Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 49298 del 24/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 49298 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: PARDO IGNAZIO

Data Udienza: 24/11/2015

RITENUTO IN FATTO
1.

Con sentenza in data 13 gennaio 2015 emessa nei confronti di Lombardo Salvatore la

Corte di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in parziale riforma della decisione del
Tribunale di Taranto sezione distaccata di Ginosa, del 16-5-2011, escludeva l’aggravante di cui
all’art. 61 n. 11, concedeva la circostanza attenuante di cui all’art. 62 n. 4 ed il beneficio della
sostituzione della pena confermando nel resto la condanna dell’imputato in ordine al delitto di
appropriazione indebita e disponendo la rifusione delle spese in favore della parte civile.
2.

Nella impugnata sentenza, riteneva la Corte di appello, non sussistere alcun rapporto tra il

Lombardo, affittuario di ramo di azienda e la parte civile Finanziaria Commerciale s.r.I., che
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potesse giustificare l’aggravante del rapporto di prestazione d’opera; inoltre, il giudice di
secondo grado, evidenziava come la motivazione della sentenza di primo grado dovesse essere
integrata quanto all’affermazione di responsabilità del Lombardo che riteneva provata in
relazione all’impossessamento di alcuni oggetti di pertinenza della parte civile che risultavano
non essere stati restituiti al momento della riconsegna del ramo d’azienda del 14 marzo 2008.
Detto fatto era emerso in esito alla deposizione resa dalla persona offesa Basilico Francesco ed
in forza della documentazione acquisita in atti, costituita dalla formale intimazione di
procedere alla restituzione di alcuni beni inviata all’imputato che non vi aveva dato alcun

3. Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore del Lombardo
deducendo la violazione dell’art. 606 lett. b), c) ed e) cod.proc.pen. in relazione:
a) alla mancata declaratoria di non procedibilità per difetto di regolare querela che la Corte di
appello avrebbe dovuto pronunciare quale conseguenza dell’esclusione della circostanza
aggravante di cui all’art. 61 n. 11 cod. pen., in relazione alla tardiva presentazione dell’atto e
comunque alla sua irregolarità;
b)

alla violazione compiuta dal giudice di appello che non si era limitato ad integrare la

motivazione del giudice dì primo grado ma aveva completamente sostituito il proprio
ragionamento a quello mancante del primo giudice, peraltro pronunciando su un fatto diverso
rispetto a quello oggetto di contestazione;
c)

alla illogicità della motivazione quanto alla declaratoria di colpevolezza basata

esclusivamente sulla deposizione della persona offesa il cui contenuto non poteva integrare
l’ipotesi di reato in relazione alla natura deperibile dei beni che si assumevano non restituiti e,
comunque, con riguardo all’assenza di dolo;
d)

alla mancata determinazione della pena nel minimo edittale ed alla mancata concessione

dei benefici.
1.3 All’udienza del 24 novembre 2014, svolta la relazione, le parti concludevano come in
epigrafe.
CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile in quanto manifestamente infondato.
2 a). Quanto al primo motivo occorre ricordare come secondo l’orientamento giurisprudenziale
di questa Corte di legittimità la questione di improcedibilità del reato per mancanza di querela
non può essere dedotta per la prima volta in sede di legittimità (Sez. 3, n.39188 del
14/10/2010 Rv. 248568) e ciò perchè la sua verifica presuppone un accertamento fattuale
sull’effettiva mancanza della querela non consentito a questa Corte. In ogni caso, è appena il
caso di evidenziare, che la querela non sarebbe tardiva poiché il reato di cui all’art. 646
cod.pen. si consuma al momento dell’interversione nel possesso e cioè nel momento in cui
l’agente compie un atto di dominio sulla cosa con la volontà espressa o implicita di tenere
questa come propria. Nel caso in esame il momento consumativo deve ritenersi perfezionato a
seguito della mancata restituzione degli oggetti mancanti all’atto della riconsegna del ramo
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seguito.

d’azienda, dopo la formale richiesta inviata dalla parte offesa e cioè il 10 aprile del 2008,
sicchè la querela datata 16 giugno 2008 è tempestiva. Anche la dedotta irregolarità dell’atto
querelatorio non sussiste posto che nello stesso la parte offesa indicava il potere
rappresentativo conferitogli. Al proposito, infatti, occorre richiamare l’orientamento di questa
Corte secondo cui in tema di formalità della querela, l’onere della indicazione dei poteri di
rappresentanza di cui all’art. 337, comma terzo, cod. proc. pen. è correttamente adempiuto,
con riferimento alle società di capitali, con la mera indicazione della legale rappresentanza,

l’indicazione della norma statutaria o della delibera che conferisca tale potere, considerato che
l’esercizio del diritto di querela, ancorché atto di straordinaria amministrazione, rientra
“naturaliter” tra i compiti del legale rappresentante di una società, senza necessità di specifico
o apposito mandato. Ne deriva che non è necessaria la prova della veridicità delle dichiarazioni
di quest’ultimo, la quale deve al contrario presumersi fino a contraria dimostrazione (Sez. 5, n.
19368 del 14/2/2006 Rv.234539).
2 b). Quanto a tutti gli altri motivi proposti con il ricorso deve evidenziarsi che le censure,
vanno ritenute null’altro che un modo surrettizio di introdurre, in questa sede di legittimità,
una nuova valutazione di quegli elementi fattuali già ampiamente presi in esame dalla Corte di
merito la quale, con motivazione logica, priva di aporie e del tutto coerente con gli indicati
elementi probatori, ha puntualmente disatteso la tesi difensiva. Pertanto, non essendo
evidenziabile alcuna delle pretese incongruità, carenze o contraddittorietà motivazionali
dedotte dal ricorrente, le doglianze vanno dichiarate inammissibili avendo la Corte di appello di
Lecce indicato elementi precisi e concreti sulla base dei quali addiveniva alla soluzione della
sussistenza del contestato delitto senza che sia configurabile alcun mutamento del fatto. In
particolare, infatti, il giudice di appello confermava l’avvenuto impossessamento da parte del
Lombardo di parte dei beni indicati in imputazione, con una lieve differenza del tutto irrilevante
specificata a pagina 6 della sentenza, ricostruiva adeguatamente il materiale probatorio
costituito dalla deposizione della persona offesa e dalla documentazione acquisita che ne
forniva pieno riscontro, stigmatizzava gli elementi di fatto dai quali desumere la sussistenza del
dolo ed, in particolare, l’avvenuta conoscenza da parte del Lombardo della richiesta di
restituzione cui lo stesso non aveva dato alcun seguito.
3.

Anche l’ultimo motivo di doglianza relativo alla determinazione della pena ed alla

concessione dei benefici appare manifestamente infondato posto che la sanzione risulta già
ridotta in misura prossima al minimo assoluto con la concessione del beneficio della
sostituzione della pena.
4.

In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma dell’art. 606/3

cod.proc.pen., per manifesta infondatezza: alla relativa declaratoria consegue, per il disposto
dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali,
nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e
valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in € 1.000,00.
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essendovi implicito il riferimento alla legge come fonte della stessa, mentre non è necessaria

P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
al versamento di C 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.
Roma 24 novembre 2015

L CONSIGLIER
Dott. Ignazio Pa

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