale ha ritenuto tardiva
l’istanza di rinvio presentata in vista dell’udienza del 17 dicembre 2013 sulla base di un
percorso argomentativo conforme a tale principio. La relativa motivazione deve pertanto
ritenersi del tutto adeguata e immune da vizi logici e giuridici. Il motivo sollecita invece una
nuova valutazione di merito, da ritenersi preclusa, per quanto esposto, in sede di legittimita’.

2. Per ragioni analoghe, anche il secondo motivo di ricorso proposto da Romeo Giuseppe
deve ritenersi inammissibile. Esso rappresenta infatti la mera riproposizione di censure di
merito già sottoposte al vaglio della Corte territoriale, che le ha esaminate e risolte con
motivazione puntuale, coerente, completa e immune da vizi logici e giuridici, laddove ha
evidenziato che il primo giudice non ha tenuto conto dei fotogrammi estrapolati dalle riprese
video ed ha al contrario valutato in una prospettiva globale ed unitaria tutto il materiale
indiziarlo (il soggetto visto dai militari operanti è giunto sul posto a bordo della vettura del
ricorrente, all’interno della quale sono stati rinvenuti la carta di circolazione a lui intestata, le
chiavi di accensione e il cellulare intestato allo stesso ricorrente e a lui in uso; mancanza al
riguardo di spiegazione alternativa da parte del ricorrente; l’abbigliamento del soggetto e la
sua condotta, precisamente descritta, consistente nella raccolta della sostanza stupefacente
insieme al complice Romeo Renato e nell’allontanamento in aperta campagna al momento in
cui veniva intimato l’alt alla vettura da lui condotta, che veniva abbandonata con le chiavi
inserite nel quadro; il rinvenimento presso l’abitazione del ricorrente degli indumenti
riconosciuti dalla p.g. come quelli indossati dalla persona sfuggita all’arresto; esclusiva
disponibilità dei casolari ove è stata rinvenuta la canapa essiccata in capo ad entrambi i
ricorrenti, essendo quei casolari di proprietà dei loro genitori), in modo da porne il luce
compiutamente i reciproci collegamenti e la confluenza in un medesimo contesto dimostrativo.

3. Inammissibile, perché manifestamente infondato e generico, è anche il terzo motivo di
ricorso. La sentenza impugnata da’ infatti conto in modo ineccepibile del superamento nel caso
di specie dei limiti quantitativi di cui alla sentenza delle Sezioni Unite n. 36258 del 24 maggio
2012, Biondi, mentre non sono rinvenibili nel caso di specie – e del resto neppure
specificamente allegate in ricorso – le circostanze del caso concreto che avrebbero dovuto
condurre all’esclusione dell’aggravante dell’ingente quantità di cui all’art. 80 comma 2 I.s..

riferimento al momento in cui il difensore ha conoscenza dell’impedimento (cfr. da ultimo Sez.

4. E’ manifestamente infondato anche il motivo di ricorso relativo alla condanna di
Giuseppe Romeo in ordine ai reati di cui ai capi E e F della rubrica. Contrariamente agli assunti
del ricorrente, la Corte territoriale ha correttamente preso in esame la ricostruzione dei fatti
offerta dallo stesso ricorrente circa il titolo (comodato d’uso) in base al quale l’arma e le
munizioni si trovavano in suo possesso, ritenendo peraltro, altrettanto correttamente, che in
tema di reati concernenti le armi rilevi la disponibilità materiale di un’arma e il potere di fatto

un breve lasso di tempo, anche in relazione alla custodia dell’arma in luogo diverso da quello
della dimora abituale dell’agente (Sez. 5, n. 19505 del 16.4.2010). Del resto, l’errore su legge
diversa da quella penale idoneo ad escludere la punibilità, è solo quello che riguarda una
norma destinata in origine a regolare rapporti giuridici di carattere non penale, non richiamata
ne’ esplicitamente ne’ implicitamente nella norma penale (Sez. 5, n. 2174 dell’11.1.2000, Di
Patti e altri). Anche a voler ritenere plausibile l’asserito errore del ricorrente circa l’obbligo di
denuncia dell’arma su di lui incombente, esso non sarebbe pertanto in nessun caso idoneo ad
escludere l’elemento psicologico dei reati in questione e la punibilita’ dei relativi fatti.

5. Anche i motivi proposti da entrambi i ricorrenti circa la mancata concessione delle
attenuanti generiche sono inammissibili. La Corte territoriale ha anche a tal proposito offerto
motivazione estesa e del tutto adeguata (pagg. 18 e 19), immune dai vizi denunciati dai
ricorrenti.

6. Lo stesso deve dirsi circa la doglianza proposta da Renato Romeo in ordine alla ritenuta
sussistenza della sua responsabilità per i reati di cui ai capi B, C e D dell’imputazione. Corretto,
completo e privo della lamentata illogicità appare al riguardo il percorso argomentativo
dell’impugnata sentenza, che ricava l’esclusiva disponibilità del fucile e delle munizioni in capo
al ricorrente dal fatto che egli ne abbia ottenuto e conservato il possesso a seguito della morte
del nonno, precedente proprietario, senza alcuna denuncia all’autorità competente. Del tutto
adeguata è altresì la motivazione offerta circa la clandestinità dell’arma con preciso riferimento
agli accertamenti tecnici effettuati al riguardo dal !U.S. di Messina, cosicché anche sotto
questo profilo il ricorso di Renato Romeo deve ritenersi inammissibile.

7. All’inammissibilità dei ricorsi conseguono le pronunce di cui all’art. 616 cod. proc. pen..

sulla stessa esercitabile in maniera autonoma e indipendente, per qualunque titolo e anche per

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali e ciascuno a quello della somma di Euro 1000 in favore della Cassa delle
ammende.

Così deciso il 7 gennaio 2015.

Stefano Mogini

Giovanni Conti

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