Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 49185 del 18/11/2015

Penale Sent. Sez. 2 Num. 49185 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

Data Udienza: 18/11/2015

SENTENZA
Sul ricorso proposto personalmente da A.A., rappresentato e assistito dall’avv. Roberto
Grittini, di fiducia, avverso la sentenza della Corte d’appello di Torino,
prima sezione penale, n. 852/2015, in data 04.05.2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
preso atto della ritualità delle notifiche e degli avvisi;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Massimo
Galli che ha concluso chiedendo di dichiararsi inammissibile il ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 04.05.2015, la Corte d’appello di Torino

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confermava, nei confronti di A.A., la pronuncia di primo
grado resa dal Tribunale di Novara, in composizione monocratica, in
data 14.05.2014, con la quale il succitato veniva condannato alla
pena di mesi due di reclusione, oltre al risarcimento dei danni a
favore della parte civile Lamino Osvaldo, liquidati in euro 1.500,00,
per il reato di cui all’art. 641 cod. pen..
Secondo l’accusa, il A.A., dissimulando il proprio stato di

insolvenza, si accordava con Lamino Osvaldo, in cambio
dell’autovettura BMW modello 330d targata BH132PX di proprietà di
quest’ultimo, per la cessione della propria autovettura Fiat Panda e il
pagamento della somma di euro 2.500,00, denaro che in base
all’accordo intervenuto fra le parti, doveva essere consegnato a
Lamino al momento del passaggio di proprietà dell’autovettura BMW,
omettendo di effettuare il citato passaggio di proprietà e non
provvedendo al pagamento della somma prevista, così contraendo
con Lamino Osvaldo un’obbligazione di fare con il proposito di non
adempierla.
2. Avverso detta sentenza, A.A. propone ricorso per
cassazione, lamentando:
-nullità della sentenza per omessa indicazione del numero indicativo
della stessa (primo motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. b) cod. proc. pen. per erronea
applicazione della legge penale in relazione alla rilevata sussistenza
degli elementi costitutivi del reato ed alla mancata concessione delle
circostanze attenuanti generiche (secondo motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen. per mancanza,
contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione con
riferimento al trattamento sanzionatorio irrogato (terzo motivo).
2.1. In relazione al primo motivo, si eccepisce la mancata indicazione
del numero della sentenza, da considerarsi elemento essenziale ai
sensi dell’art. 546 cod. proc. pen. anche ai fini della corretta
individuazione del procedimento penale a cui la stessa si riferisce.
2.2. In relazione al secondo motivo, si censura la sentenza impugnata
che ha ritenuto integrato il reato in contestazione nonostante il difetto
dell’elemento soggettivo in relazione al quale erano state
completamente omesse le valutazioni espresse nell’atto di appello; e
pari censura veniva mossa con riferimento all’inopinato diniego di

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concessione delle circostanze attenuanti generiche. Inoltre, avendo il
giudice di merito posto a fondamento del proprio convincimento le
sole dichiarazioni di Lamino Osvaldo, persona offesa costituita parte
civile, più attento avrebbe dovuto essere il vaglio ai sensi dell’art. 192
cod. proc. pen., in ragione delle evidenti pretese economiche vantate
dallo stesso.
2.3. In relazione al terzo motivo, si censura la sentenza impugnata

che non ha individuato i criteri in base ai quali ha determinato il
trattamento sanzionatorio, finendo in ogni caso per rendere una
motivazione contraddittoria.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.
2. Manifestamente infondato è il primo motivo di ricorso.
La sentenza di appello, diversamente da quanto sostenuto dal
ricorrente, risulta contenere nella sua epigrafe, il numero del
cronologico (sent. n. 443 del 04.05.2015), il numero di ruolo generale
d’appello (n. 852/2015) ed il numero di notizie di reato (n.
3024/2007): le predette rituali indicazioni consentono la inequivoca
identificazione sia del procedimento che del provvedimento
impugnato.
In ogni caso, va evidenziato come l’indicazione del numero di
sentenza non rientra tra i requisiti previsti dalla legge (art. 546 cod.
proc. pen.) a pena di nullità della stessa.
3. Manifestamente infondato è anche il secondo motivo di ricorso in
relazione a tutti i profili di censura sollevati.
Palese si rivela la violazione dell’art. 591, lett. c) in relazione all’art.
581 cod. proc. pen., lett. c), perché la doglianza (già affrontata dalla
Corte di appello) è priva del necessario contenuto di critica specifica
al provvedimento impugnato, le cui valutazioni – in punto
individuazione dell’elemento soggettivo del reato e diniego di
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche – ancorate a
precisi dati fattuali trascurati nell’atto di impugnazione, si rivelano
peraltro immuni da vizi logici o giuridici.
Va, peraltro, evidenziato come le osservazioni critiche articolate nel
motivo di ricorso si risolvano inoltre nell’introduzione di temi in fatto

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diversi da quelli emergenti dalla ricostruzione – vincolante perché
esente da vuoti logici – resa nel doppio giudizio di conformità operato
dai giudici del merito, assumendo i toni tipici ed altrettanto
inammissibili, delle valutazioni alternative rispetto a quelle segnalate
in sentenza non adeguatamente supportate dall’indicazione dei profili
di manifesta illogicità del motivare della Corte destinati ad inficiarne il
portato.

In ogni caso, nella motivazione della sentenza impugnata non si
ravvisa alcuna manifesta illogicità che la renda sindacabile in questa
sede. Infatti, nel momento del controllo di legittimità, la Suprema
Corte non deve stabilire se la decisione di merito proponga
effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti né deve
condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se
questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con “i
limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento”, secondo una
formula giurisprudenziale ricorrente (cfr., Sez. 5, sent. n. 1004 del
30/11/1999, dep. 31/01/2000, Rv. 215745; Sez. 2, sent. n. 2436 del
21/12/1993, dep. 25/02/1994, Rv. 196955).
Del resto, va ricordato che il vizio di motivazione implica o la carenza
di motivazione o la sua manifesta illogicità: e, sotto quest’ultimo
profilo, la correttezza o meno dei ragionamenti dipende anzitutto
dalla loro struttura logica e questa è indipendente dalla verità degli
enunciati che la compongono.
Invero, i giudici d’appello riconoscono come

“la volontarietà e

preordinazione dell’inadempimento alle obbligazioni assunte appaiono
riscontrate pienamente dalle modalità della condotta posta in essere
dall’imputato, avendo egli consegnato in permuta un bene di cui non
aveva, né poteva avere in seguito, la disponibilità stante la sua
provenienza furtiva. La condotta successiva, connotata da totale
disinteresse per l’accaduto, esclude inoltre in radice che il A.A.
abbia agito in buona fede … ; … non si ravvisano … i presupposti per
riconoscere in favore dell’imputato le invocate circostanze attenuanti
generiche, tenuto conto del precedente penale per il reato ex art. 455
cod. pen. e dell’assenza di positivi elementi atti a giustificare un più
favorevole trattamento sanzionatorio”.
Parimenti, con riferimento al vaglio delle dichiarazioni di Lamino
Osvaldo, la sentenza non può ritenersi affetta dai vizi denunciati.

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Invero, per pacifica e consolidata giurisprudenza di legittimità (cfr.,
ex multis, Sez. 5, sent. n. 1666 del 08/07/2014, dep. 14/01/2015,
Pirano e altro, Rv. 261730), le dichiarazioni della persona offesa,
costituita parte civile, possono da sole, senza la necessità di riscontri
estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di
responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da
idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e

dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal
caso, essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono
sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone.
A tal fine, è necessario che il giudice indichi le emergenze processuali
determinanti per la formazione del suo convincimento, consentendo
così l’individuazione dell’iter logico-giuridico che ha condotto alla
soluzione adottata; mentre non ha rilievo, al riguardo, il silenzio su
una specifica deduzione prospettata con il gravame qualora si tratti di
deduzione disattesa dalla motivazione complessivamente considerata,
non essendo necessaria l’esplicita confutazione delle specifiche tesi
difensive disattese ed essendo, invece, sufficiente una ricostruzione
dei fatti che conduca alla reiezione implicita di tale deduzione senza
lasciare spazio ad una valida alternativa.
Fermo quanto precede, rileva il Collegio come la Corte territoriale
abbia compiuto un attento e rigoroso vaglio di attendibilità delle
dichiarazioni rese in dibattimento dalla persona offesa costituita parte
civile per arrivare a concludere come le medesime “sufficientemente
precise e coerenti con quanto precedentemente esposto nella
denuncia-querela agli atti, risultano riscontrate da quanto riferito dal
Dreníca e dal Fazio per quanto concerne la cessione della BMW
all’odierno imputato”, e trovino ulteriore conforto di attendibilità, da
un lato, in una serie di atti specificamente indicati e, dall’altro, in
elementi di prova logica validamente analizzata anche con riferimento
ad ipotetici giudizi controfattuali (v. pag. 3 della sentenza
impugnata).
4. Manifestamente infondato è il terzo motivo di ricorso.
Nella determinazione della pena ritenuta congrua, la Corte
territoriale, dopo aver valutato tutte le circostanze di fatto emerse, ha
richiamato i precedenti del reo e l’assenza di utili elementi
circostanziali per giustificare un ridimensionamento del trattamento

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sanzionatorio operato dal primo giudice: identici parametri già
positivamente utilizzati per escludere il riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche (sulla legittimità della rilevanza di
dati polivalenti di medesima rilevanza negativa con consequenziale
loro efficacia di influenza sui differenti profili di valutazione
rappresentati dal trattamento sanzionatorio e dal diniego delle
circostanze attenuanti generiche senza che ciò comporti lesione del

principio del “ne bis in idem”, si veda, Sez. 6, sent. n. 45623 del
23/10/2013, dep. 13/11/2013, Testa, Rv. 257425).
Invero, secondo il costante insegnamento della giurisprudenza di
questa Suprema Corte (cfr., Sez. 6, sent. n. 9120 del 02/07/1998,
dep. 04/08/1998, Urrata S. e altri, Rv. 211582), deve ritenersi
adempiuto l’obbligo di motivazione del giudice di merito sulla
determinazione in concreto della misura della pena allorché siano
indicati nella sentenza – come nella fattispecie, anche attraverso un
richiamo implicito o per relationem – gli elementi ritenuti rilevanti o
determinanti nell’ambito della complessiva dichiarata applicazione di
tutti i criteri di cui all’art. 133 cod. pen..
Non v’è dubbio che la graduazione della pena (anche in relazione agli
aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed
attenuanti) rientri nell’assoluta discrezionalità del giudice di merito,
che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai
principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne discende che è
inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una
nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione
non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5,
sent. n. 5582 del 30/09/2013, dep. 04/02/2014, Ferrario, Rv.
259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre.
Del resto, una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla
quantità di pena irrogata è necessaria soltanto se la pena sia di gran
lunga superiore alla misura media di quella edittale (ed anche questa
situazione è estranea alla fattispecie), potendo altrimenti essere
sufficienti a dare conto dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133 cod.
pen. le espressioni del tipo “pena congrua”, “pena equa” o “congruo
aumento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità
a delinquere (Sez. 2, sent. n. 36245 del 26/06/2009, dep.
18/09/2009, Denaro, Rv. 245596).

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5. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso e, per il disposto dell’art.
616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle
ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti
dal ricorso, si determina equitativamente in euro 1.000,00

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa
delle ammende.
Così deliberato in Roma, udienza pubblica del 18.11.2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Dott. Andrea pellegrino

ott. Franq Fiandanese

PQM

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