Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 49605 del 07/10/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 49605 Anno 2015
Presidente: IPPOLITO FRANCESCO
Relatore: DI SALVO EMANUELE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ERCOLANO SALVATORE N. IL 27/07/1978
avverso il decreto n. 65/2014 CORTE APPELLO di CATANIA, del
21/11/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. EMANUELE DI
SALVO;
lette/site le conclusioni del PG Dott.
I
II

p,r(J_ETTb

Uditi difensor Avv.;

0-4- E 1- 4

Data Udienza: 07/10/2015

RITENUTO IN FATTO
Ercolano Salvatore ricorre per cassazione avverso il decreto in epigrafe indicato, con
cui è stato confermato il provvedimento di applicazione della misura di prevenzione
della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, per la durata di un anno.
2. Con unico motivo, il ricorrente deduce violazione di legge, poichè la Corte territoriale ha
fondato il giudizio di pericolosità sociale sulla mera circostanza che l’Ercolano sia stato
raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere perché gravemente indiziato
del reato di cui all’art. 12 quinquies d.l. 306/92, aggravato ex art. 7 I.
203/91,trascurando di considerare che l’Ercolano è soggetto incensurato e che è stato
scarcerato dopo sei mesi dall’esecuzione della predetta ordinanza. Risulta così
indimostrata l’attualità della pericolosità del ricorrente, tanto più che il giudice della
prevenzione ha enfatizzato il rapporto di parentela
tra il proposto e il fratello
Mario,soggetto anche lui assolutamente incensurato, assumendo erroneamente che
quest’ultimo fosse un esponente di spicco del clan mafioso Santapaola-Ercolano, senza
indicare alcun elemento fattuale da cui dedurre l’incidenza di tale rapporto sul concreto
ruolo asseritamente svolto dal ricorrente in seno all’associazione mafiosa.
Si chiede pertanto annullamento del provvedimento impugnato.
Le censure formulate sono state ribadite e ulteriormente illustrate con memoria in data
24 settembre 2015.
3. Con requisitoria scritta, depositata il 17 aprile 2015, il Procuratore generale presso
questa Corte ha chiesto rigetto del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.Le
doglianze formulate esulano dal novero delle censure deducibili in sede di
legittimità, inerendo a vizi di motivazione del provvedimento impugnato mentre il
ricorso per cassazione, in materia prevenzionale, è ammesso esclusivamente per
violazione di legge, a norma del combinato disposto degli artt. 4, penultimo comma, I.
27-12-56 n 1423 e 3 ter I. 31-5-65 n 575 ed, attualmente, degli artt. 27 e 10 dig. 6-92011 n. 159, relativamente ai procedimenti nell’ambito dei quali la proposta di
prevenzione sia stata formulata successivamente alla data di entrata in vigore del
decreto stesso, a norma dell’art. 117, comma 1, d.lg 6 -9-11 n. 159. La Corte
costituzionale, con sentenze n. 321 del 22-6-2004 e n. 106 del 15-4-2015, ha
dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale di tale previsione limitativa
della possibilità di ricorrere per cassazione, in riferimento agli artt. 3 e 24
Cost.,rilevando che il procedimento di prevenzione, il processo penale e il procedimento
per l’applicazione delle misure di sicurezza sono connotati da diverse peculiarità, sia sul
terreno processuale che nei presupposti sostanziali. D’altra parte, è giurisprudenza
costante del giudice delle leggi che le forme di esercizio del diritto di difesa possano
essere diversamente modulate in relazione alle caratteristiche di ciascun
procedimento,allorché di tale diritto siano comunque assicurati lo scopo e la funzione.
2.In ordine alla nozione di violazione di legge, le Sezioni unite, chiamate ad affrontare
il tema con riferimento all’analoga previsione di cui all’art. 325, comma 1, cod. proc.
pen., hanno chiarito, con formulazione di portata generale e quindi estensibile al tema
in disamina, che in essa rientrano la mancanza assoluta di motivazione e la mera
presenza di una motivazione apparente, in quanto situazioni correlate all’inosservanza
di precise norme processuali. Non vi rientra invece l’illogicità manifesta, la quale può
essere denunciata nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo
1

1.

2

motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 cod. proc. pen. (Sez. U. n. 2 del 28-12004, Ferrazzi). Dunque, ove, come nella materia prevenzionale, il ricorso per
cassazione sia limitato alla sola violazione di legge, va esclusa la sindacabilità del vizio
di manifesta illogicità mentre è possibile denunciare il vizio di motivazione
apparente,atteso che, in tal caso, si prospetta la violazione dell’art. 125, comma 3, cod.
proc. pen., che impone l’obbligo della motivazione dei provvedimenti giurisdizionali
(Sez. U. n. 25080 del 28-5-2003, Pellegrino, Rv. 224611). Questo vizio è ravvisabile
allorchè la motivazione sia completamente priva dei requisiti minimi di coerenza e di
completezza,al punto da risultare inidonea a rendere comprensibile l’iter logico seguito
dal giudice di merito, oppure le linee argomentative siano talmente scoordinate da
rendere oscure le ragioni che hanno giustificato il provvedimento. La carenza assoluta
di un riconoscibile apparato argomentativo, anche in ordine a singoli momenti
esplicativi, essendo qualificabile come inosservanza della specifica norma processuale
che, impone, a pena di nullità, l’obbligo di motivazione dei provvedimenti
giurisdizionali, non ha infatti perso l’intrinseca consistenza del vizio di violazione di
legge, differenziandosi pertanto dai vizi logici della motivazione (Cass., Sez. 1, 10-111993, Di Giorgio, Rv. 196361). Ne deriva che è nullo, per mancanza di motivazione, il
provvedimento applicativo della misura di prevenzione nel quale venga omessa
l’indicazione specifica dei dati materiali su cui si fonda il giudizio di attualità della
pericolosità sociale del proposto (Cass., Sez 1, n. 17932 del 10-3-2010, Rv.
247052;Sez. 5, n. 19061 del 31-3-2010).
3.Nel caso di specie, la motivazione del provvedimento impugnato, lungi dal potersi
considerare apparente, si sostanzia in un apparato esplicativo puntuale, coerente, privo
di discrasie logiche e del tutto idoneo a rendere intelligibile l’iter logico-giuridico
esperito dal giudice, come si desume dalle considerazioni formulate a p. 2, in
particolare laddove il giudice a quo evidenzia l’emissione di ordinanza di custodia
cautelare in carcere per il reato di cui all’art. 12 quinquies d. I. 306/92; la fittizia
intestazione dell’ attività commerciale riconducibile ad Ercolano Mario, esponente del
clan mafioso Santapaola -Ercolano, subito dopo l’arresto del fratello, che si
proponeva,una volta scarcerato, di dedicarsi nuovamente alla gestione degli affari, e la
mancanza di svolgimento di una attività lavorativa.
L’impianto giustificativo della pronuncia impugnata, oltre ad essere intrinsecamente del
tutto congruo, è altresì conforme alle indicazioni della Corte EDU ( sent. 26-7-11, ric. n
55743/08, Pozzi c Italia; ric. n. 55772/08, Paleari c. Italia; sent. 17-5-11, ric. n.
24920/07, Capitani e Campanella c. Italia), la quale ha, più volte, sottolineato
l’esigenza che i giudici nazionali non fondino le loro decisioni, in merito all’applicazione
delle misure di prevenzione, su semplici sospetti ma accertino e valutino
oggettivamente i fatti esposti dal ricorrente: compito adempiuto dalla Corte
d’appello,nel caso in disamina, in modo senz’altro accurato.
Peraltro, anche qualora volesse ritenersi la motivazione del decreto impugnato non
immune da censure, sul terreno della razionalità, potrebbe al più essere ravvisato un
vizio di manifesta illogicità, irrilevante in sede di legittimità, secondo quanto poc’anzi
evidenziato, e non di assenza o di apparenza di motivazione. Infatti soltanto la
mancanza di qualunque ancoraggio del discorso giustificativo alle risultanze acquisite e
di qualunque riferimento alla specifica fattispecie in disamina determina il vizio di
apparenza della motivazione, ravvisabile ove il giudice si avvalga di asserzioni del
tutto generiche e di carattere apodittico o di proposizioni prive di effettiva valenza
dimostrativa (Cass. n. 24862 del 19-5-2010), determinando così il venir meno di
qualunque supporto argomentativo a sostegno del decisum (Sez. U. n. 3287 del 27-112008): ciò che non è riscontrabile nel caso in disamina.

4.11 ricorso va dunque dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro
mille,determinata secondo equità, in favore della Cassa delle ammende.

PQM
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della

Così deciso in Roma , all ‘udienza del 7-10-2015.

somma di euro mille in favore della cassa delle ammende.

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