Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 49184 del 18/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 49184 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

SENTENZA
Sul ricorso proposto nell’interesse di Noviello Arcangelo, n. a Torre
del Greco (NA) il 23.09.1960, rappresentato e assistito dall’avv.
Camillo Irace, di fiducia, avverso la sentenza della Corte d’appello di
Napoli, prima sezione penale, n. 3250/2010, in data 14.03.2013;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
letti i motivi ex art. 585, comma 4, cod. proc. pen, presentati in data
06.11.2015 nell’interesse di Noviello Arcangelo;
preso atto della ritualità delle notifiche e degli avvisi;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Massimo
Galli che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
sentita la discussione della difesa del ricorrente, avv. Camillo Irace,
che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 18/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 14.03.2013, la Corte d’appello di Napoli
confermava nei confronti di Noviello Arcangelo, la pronuncia di primo
grado resa, all’esito di giudizio abbreviato, dal giudice dell’udienza
preliminare presso il Tribunale di Napoli in data 20.02.2009 con la

quale il succitato veniva condannato, in relazione ai reati di
associazione a delinquere (capo 1), di usura aggravati (capi 2, 3, 4,
5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14), di illecita attività di finanziamento
continuata (capo 15) e di riciclaggio (capo 16), alla pena di anni tre di
reclusione ed euro 8.000,00 di multa, con le statuizioni accessorie di
legge e confisca ex art. 12 sexies d.l. n. 306/1992 di gran parte di
beni già sottoposti al vincolo di cautela reale.
2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di Noviello Arcangelo, viene
proposto ricorso per cassazione lamentando:
-violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all’art. 12
sexies d.l. n. 306/1992 (primo motivo);
-violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento agli artt.
416 cod. pen., 192, 125 e 546 cod. proc. pen. (secondo motivo);
-violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento agli artt. 62
bis, 69, 133 cod. pen., 192, 125 e 546 cod. proc. pen. (terzo motivo).
2.1. In relazione al primo motivo, si censura la sentenza impugnata
che ha confermato la confisca dell’immobile sito in Ischia (NA) via
Marone 31, acquistato in data 16.09.1997 da Dolgetto Assunta,
moglie del ricorrente nonché di altri beni mobili, denaro e titoli.
In particolare, si evidenzia come i giudici di merito, nel delineare le
caratteristiche della confisca ex art. 12 sexies d.l. n. 306/1992,
dilatino eccessivamente i confini entro cui ritenere legittima
l’applicabilità della stessa, erroneamente ritenendo che i principi
affermati dalle sezioni unite della Suprema Corte (sent. n. 920 del
17/12/2003, dep. 19/01/2004, Montella, Rv. 226491), secondo i quali
possono costituire oggetto di apprensione anche beni acquisiti in
epoca anteriore o successiva alla consumazione del reato, abbiano
come necessario antecedente logico la seguente interpretazione
dell’art. 12 sexies, secondo cui tale “disposizione di legge non
pretende un collegamento tra i beni del condannato ed il delitto

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p resu p posto”.
In realtà, una volta che un soggetto venga condannato per uno dei
reati previsti dall’art. 12 sexies, la confisca per sproporzione sarà
obbligatoria non per un qualsiasi bene del condannato, ma per un
bene di valore sproporzionato rispetto al tempo in cui il bene fu
acquistato e di cui il proprietario non sappia giustificare la lecita
provenienza. Tale presunzione può essere vinta dall’imputato

indicando una fonte proporzionata di reddito astrattamente lecita;
una volta che l’imputato fornisca la sua giustificazione, sarà poi di
nuovo compito dell’accusa dimostrarne la non veridicità.
La sentenza di secondo grado appare contraddittoria quando
dapprima afferma che è indubitabile che il binomio reddito dichiarato
a fini fiscali-attività economica vada inteso non in senso alternativo
ma concorrente e che nella ricostruzione dei redditi di cui il
condannato abbia disposto vadano computati anche i proventi
conseguiti ma sfuggiti per elusione, per poi invece confutare la
proporzione degli acquisti effettuati dal Noviello solo in termini di
mancanza di redditi dichiarati. Nella fattispecie, il Noviello ha svolto
un’attività economica che giustifica sia il tenore di vita sia gli acquisti
dallo stesso effettuati.
2.2. In relazione al secondo motivo, si censura la sentenza impugnata
con riferimento al riconoscimento del reato associativo. In realtà:
-il numero, il ruolo e l’affectio dei partecipanti, appare una forzatura
priva di prove concrete;
– è assente il fine comune;
– è assente altresì il “programma”, precedente ed indistinto, rispetto
alle singole imputazioni di usura e alla loro “diversa” struttura;
-manca l’individuazione di mezzi finali comuni e condivisi di esazione.
2.3. In relazione al terzo motivo, si censura la sentenza impugnata
che ha negato la concessione delle circostanze attenuanti generiche
con un giudizio di prevalenza ed applicato un trattamento
sanzionatorio complessivo eccessivamente gravoso, senza tener
conto dell’incensuratezza del Noviello e delle ampie ammissioni rese.
Nei motivi aggiunti il ricorrente invoca l’applicazione dei principi
giurisprudenziali fissati dai recenti interventi delle Sezioni Unite
(sentt. n. 33451 del 29.05.2014 e n. 4880 del 26.06.2014).
Invero, la confisca ex art. 12 sexies richiede, per essere applicata, la

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commissione di un reato tipico, accertato con sentenza di condanna.
La ratio di tale confisca, dunque, non è, come invece per la misura di
prevenzione, l’eliminazione dal circuito economico di beni di sospetta
provenienza illegittima, derivanti da una qualsiasi attività illecita.
Invero, se non vi è dubbio che il delitto di usura sia tra i reati previsti
dall’art. 12 sexies quali possibili generatori di accumuli illeciti, per
quanto concerne la possibilità di dilatare nel passato il perimetro

temporale del potere ablativo, la stessa dovrà sicuramente essere
maggiormente contenuta, in quanto il periodo di commissione del
reato, così come accertato in sentenza, costituirà l’arco temporale di
riferimento della condotta illecita ed ogni presunzione di
retrodatazione della condotta sarà tanto più ingiustificata quanto più
ci si allontani da tale arco temporale: ecco perché, nella fattispecie, si
ribadisce l’inapplicabilità della confisca ex art. 12 sexies ad un bene
acquistato dieci anni prima della commissione del reato di usura per
cui è intervenuta condanna.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato – con riferimento al secondo e al terzo motivo
di doglianza, anche in modo manifesto – e, come tale, va rigettato.
2. Appare doveroso premettere che il sindacato di legittimità non ha
per oggetto la revisione del giudizio di merito, bensì la verifica della
struttura logica del provvedimento e non può quindi estendersi
all’esame ed alla valutazione degli elementi di fatto acquisiti al
processo, riservati alla competenza del giudice di merito, rispetto alla
quale la Corte di cassazione non ha alcun potere di sostituzione al
fine della ricerca di una diversa ricostruzione dei fatti in vista di una
decisione alternativa.
3.

Ciò premesso, con riferimento al primo motivo di ricorso in

trattazione congiunta con i temi sviluppati nei motivi aggiunti, nella
parte in cui si limita a contestare il provvedimento ablatorio di un
bene non proprio (immobile sito in Ischia di asserita proprietà
esclusiva della moglie), il ricorrente finisce per trovarsi in una
situazione

di

carenza

di

legittimazione

con

conseguente

inammissibilità della doglianza, non avendo peraltro il Noviello, privo
– come detto – di titolarità sul bene e come tale estraneo allo stesso,

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dimostrato quale interesse concreto ed attuale intenda far valere sullo
stesso (cfr., Sez. 6, sent. n. 11496 del 21/10/2013, dep. 10/03/2014,
Castellaccio, Rv. 262612).
Peraltro, qualora si voglia superare tale decisivo profilo di doglianza
anche al fine di esaminare la censura in tutti i suoi restanti aspetti e,
segnatamente, con riferimento all’ablazione anche di altri beni mobili,
in presenza di un’ipotizzata intestazione fittizia di beni, evidenzia il

Collegio come la sentenza della Corte d’appello appaia del tutto
congrua e sia totalmente esente dai denunziati vizi logico-giuridici.
3.1. Il ricorrente ha nuovamente formulato in sede di ricorso per
cassazione un’articolata censura sollecitando una riconsiderazione
dell’orientamento della Suprema Corte (instaurato con la sentenza
delle Sez. U, n. 920 del 17/12/2003, dep. 19/01/2004, Montella) ed
in particolare sulla necessità di un’interpretazione costituzionalmente
orientata dell’art. 12 sexies d.l. n. 306/1992 con specifico riferimento
al rapporto tra il momento consumativo del reato ed il tempo
dell’acquisto, aspetto di ritenuta fondamentale importanza per
rendere concretamente esercitabile l’onere di allegazione gravante sul
condannato.
3.2. Ritiene il Collegio come la confisca ex art. 12 sexies d.l. n.
306/1992, sia stata disposta in modo del tutto legittimo e la censura
proposta, infondata.
Come è noto, la confisca

de qua,

nell’ormai consolidata

giurisprudenza di questa Suprema Corte che non ha per nulla
sconfessato la propria risalente linea interpretativa, richiede la
commissione di un reato tipico, accertato con una sentenza di
condanna, ordinariamente generatore per la sua tipologia, di
disponibilità illecite di natura delittuosa, ancorchè l’adozione del
provvedimento ablativo prescinda da un nesso di pertinenzialità del
bene con il reato per il quale è intervenuta la condanna. Inoltre, la
presunzione di illecita provenienza dei beni del condannato, viene
ancorata letteralmente ed esplicitamente al combinato disposto della
sproporzione rispetto all’attività economica svolta e dell’assenza di
giustificazione.
3.3. Pienamente condivisibili e di assoluta attualità, anche
nell’evoluzione giurisprudenziale più recente, sono i principi fissati
dalla sent. n. 920/2004 cit., secondo cui – per quanto qui d’interesse

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- risulta necessario, da un lato, che, ai fini della “sproporzione”, i
termini di raffronto dello squilibrio, oggetto di rigoroso accertamento
nella stima dei valori economici in gioco, siano fissati nel reddito
dichiarato o nelle attività economiche non al momento della misura
rispetto a tutti i beni presenti, ma nel momento dei singoli acquisti
rispetto al valore dei beni di volta in volta acquisiti (da qui la
legittimità dell’apprensione di beni acquisiti anche in epoca anteriore

o successiva alla consumazione del reato) e, dall’altro, che la
“giustificazione” credibile consista nella prova della positiva liceità
della loro provenienza e non in quella negativa della loro non
provenienza dal reato per cui è stata inflitta condanna.
3.4. Fermo quanto precede, evidenzia il Collegio come la Corte
territoriale abbia riconosciuto come assolutamente infondata la
doglianza in ordine alla presunta elusione dell’onere della prova
lamentata dal Noviello in punto di verifica delle emergenze
rappresentative di dissonanze tra redditi effettivamente prodotti e
disponibilità patrimoniali rilevate.
Invero, si legge nella sentenza d’appello: “… proprio considerando gli
anni dal 1988 al 1997 (epoca di acquisto dell’immobile confiscato)
emerge che: – l’imputato non ha dichiarato redditi per gli anni 1988,
1989, 1990, 1991 …; – come da attestazione dell’Agenzia delle
Entrate … dal 1992 al 1995 ha conseguito redditi lordi modestissimi
nell’ordine di pochi milioni di lire (dai 5.166.000 di lire/reddito
dichiarato per l’anno 1995, agli 8.103.000 di lire/reddito dichiarato
per l’anno 1994), nulla ha dichiarato per l’anno 1996; lire 18.577.000
nel 1997; – Dolgetto Assunta negli anni immediatamente successivi al
1984 … non ha prodotto alcun reddito, risultando anzi … tra í familiari
a carico del Noviello. Segnatamente, nel periodo oggetto di
riferimento, non ha dichiarato redditi negli anni 1988, 1989; ha
dichiarato un reddito imponibile di lire 1.741.000 nel 1990; lire
7.302.000 nel 1991; lire 9.706.000 nel 1992; nulla negli anni 1993,
1994, 1995, 1996; lire 6.649.000 nell’anno 1997. Dunque, negli anni
1988-1997 l’intero nucleo familiare, composto da cinque persone, ha
potuto contare su un reddito complessivo lordo di lire 70.784.000,
pari ad una media di lire 7.100.000 lordi per ciascuna delle annualità
in considerazione e, dunque, poco meno di lire 600.000 al mese …”.
Pertanto – prosegue la Corte territoriale – appare “di tutta evidenza …

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che all’epoca dell’acquisto dell’immobile sito in Ischia oggetto di
confisca, i redditi accertati, anche implementati dalle ulteriori
disponibilità allegate dalla difesa, mai avrebbe consentito … alcuna
forma di risparmio impiegabile nell’acquisto dell’immobile, rispetto al
quale va ulteriormente considerato che il reddito conseguito dai
coniugi nel 1997 effettivamente risulta pari ad un terzo del dichiarato
valore di acquisto del bene”.

Ampiamente giustificata appare quindi la conclusione dei giudici di
merito in ordine all’avvenuto accertamento di una palese
sproporzione fra il valore dell’immobile e le disponibilità finanziarie
concretamente disponibili al tempo dell’esborso del prezzo di
acquisto: la contestuale ricorrenza di siffatte circostanze fornisce la
prova – secondo i giudici di merito – che l’intestazione del bene
immobile al coniuge non dedito ad attività criminosa (anche se
percettore di autonomo reddito, ma comunque insufficiente e
sproporzionato all’acquisto) abbia natura interpositoria, con
consequenziale giustificazione dell’intervenuto provvedimento
ablatorio.
3.5. Identiche conclusioni trae la Corte d’appello con riferimento agli
altri beni confiscati (mobili registrati, liquidità e titoli), partendo dalla
condivisibile affermazione che “al pari delle giustificazioni rese per
dimostrare la proporzione dei redditi dichiarati rispetto ai beni
suscettibili di ablazione, l’interessato deve dimostrare in modo serio
anche le disponibilità economiche che superino di fatto l’immagine
reddituale rappresentata al fisco, non potendo genericamente
contrapporre ad una presunzione che, se non superata, è sufficiente a
dimostrare l’incongruo squilibrio e l’illecita accumulazione, l’apodittica
deduzione della propria infedeltà fiscale e di quella della propria
azienda”:

presunzione che, nella specie, in ragione dell’analitico

esame di tutte le circostanze di fatto emerse (v. pagg. 23-25 della
sentenza d’appello), non risulta essere stata superata.
4. Manifestamente infondato è il secondo motivo di doglianza.
La censura, che reitera pedissequamente un motivo di appello, è
inammissibile.
4.1. Invero, per consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte,
è inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si
risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello

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e motivatamente disattesi dal giudice di merito (v. pagg. 9-14 della
sentenza d’appello), dovendosi gli stessi considerare non specifici ma
soltanto apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di
critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso (v., tra le
tante, Sez. 5, sent. n. 25559 del 15/06/2012, Pierantoni; Sez. 6,
sent. n. 22445 del 08/05/2009, P.M. in proc. Candita, Rv. 244181;
Sez. 5, sent. n. 11933 del 27/01/2005, Giagnorio, Rv. 231708).

In altri termini, è del tutto evidente che, a fronte di una sentenza di
appello che ha fornito una risposta ai motivi di gravame, la
pedissequa riproduzione di essi come motivi di ricorso per cassazione
non può essere considerata come critica argomentata rispetto a
quanto affermato dalla Corte d’appello: in questa ipotesi, pertanto, i
motivi sono necessariamente privi dei requisiti di cui all’art. 581 cod.
proc. pen., comma 1, lett. c), che impone la esposizione delle ragioni
di fatto e di diritto a sostegno di ogni richiesta (cfr., Sez. 6, sent. n.
20377 del 11/03/2009, Arnone, Rv. 243838).
4.2. Nello specifico, la sentenza impugnata ha documentato
“l’esistenza di una struttura associativa dedita alla realizzazione di un
generico, ancorchè qualificato, programma criminoso; la stabilità del
vincolo che certamente non può dirsi circoscritto a priori alla
consumazione di uno o più reati predeterminati; lo stabile contributo
fornito dai singoli al programma sociale; l’esistenza di
un’organizzazione tutt’altro che rudimentale … ; la ripartizione dei
ruoli e l’infungibilità ed essenzialità di quello svolto dall’odierno
appellante; il dolo del delitto di associazione, evidente essendo la
coscienza e volontà di partecipare attivamente alla realizzazione
dell’accordo e quindi del programma delinquenziale in modo stabile e
permanente; l’affectio socíetatis desumibile dalla realizzazione di
attività delittuosa conforme al piano associativo e che costituisce
elemento indiziante di grande rilevanza ai fini della dimostrazione
della appartenenza, specie quando – come nel caso in esame – la
pluralità delle condotte dimostri l’esistenza di stabili rapporti tra gli
associati”.
5. Manifestamente infondato è anche il terzo motivo di censura.
Sia in punto diniego dell’invocato giudizio di prevalenza delle
riconosciute circostanze attenuanti generiche sia in punto trattamento
sanzionatorio, la sentenza impugnata rende congrue e giustificate

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conclusioni del tutto incensurabili in sede di legittimità.
5.1. Con riferimento al primo profilo, i giudici di merito hanno
evidenziato la particolare gravità dei fatti e la ricorrenza di una
condotta criminosa radicata, reiterata, indicativa di un sistema di vita
al di fuori della legalità e perciò attestativa di una particolare capacità
a delinquere, di tal che, la formale incensuratezza costituisce
elemento subvalente così come non può essere sopravvalutata la

condotta processuale tenuta avendo il Noviello, in un primo
momento, negato ogni propria responsabilità evitando di offrire
qualsivoglia

giustificazione

e,

successivamente,

preso

atto

dell’ineluttabilità probatoria dell’accusa, ha reso ammissioni tutt’altro
che piene ed incondizionate, tentando spesso di accreditare il
conseguimento di un vantaggio usurario inferiore rispetto a quello
addebitatogli ovvero adombrando il sospetto che i dichiaranti
avessero reso dichiarazioni strumentali mossi dall’interesse di
alleggerire o ridimensionare la propria esposizione debitoria.
Per nulla ricorrente è la denunciata contraddittorietà fra l’applicazione
delle attenuanti generiche e il giudizio di equivalenza di queste
rispetto alle aggravanti contestate. Già da tempo questa Corte
Suprema, con enunciazione mai contraddetta, ha affermato il
principio – che va qui ribadito – secondo cui “la valutazione degli
elementi favorevoli che consentono il riconoscimento delle attenuanti
generiche è del tutto svincolato dal giudizio di comparazione, tra
circostanze di segno opposto, che ha la funzione di adeguare la pena
in concreto alla gravità del fatto ed alla personalità del reo. Ne
consegue che non è ravvisabile vizio logico e contraddittorietà tra la
ritenuta sussistenza di circostanze favorevoli all’imputato, idonee a
legittimare l’applicazione dell’art. 62 bis cod. pen., ed il giudizio di
equivalenza anziché di prevalenza delle attenuanti generiche con le
aggravanti, trattandosi di valutazione di natura completamente
diversa (cfr., da ultimo, Sez. 5, sent. n. 35828 del 04/06/2010, dep.
06/10/2010, Gambardella, Rv. 248501).
5.2. Con riferimento al secondo profilo, la Corte d’appello, dopo aver
evidenziato la genericità della censura, ha riconosciuto la congruità
del trattamento sanzionatorio in ragione della concreta entità dei fatti
e del numero degli addebiti.
Invero, secondo il costante insegnamento della giurisprudenza di

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questa Suprema Corte (cfr., Sez. 6, sent. n. 9120 del 02/07/1998,
dep. 04/08/1998, Urrata S. e altri, Rv. 211582), deve ritenersi
adempiuto l’obbligo di motivazione del giudice di merito sulla
determinazione in concreto della misura della pena allorché siano
indicati nella sentenza – anche attraverso un richiamo implicito o per
relationem

gli elementi ritenuti rilevanti o determinanti nell’ambito

della complessiva dichiarata applicazione di tutti i criteri di cui all’art.

Non v’è dubbio, infatti, che la graduazione della pena (anche in
relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze
aggravanti ed attenuanti) rientri nell’assoluta discrezionalità del
giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base,
in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen.; ne
discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di
cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena
la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di
ragionamento illogico (Sez. 5, sent. n. 5582 del 30/09/2013, dep.
04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non
ricorre. Del resto, una specifica e dettagliata motivazione in ordine
alla quantità di pena irrogata è necessaria soltanto se la pena sia di
gran lunga superiore alla misura media di quella edittale (ed anche
questa situazione è estranea alla fattispecie), potendo altrimenti
essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133
cod. pen. le espressioni del tipo “pena congrua”, “pena equa” o
“congruo aumento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla
capacità a delinquere (Sez. 2, sent. n. 36245 del 26/06/2009, dep.
18/09/2009, Denaro, Rv. 245596).
6. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali
PQM
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deliberato in Roma, udienza pubblica del 18.11.2015

133 cod. pen..

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