Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 4936 del 14/12/2017

Penale Sent. Sez. 4 Num. 4936 Anno 2018
Presidente: BLAIOTTA ROCCO MARCO
Relatore: PICARDI FRANCESCA

SENTENZA
sui ricorsi proposti da:
A.A.

B.B.

C.C.

avverso la sentenza del 26/11/2015 della CORTE APPELLO di ANCONA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCA PICARDI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ALFREDO
POMPEO VIOLA
che ha concluso per
Il P.G. VIOLA ALFREDO POMPEO conclude per l’annullamento senza rinvio perchè
estinto per prescrizione con rinvio sl giudice civile competente per valore in
grado di appello.
Udito il difensore

Data Udienza: 14/12/2017

RITENUTO IN FATTO

1.La Corte di Appello di Ancona, con sentenza emessa all’udienza del 26 novembre
2015, depositata in data 12 gennaio 2016, nel termine di cui all’art. 544, terzo comma,
cod.proc.pen., su impugnazione del p.m. ed in riforma della sentenza assolutoria di primo
grado, ha dichiarato A.A., C.C. e B.B. responsabili del reato di
cui al capo a (ex art. 41, primo comma, e 590, terzo comma, cod.pen., per avere, con

attività lavorativa di operaio edile, dipendente della XX s.r.I., nel cantiere di
Pesaro, in Ascoli Piceno, in data 10 luglio 2008, lesioni guaribili in più di quaranta giorni e
l’indebolimento del senso dell’olfatto), e, concesse le attenuanti generiche ritenute
equivalenti all’aggravante, ha condannato A.A. alla pena di mesi uno e giorni
15 di reclusione e C.C. e B.B. alla pena di 20 giorni di reclusione (pene
sospese), oltre al risarcimento del danno, da liquidare in separata sede, nei confronti
delle parti civili, a cui è stata liquidata una provvisionale, mentre ha affermato non doversi procedere per gli altri reati perché
prescritti ed ha assolto W.C. dell’imputazione relativa al capo a per non aver
commesso il fatto. Più precisamente, nella ricostruzione della Corte di Appello, Matteo
Paciotti, mentre era intento al posizionamento dei pannelli del solaio da realizzare, è
caduto dall’ottavo al settimo piano attraverso l’apertura delimitata dalle porzioni di
pannellatura già eseguite in avanzamento. Nel capo di imputazione formulato, all’esito di
ordinanza ex art. 521 cod.proc.pen. da parte del primo giudice investito, la caduta era,
invece, ipotizzata come conseguente alla rottura del solaio ed agli imputati odierni
ricorrenti erano contestate le seguenti condotte: 1) a A.A., quale datore di
lavoro, di non aver provveduto all’individuazione, nel piano operativo di sicurezza, delle
misure preventive e protettive e delle procedure per l’esecuzione in sicurezza di quelle
lavorazioni che espongono i lavoratori al rischio di cadute dall’alto, di non aver informato
adeguatamente il lavoratore circa le modalità di esecuzione e di non essersi assicurato
che lo stesso salisse, privo di cintura, sul solaio; 2) a B.B., quale coordinatore
per l’esecuzione della società XX s.r.I., di non aver verificato l’idoneità del piano
operativo di sicurezza relativamente ai lavori da eseguire, di non aver sospeso i lavori in
esame, svolti in altezza in assenza di presidi anticaduta, e di non aver proprio assistito a
tali lavori; 3) a C.C., in qualità di sub-comnnitente di non essersi assicurato che
l’impresa XX s.r.l. approntasse un adeguato piano operativo di sicurezza, che fosse
dotata di adeguati presidi anti-infortunistici anticaduta e che se ne servisse.
La riforma della sentenza di primo grado, da parte del giudice di appello, è avvenuta
senza rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, in quanto il giudice a quo ha reputato

condotte autonome ed indipendenti, cagionato a Matteo Paciotti, mentre era intento in

ammissibile un diverso apprezzamento dell’attendibilità del teste persona offesa
P.P., la cui deposizione non è stata resa in dibattimento, ma acquisita dinanzi al
precedente giudice che ha emesso ordinanza ex art. 521 cod.proc.pen., valutando tale
situazione analoga a quella dell’appello su sentenza resa in giudizio abbreviato.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione, a mezzo dei difensori di
fiducia, in data 4 aprile 2016 A.A., in data 8 aprile 2016 C.C. ed in data
7 aprile 2016 B.B..

data 10 gennaio 2016 e, cioè, dopo la pronuncia della sentenza di condanna in appello;
ha, inoltre, reiterato l’eccezione di inammissibilità dell’appello del p.m., privo di
indicazione in ordine al soggetto che ha provveduto al deposito, ed ha, inoltre, dedotto la
violazione dell’obbligo di rinnovazione dibattimentale e la manifesta illogicità, carenza e
contraddittorietà della motivazione ed al travisamento delle prove, non essendosi il
giudice di secondo grado confrontato con le prove contrarie, specificamente indicate nel
ricorso, e con le diverse conclusioni del giudice di primo grado.
3.B.B. ha dedotto con il primo motivo la violazione dell’art. 582
cod.proc.pen. in ordine all’inammissibilità dell’appello del p.m., essendo stata ritenuta
irrilevante l’incertezza del soggetto delegato al deposito; con il secondo motivo la
violazione dell’art. 581 cod.proc.pen., essendo stata superata l’eccezione di genericità
dell’appello della parte civile con una motivazione apparente; con il terzo motivo e con
l’ultimo motivo la violazione dell’art. 521, secondo comma, cod.proc.pen., avendo il
giudice di appello accertato la caduta non in conseguenza della rottura del solaio, come
contestato nel capo di imputazione, ma “attraverso l’apertura delimitata delle porzioni di
pannellatura già eseguita in avanzamento”, ed avendogli attribuito la responsabilità
dell’evento colposo non per le condotte contestate (omessa verifica dell’idoneità del piano
operativo di sicurezza), ma per l’omessa sorveglianza della condotta altrui; la violazione
dell’art. 6 CEDU, non essendo stata disposta la rinnovazione dell’esame di Matteo
Paciotti; la manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione rispetto alle
risultanze istruttorie specificamente indicate e trascritte – in particolare in ordine alla
valutazione della deposizione del teste Matteo Paciotti, dei testi Giuseppe Monaco,
Massimo Rabarbari e Roul Provini e delle dichiarazioni spontanee rese da W.C..
Il ricorrente ha, inoltre, evidenziato essere intervenuta la prescrizione per il reato in
esame di cui al capo a) due giorni prima del deposito della sentenza di appello.
4.C.C. ha formulato istanza di sospensione ex art. 612 cod.proc.pen.
dell’esecuzione della sentenza di condanna civile, derivandone un grave ed irreparabile
danno, e ha dedotto la violazione dell’art. 97 del d.Ig. n. 81 del 2008, essendogli stata
attribuita la responsabilità penale non per la mancata verifica della adeguatezza del piano
operativo di sicurezza, ma per omessa vigilanza sulle modalità di svolgimento del lavoro,

2. A.A. ha in via preliminare chiesto dichiararsi la prescrizione, maturata in

e omessa motivazione circa la completezza del piano operativo di sicurezza, redatto
tramite rinvio al piano di sicurezza di cantiere, come accertato dal giudice di primo e non
censurato dalla Procura.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Preliminarmente, osserva il collegio come il reato oggetto del presente giudizio deve
ritenersi prescritto, trattandosi di delitto di cui all’art. 590, secondo comma, cod.pen.,
commesso 10 luglio 2008: non ricorrendo alcuna ipotesi di sospensione, il termine di

Al riguardo, ritenuto che gli odierni ricorsi non appaiono manifestamente
infondato, né risultano affetti da profili d’inammissibilità di altra natura, occorre
sottolineare come, in conformità all’insegnamento ripetutamente impartito da questa
Corte, in presenza di una causa estintiva del reato, l’obbligo del giudice di pronunciare
l’assoluzione dell’imputato per motivi attinenti al merito si riscontra nel solo caso in cui
gli elementi rilevatori dell’insussistenza del fatto, ovvero della sua non attribuibilità
penale all’imputato, emergano in modo incontrovertibile, tanto che la relativa
valutazione, da parte del giudice, sia assimilabile più al compimento di una
‘constatazione’, che a un atto di ‘apprezzamento’ e sia quindi incompatibile con qualsiasi
necessità di accertamento o di approfondimento (v. Cass., n. 35490/2009, Rv. 244274).
E invero il concetto di ‘evidenza’, richiesto dal secondo comma dell’art. 129 c.p.p.,
presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara e obiettiva, da
rendere superflua ogni dimostrazione, concretizzandosi così in qualcosa di più di quanto
la legge richieda per l’assoluzione ampia, oltre la correlazione a un accertamento
immediato (cfr. Cass., n. 31463/2004, Rv. 229275). Da ciò discende che, una volta
sopraggiunta la prescrizione del reato, al fine di pervenire al proscioglimento nel merito
dell’imputato occorre applicare il principio di diritto secondo cui ‘positivamente’ deve
emergere dagli atti processuali, senza necessità di ulteriore accertamento, l’estraneità
dell’imputato a quanto allo stesso contestato, e ciò nel senso che si evidenzi l’assoluta
assenza della prova di colpevolezza di quello, ovvero la prova positiva della sua
innocenza, non rilevando l’eventuale mera contraddittorietà o insufficienza della prova
che richiede il compimento di un apprezzamento ponderato tra opposte risultanze (v.
Cass., n. 26008/2007, Rv. 237263). Tale situazione non ricorre nel caso di specie, in cui
questa Corte – anche tenendo conto degli elementi evidenziati nelle motivazioni delle
sentenze di merito – non ravvisa alcuna delle ipotesi sussumibili nel quadro delle
previsioni di cui al secondo comma dell’art. 129 c.p.p.. Ne discende che, ai sensi del
richiamato art. 129 c.p.p., la sentenza impugnata va annullata per essere il reato
contestato all’imputato estinto per prescrizione.
Tuttavia, ai sensi dell’art. 578 cod.proc.pen., essendo stata pronunciata nei
confronti degli imputati condanna generica al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a

prescrizione è maturato il 10 gennaio 2016.

favore della parte civile, la Corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia
o per prescrizione, decide sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi
della sentenza che concernono gli interessi civili. Ai fini dell’operatività di tale regola, è
necessario che si sia in presenza di condanna validamente pronunciata (Sez. 3, n. 7816
del 01/12/2005 ud., dep. 06/03/2006, rv. 233099). Nel caso di specie, tale condizione
sussiste, essendo stato il dispositivo pronunciato in data 26 novembre 2015, anche se la
motivazione depositata in data 12 gennaio 2016. Difatti, secondo l’orientamento
consolidato della Suprema Corte, ai fini del computo della prescrizione rileva il momento

deposito della stessa (Sez. 1, n. 20432 del 27/01/2015 ud., dep. 18/05/2015, rv.
263365; v. anche Sez. 3, n. 18046 del 09/02/2011 ud., dep. 10/05/2011, rv. 250328, ai
fini dell’interruzione della prescrizione rileva il momento della lettura del dispositivo della
sentenza di condanna e non quello, successivo, del deposito della sentenza stessa).
Deve, dunque, procedersi all’esame dei ricorsi proposti ai soli effetti delle disposizioni e
dei capi della sentenza che concernono gli interessi Civili
2. Vanno rigettate le eccezioni di inammissibilità dell’appello del p.m. e della parte
civile.
2.a.Per quanto concerne l’appello della parte pubblica, deve ricordarsi che
dell’impugnazione per l’inosservanza delle formalità prescritte dall’art.
582 cod. proc. pen. sussiste solamente se vi sia concreta incertezza sulla legittima
provenienza dell’atto dal soggetto titolare del relativo diritto, e non anche quando
l’identità della persona che materialmente la presenta risulti desumibile dal complessivo
esame del documento, con la conseguenza che la stessa può essere dichiarata soltanto
se la violazione, che è addebitabile al pubblico ufficiale ricevente, assume caratteristiche
tali da far escludere anche la possibilità della presunzione della legittima provenienza
dell’atto, né, in proposito, alcun onere di controllo può essere ascritto a colui che lo
presenta sull’operato della persona addetta a riceverlo. (Sez. 2, n. 40254 del 12/06/2014
ud., dep. 29/09/2014, rv. 260443 che ha escluso l’inammissibilità dell’appello del P.M., in
relazione al quale l’ufficio ricevente non aveva provveduto né ad identificare il
presentatore dell’atto, né ad attestare l’esistenza di una delega in favore di quest’ultimo).
In proposito può evidenziarsi che la giurisprudenza citata dalla difesa di B.B.
(Sez. 6, n. 1349 del 14/04/1998 Cc. , dep. 20/05/1998, rv. 211731), oltre ad essere
alquanto risalente, riguarda l’appello cautelare proposto da parte privata e non pubblica,
di cui risultava del tutto impossibile stabilire chi avesse presentato l’impugnazione.
2.b.Per quanto concerne l’appello delle parti civili, come già ritenuto dal giudice di
secondo grado, risulta del tutto infondata l’eccezione di genericità, traducendosi in motivi
di gravame formulati in una specifica e puntuale contestazione della sentenza di primo
grado.

della lettura del dispositivo della sentenza di condanna e non quello successivo del

3. Non è, inoltre, ravvisabile alcuna violazione dell’art. 521, secondo comma,
cod.proc.pen., atteso che la circostanza che la caduta da un piano all’altro di Matteo
Paciotti sia stata determinata dalla rottura del solaio o sia avvenuta attraverso l’apertura
del solaio esistente tra le porzioni di pannelli già eseguite è ininfluente relativamente alla
condotta colposa contestata agli imputati ed al nesso di causalità tra tali condotte colpose
e l’evento, da identificarsi con la caduta del lavoratore dall’alto. Del resto, ai fini della
valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod.
proc. pen. deve tenersi conto non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di

formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di
esercitare le sue difese sul materiale probatorio posto a fondamento della decisione (Sez.
3, n. 15655 del 27/02/2008 ud., dep. 16/04/2008, rv. 239866). A ciò si aggiunga che, in
tema di reati colposi, non sussiste la violazione del principio di correlazione tra l’accusa e
la sentenza di condanna se la contestazione concerne globalmente la condotta addebitata
come colposa, essendo consentito al giudice di aggiungere agli elementi di fatto
contestati altri estremi di comportamento colposo o di specificazione della colpa,
emergenti dagli atti processuali e, come tali, non sottratti al concreto esercizio del diritto
di difesa (Sez. 4, n. 35943 del 07/03/2014, ud., dep. 19/08/2014, rv. 260161 che
riguarda fattispecie in cui è stata riconosciuta la responsabilità degli imputati per lesioni
colpose conseguenti ad infortunio sul lavoro non solo per la contestata mancata
dotazione di scarpe, caschi ed imbracature di protezione ma anche per l’omessa
adeguata informazione e formazione dei lavoratori).
4.La sentenza di condanna in esame, intervenuta dopo l’assoluzione in primo grado,
va, tuttavia, annullata, atteso che essa si fonda su una diversa valutazione
dell’affidabilità della deposizione della parte offesa, effettuata dal giudice di appe(o v
procedere ad un nuovo esame del teste Paciotti (“la valutazione di inattendibilità del
Paciotti, in quanto essenzialmente fondata sulla discrasia rispetto alla ipotesi ricostruttiva
avanzata nella prima contestazione .. e sulla ritenuta e opinabile valutazione di interesse
da parte del teste a descrivere l’accaduto come caduta dal solaio piuttosto che caduta
dalla scala per perdita di equilibrio durante l’impiego improprio del mezzo, marginalizza la
rilevanza di elementi intrinseci di segno favorevole rinvenibili nel deposto e di fattori
estrinseci che ne suffragano l’attendibilità”).
In proposito deve ricordarsi che, secondo Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016 ud. , dep.
06/07/2016, rv. 267492 , è affetta da vizio di motivazione ex art. 606, comma primo,
lett. e), cod. proc. pen., per mancato rispetto del canone di giudizio “al di là di ogni
ragionevole dubbio”, di cui all’art. 533, comma primo, cod. proc. pen., la sentenza di
appello che, su impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilità
dell’imputato, in riforma di una sentenza assolutoria, operando una diversa valutazione di

tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno

prove dichiarative ritenute decisive, delle quali non sia stata disposta la rinnovazione: ne
deriva che, al di fuori dei casi di inammissibilità del ricorso, qualora il ricorrente abbia
impugnato la sentenza di appello censurando la mancanza, la contraddittorietà o la
manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla valutazione di prove dichiarative
ritenute decisive, pur senza fare specifico riferimento al principio contenuto nell’art. 6,
par. 3, lett. d), della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle
libertà fondamentali, la Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza
impugnata. Peraltro, come precisato da Sez. U, n. 18620 del 19/01/2017 ud., dep.

canone di giudizio “al di là di ogni ragionevole dubbio”, la sentenza di appello che, su
impugnazione del pubblico ministero, affermi la responsabilità dell’imputato, in riforma di
una sentenza assolutoria emessa all’esito di un giudizio abbreviato non condizionato,
operando una diversa valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, senza che nel
giudizio di appello si sia proceduto all’esame delle persone che abbiano reso tali
dichiarazioni. Risulta, pertanto, superato, alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale
successiva alla decisione impugnata, il ragionamento in base a cui il giudice

a quo ha

escluso, nel caso di specie, l’obbligo di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, che
sussiste anche laddove la prova dichiarativa non sia stata acquisita direttamente dal
giudice di primo grado che ha deciso la causa, come appunto avviene nell’ipotesi di
giudizio abbreviato e come avvenuto nel presente giudizio in cui il teste Paciotti è stato
escusso dal giudice che ha emesso l’ordinanza ex art. 521 cod.proc.pen. A ciò si
aggiunga che l’obbligo, per il giudice di appello, di procedere anche d’ufficio alla
rinnovazione dibattimentale della prova dichiarativa nel caso di riforma di una sentenza
assolutoria di primo grado, emessa all’esito di giudizio abbreviato, sulla base del diverso
apprezzamento di una dichiarazione ritenuta decisiva, ricorre anche nel caso in cui non si
sia proceduto a valutare diversamente l’attendibilità del dichiarante, quanto, piuttosto, a
dare una differente interpretazione del significato delle sue dichiarazioni (Sez. 3, n.
24306 del 19/01/2017 ud., dep. 17/05/2017, rv. 270630).
Né sono applicabili le deroghe più volte individuate dalla Suprema Corte al principio
generale ed inderogabile in esame (v., ad esempio, Sez. 5, n. 33272 del 28/03/2017 ud.
, dep. 07/07/2017, rv. 270471, non sussiste l’obbligo di procedere alla rinnovazione della
prova testimoniale decisiva per la riforma in appello dell’assoluzione, quando
l’attendibilità della deposizione è valutata in maniera del tutto identica dal giudice di
appello, il quale si limita a procedere ad un diverso apprezzamento del complessivo
compendio probatorio ovvero ad una diversa interpretazione della fattispecie
incriminatrice; Sez. 5, n. 42746 del 09/05/2017 ud., dep. 19/09/2017, rv. 271012, nel
caso di condanna in appello, non sussiste l’obbligo di rinnovazione dell’istruzione
dibattimentale qualora il giudice abbia riformato la sentenza assolutoria di primo grado
non già in base al diverso apprezzamento di una prova dichiarativa, bensì all’esito della
05.1

14/04/2017, rv. 269785, è affetta da vizio di motivazione, per mancato rispetto del

differente interpretazione della fattispecie concreta, fondata su una complessiva
valutazione dell’intero compendio probatorio).
Dall’accoglimento dei. ricorsi proposti, discende l’annullamento della sentenza
impugnata anche agli effetti civili, sicché perde attualità l’istanza di sospensione ex art.
612 cod.proc.pen.
Più precisamente occorre procedere all’annullamento con rinvio al giudice civile
competente per valore in grado di appello, ai sensi dell’art. 622 cod.proc.pen., ribadendo

reato della sentenza di appello – che dopo la pronuncia assolutoria abbia condannato
l’imputato sulla base di una differente valutazione delle prove dichiarative assunte, senza
aver provveduto a rinnovare l’istruzione dibattimentale – il giudice civile del rinvio, è
tenuto a valutare la sussistenza della responsabilità dell’imputato secondo i parametri del
diritto penale e non facendo applicazione delle regole proprie del giudizio civile (Sez. 4, n.
34878 del 08/06/2017 ud., dep. 17/07/2017, rv. 271065).
PQM
annulla senza rinvio la sentenza impugnata quanto alle statuizioni penali perché il
reato è estinto per prescrizione;
annulla la stessa sentenza quanto alle statuizioni civili, con rinvio davanti al giudice
civile competente per valore in grado d’appello cui demanda pure la regolazione delle
spese tra le parti.
Così deciso 14 dicembre 2017.
Il Consigliere estensore

Il Presidente

Francesca Picardi

Ro o Blaiotta
/

che, in caso di annullamento con rinvio ai soli effetti civili per intervenuta prescrizione del

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