Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 49182 del 18/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 49182 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

Data Udienza: 18/11/2015

SENTENZA
Sul ricorso proposto nell’interesse di Podella Nicodemo, n. a Rocca di
Neto (KR) il 29.04.1963, rappresentato e assistito dall’avv. Roberto
Gusrnitta e dall’avv. Andrea Novelli, di fiducia, avverso la sentenza
della Corte d’appello di Ancona, n. 1170/2013, in data 08.10.2013;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
preso atto della ritualità delle notifiche e degli avvisi;
sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Massimo
Galli che ha concluso chiedendo di dichiararsi l’inammissibilità del
ricorso;
sentita la discussione del difensore delle parti civili Biagetti Alfonso e
Biagetti Paolo, avv. Orlando Olivieri, che ha concluso chiedendo di
dichiarare inammissibile ovvero di rigettare il ricorso del Podella con

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conferma della sentenza impugnata e condanna del ricorrente alla
refusione delle spese legali sostenute nel presente giudizio nella
misura di euro 6.600,00 oltre rimborso spese forfettarie, IVA e CPA;
sentita altresì la discussione del difensore del ricorrente, avv. Roberto
Gusmitta, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in data 10.10.2012, il Tribunale di Ancona, sezione
distaccata di 3esi, condannava Podella Nicodemo alla pena di mesi
dieci di reclusione ed euro 800,00 di multa per il reato di
appropriazione indebita aggravata continuata, con i doppi benefici di
legge ed al risarcimento del danno a favore delle costituite parti civili
da liquidare in separata sede, ponendo a carico dell’imputato una
provvisionale nella misura di euro 8.000,00 a favore della Angeletti
s.a.s., di euro 40.000,00 a favore di Angeletti Luigino, di euro
250.000,00 a favore di Biagetti Alfonso e di Biagetti Paolo, quali soci
della Biagetti s.a.s..
Secondo l’accusa, il Podella, nella qualità di legale rappresentante
della Villa del Sole s.r.I., si appropriava di 390 tonnellate di grano,
depositate dalla Angeletti s.a.s. presso il mulino della Villa del Sole
s.r.l. sito in località Pradellona, nonché di 2.364 tonnellate circa di
grano, depositate presso il medesimo mulino dalla Biagetti s.a.s.,
lavorandole per la trasformazione (in S.Maria Nuova nel periodo
maggio-settembre 2010).
2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di Podella Nicodemo, veniva
proposto appello; con sentenza in data 08.10.2013, la Corte d’appello
di Ancona rigettava il gravame e confermava la sentenza di primo
grado.
3. Nei confronti della sentenza di secondo grado, nell’interesse di
Podella Nicodemo, viene proposto ricorso per cassazione,
lamentandosi:
– erronea applicazione dell’art. 646 cod. pen. in relazione alla natura
del prodotto agro-alimentare in “deposito irregolare” ex art. 1782
cod. civ. (primo motivo);
– mancanza e manifesta illogicità della motivazione in punto di
necessario accertamento delle legittime facoltà del depositario, anche

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per omessa valutazione di circostanze decisive risultanti dalle stesse
dichiarazioni dibattimentali delle parti civili (secondo motivo);
-erronea applicazione dell’art. 43 cod. pen., mancanza e manifesta
illogicità della motivazione in punto di preteso accertamento del dolo
del reato di appropriazione indebita (terzo motivo).
3.1. In relazione al primo motivo, si censura la struttura
motivazionale di entrambe le sentenze di merito che evidenzia una

appropriazione indebita si consuma nel momento in cui l’agente tiene
consapevolmente un comportamento oggettivamente eccedente la
sfera delle facoltà ricomprese nel titolo del suo possesso ed
incompatibile con il diritto del titolare, in quanto significativo
dell’immutazione del mero possesso in dominio (cfr., Sez. 2, sent. n.
25267 del 13/06/2007, Di Stefano, Rv. 237850).
Diversamente da quanto ritenuto dai giudici di merito, la fattispecie
va qualificata come “deposito irregolare” di un prodotto agroalimentare deperibile e fungibile ai sensi dell’art. 1782 cod. civ.: e,
secondo la giurisprudenza delle sezioni civili della Suprema Corte, in
caso di deposito irregolare di beni fungibili che non siano stati
individuati al momento della consegna, essi entrano nella disponibilità
del depositario, che acquista il diritto di servirsene e, pertanto, ne
diventa proprietario, pur essendo tenuto a restituirne altrettanti della
stessa specie e qualità, e ciò salvo che al negozio sia stata apposta
un’apposita clausola derogatoria.
3.2. In relazione al secondo motivo, riconosce il ricorrente come la
mera constatazione della natura fungibile dei beni in deposito, così
come il richiamo alla qualificazione giuridica “civilistica” del rapporto
contrattuale come deposito irregolare, sarebbero di per sé di non
risolutivo rilievo a fronte della necessità di verificare quali fossero in
concreto le legittime facoltà del “depositario”: tale accertamento
risulta completamente omesso dai giudici di merito.
3.3. In relazione al terzo motivo, si censura la sentenza impugnata
sotto il profilo dell’omessa valutazione della carenza dell’elemento
psicologico del reato, attesa la convinzione dell’imputato, fondata
sulla natura del contratto, di essere legittimato a servirsi del grano
conferito al mulino.

sicura violazione dell’art. 646 cod. pen., atteso che il delitto di

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è infondato – con riferimento all’ultimo motivo di
doglianza, in modo manifesto – e, come tale, va rigettato.
2. Con riferimento al primo motivo di ricorso, evidenzia il Collegio
come entrambe le sentenze di merito forniscano ampia spiegazione
delle ragioni per le quali la condotta tenuta dal ricorrente debba

sussumersi sotto la figura di reato dell’appropriazione indebita.
2.1. Invero, riconosce la giurisprudenza come il reato di cui all’art.
646 cod. pen. si consuma con l’interversione oggettiva del possesso,
ed a tal fine non assume rilievo la disciplina civilistica in tema di
pretesa confusione di “re? fungibili in deposito cosiddetto “irregolare”
(Sez. 2, sent. n. 26774 del 09/04/2010, dep. 12/07/2010, Marzo, Rv.
247955).
2.2. Nella fattispecie, risulta provato come gli accordi tra le parti
prevedessero il conferimento del grano in deposito e la vendita
successiva dello stesso al mulino nel momento determinato dal
proprietario-venditore sulla base dell’andamento dei listini, nel
momento quindi ritenuto economicamente appropriato dal venditore
medesimo che rimaneva proprietario della merce sino a quella data.
In particolare, si osserva nella sentenza d’appello che “il fatto che
nella generalità dei rapporti pregressi il grano non fosse stato
retrocesso al proprietario ma trasformata dal mulino, corrispondeva a
quanto avveniva in costanza di regolare attività da parte del mulino;
viceversa, dal 2010, in concomitanza al manifestarsi della crisi
dell’impresa, alla acquisita consapevolezza da parte dei conferenti del
rischio di deterioramento e dispersione del bene in deposito e
verosimilmente delle incertezze sulla concreta possibilità di
risarcimento, le determinazioni si orientarono diversamente, con la
legittima richiesta di restituzione, alla quale proprio in ragione di
pregressi accordi l’imputato nulla ha opposto in diritto. Anche nelle
deposizioni dei testi di difesa … si riscontra la incontestata allegazione
già in quella sede … del rapporto di deposito e non di vendita”: da
qui l’infondatezza del motivo anche alla luce della oggettiva
irrilevanza delle censure che – come nella fattispecie – si limitino ad
offrire una mera lettura alternativa delle risultanze probatorie,
risolvendosi pur sempre il sindacato della Corte di cassazione in un

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giudizio di mera legittimità (cfr., Sez. 6, sent. n. 36546 del
03/10/2006, dep. 03/11/2006, Bruzzese, Rv. 235510).
3. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso.
3.1. Riconoscono i giudici di secondo grado come, sulla base
dell’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, anche valutando
la situazione nella prospettiva – peraltro, non aderente allo schema
contrattuale vigente tra le parti – del contratto estimatorio, integra,

in ogni caso, il reato di appropriazione indebita la condotta
dell’accipiens che, ricevuta una cosa per effetto della stipula di un
contratto estimatorio, la trattenga dopo il termine stabilito e rimanga
inadempiente al pagamento del prezzo (Sez. 2, sent. n. 6690 del
03/02/2012, dep. 20/02/2012, Di Chito, Rv. 252109).
3.2. Fermo quanto precede, si evidenzia come la Corte territoriale
abbia riconosciuto come il processo avesse dimostrato come
“l’imputato al momento della richiesta avesse già disposto della
merce in assenza di determinazione di vendita delle parti civili,
comunicandolo in seguito ai destinatari ed a quel punto richiedendo la
fatturazione, alla data da lui prestabilita, secondo i prezzi in vigore al
momento, in difformità anche dello schema contrattuale che il
medesimo intendeva prospettare, quantificando la propria
obbligazione di pagamento sulla base di parametri neppure
corrispondenti a quella della pretesa precedente (ed indeterminata)
trasformazione del bene”,

con una sostanziale confessione della

condotta appropriativa realizzata da parte del ricorrente ed una
implicita riconosciuta sostanziale irrilevanza, ai fini della
configurabilità del reato de quo, dell’accertamento dell’esistenza di
legittime facoltà – peraltro, nemmeno indicate dal ricorrente – da
parte del depositario.
4. Manifestamente infondato è, infine, il terzo motivo di ricorso.
Il ricorrente lamenta genericamente, e quindi inammissibilmente,
l’insussistenza dell’elemento psicologico del reato contestatogli, ai fini
della cui configurabilità è, peraltro, sufficiente, secondo il costante
insegnamento di questa Corte Suprema, la coscienza e volontà di
appropriarsi del denaro o (come nella specie) della cosa mobile altrui,
posseduta a qualsiasi titolo, sapendo di agire senza averne diritto, ed
allo scopo di trarre per sè o per altri una qualsiasi illegittima utilità
(cfr., Sez. 2, sent. n. 27023 del 27/03/2012, dep. 10/07/2012,

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Schembri, Rv. 253411; nello stesso senso, Sez. 2, sent. n. 4996 del
25/03/1974, Draghi, Rv. 128040), la cui configurabilità nella specie
emerge con evidenza dalle motivazioni delle sentenze di primo e
secondo grado, senz’altro valutabili congiuntamente all’uopo (in
presenza di una cd. “doppia conforme”).
5. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali

Biagetti Paolo delle spese sostenute nel presente grado di giudizio che
si liquidano in complessivi euro 4.000,00 oltre rimborso forfettario
delle spese nella misura del 15%, CPA e IVA

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché alla rifusione in favore delle parti civili Biagetti
Alfonso e Biagetti Paolo delle spese sostenute nel presente grado di
giudizio che liquida in complessivi euro 4.000,00 oltre rimborso
forfettario delle spese nella misura del 15%, CPA e IVA.
Così deliberato in Roma, udienza pubblica del 18.11.2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Dott. And ea Pellegrino

D t. Francogndanese

nonché alla rifusione in favore delle parti civili Biagetti Alfonso e

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