Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 48707 del 25/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 48707 Anno 2015
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: SCARCELLA ALESSIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:
– PALOMBIZIO TONY MARCO, n. 6/06/1960 a Pratola Peligna

avverso l’ordinanza del tribunale della libertà di L’AQUILA in data 17/09/2015;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott.ssa P. Filippi, che ha chiesto annullarsi con rinvio l’impugnata
ordinanza;

E

Data Udienza: 25/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa in data 17/09/2015, depositata in data 30/09/2015, il
tribunale del riesame di L’AQUILA, in accoglimento dell’istanza di riesame
presentata dal Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Sulmona,
applicava a PALOMBIZIO TONY MARCO, la misura degli arresti domiciliari presso

medesimo risulta indagato per il delitto di cui all’art. 73, co. 1, TU Stup., per
aver coltivato in assenza di autorizzazione 32 piante di cannabis indica e che il
GIP aveva rigettato la richiesta per carenza del requisito dell’offensività in quanto
le piante non erano ancora giunte a maturazione, donde avrebbe dovuto
attendersi l’esito delle analisi di laboratorio aventi ad oggetto la verifica
dell’effettiva capacità drogante delle piante sequestrate.

2. Ha proposto ricorso nell’interesse di PALOMBIZIO TONY MARCO il difensore
fiduciario cassazionista, impugnando la ordinanza predetta con cui deduce tre
motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione
ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) e c), cod.
proc. pen., in relazione all’art. 73, TU Stup. e all’art. 273 c.p.p.
In sintesi, la censura investe l’impugnata ordinanza, in quanto, sostiene il
ricorrente, la misura sarebbe stata emessa senza tener conto che l’offensività
della condotta dev’essere riscontrata come sussistente al momento in cui la
condotta materiale di coltivazione di essenze vegetali astrattamente idonee ad
indurre effetti droganti o psicotropi viene rilevata; il pericolo per la salute
pubblica e privata, sottesa alla condotta in esame, deve presentare il requisito
dell’attualità, non potendo la mancanza di tale elemento essere surrogata dalla
congetturale valutazione personale dei giudici del riesame circa l’offensività; sul
punto, sarebbe censurabile la costruzione del tribunale che, muovendo dalla
natura di reato di pericolo astratto del reato di coltivazione, finisce per pervenire
all’abnorme e paradossale risultato di sanzionare penalmente una condotta
materiale priva del requisito dell’offensività rispetto al bene tutelato; la stessa
affermazione secondo cui la responsabilità andrebbe valutata in meri termini
probabilistici, seppur qualificati, sarebbe censurabile in quanto l’offensività della
condotta dev’essere riscontrata con gli ordinari mezzi di indagine e non potrebbe
essere desunta presuntivamente dalla sola tipologia e dall’elemento ponderale

2

la propria residenza, con divieto di allontanamento; giova precisare che il

delle piante (cannabis per 10 kg. di foglie), tenuto conto della loro mancata
maturazione e quindi dell’incertezza circa la presenza di principio attivo.

2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. e), cod. proc.
pen., sotto il rifilo della mancanza di motivazione o di motivazione apparente in
ordine all’esigenza cautelare di cui all’art. 274, lett. c), c.p.p.

ricorrente, il tribunale del riesame si sarebbe limitato a recepire gli argomenti sul
punto svolti dal PM, omettendo di valutare gli argomenti addotti dall’allora
appellante con cui veniva censurata l’estrema genericità con cui era stata
attribuita all’indagato una personalità chiaramente incline a tale delitto
nonostante l’assenza di precedenti specifici, che appare invece frutto di una
personale opinione del PM recepita acriticamente dal tribunale; la motivazione
poi sarebbe censurabile nella parte in cui desume tale pericolo di recidiva dalle
specifiche modalità e circostanze del fatto, che, diversamente, non
presenterebbero alcuna specifica originalità ed escluderebbero la fondatezza del
giudizio in ordine alla presunta proclività al delitto; la condotta dell’indagato si
connoterebbe, in particolare, per la sua rudimentalità, ciò che escluderebbe
qualsiasi professionalità del medesimo in assenza di quegli elementi di consueto
ritenuti significativi (impianto di irrigazione adeguato; uso di concimi e
fertilizzanti specifici; bilancini per la pesatura della sostanza; presenza di prodotti
per il confezionamento); inidoneo a suffragare la tesi dell’esistenza del pericolo
di recidiva sarebbe il richiamo alle intercettazioni ambientali, che, se è ben vero
che uno degli intercettati farebbe riferimento alla qualità della sostanza ricavata
l’anno precedente, non costituirebbe elemento per ritenere che l’indagato avesse
svolto nel passato la medesima attività illecita, non potendo escludersi che
questi, per mera curiosità, avesse provveduto alla coltivazione di una piantina
per soddisfare i propri bisogni; censurabile, ancora, sarebbe l’impugnata
ordinanza laddove ritiene sussistere l’attualità dell’esigenza cautelare del pericolo
di recidiva, tenuto conto che il ciclo di maturazione della cannabis era ancora in
corso e che, pertanto, il reato almeno fino al maggio p.v. non avrebbe potuto
essere reiterato, non potendosi attribuire alcun significato dirimente al solo
quantitativo di circa 10 kg. di piante, sia perché ancora in fase di maturazione
sia perché non poteva escludersene la concreta ed attuale efficacia drogante.

2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) e c), cod.
proc. pen., in relazione all’art. 73, TU Stup. e all’art. 275, comma 2-bis, c.p.p.

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In sintesi, la censura investe l’impugnata ordinanza, in quanto, sostiene il

In sintesi, la censura investe l’impugnata ordinanza, in quanto, sostiene il
ricorrente, il tribunale del riesame avrebbe del tutto ignorato il rilievo difensivo
fondato sulla incostituzionalità sopravvenuta delle norme della c.d. legge Fini Giovanardi che ha determinato la reviviscenza del quadro sanzionatorio di cui
all’art. 73, comma quarto, TU Stup., applicabile nel caso di specie tenuto conto
della natura di droga “leggera” della cannabis (tab. II); l’indagato, quindi,

beneficio della sospensione condizionale della pena, donde i giudici del riesame
avrebbero violato il disposto dell’art. 275, comma 2-bis c.p.p. nella parte in cui
vieta l’applicazione di misure cautelari ove sia concedibile il predetto beneficio;
diversamente, il tribunale del riesame avrebbe motivato affermando che allo
stato, tenuto conto della gravità delle condotte, non risultassero elementi che
facessero ritenere probabile la concessione del predetto beneficio; infine, si
censura l’ordinanza laddove ha ritenuto la misura applicata l’unica idonea a
salvaguardare la predetta esigenza cautelare, laddove, si sostiene, lo sarebbe
stata anche quella del divieto di accesso all’azienda agricola nell’ambito del quale
il fatto si sarebbe verificato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Preliminarmente, osserva il Collegio, deve ritenersi sanata la nullità derivante
dall’omesso avviso ad uno dei difensori di fiducia del ricorrente (Avv. G.
Margiotta), essendo préza in atti del solo avviso di fissazione dell’odierna udienza
camerale al solo codifensore fiduciario Avv. A. Margiotta. Ed invero, come già
affermato da questa Corte in tema di comunicazioni al difensore, l’omessa
notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale nel giudizio in
cassazione ad uno dei due difensori dell’imputato non dà luogo ad una nullità
assoluta, ex art. 179 cod. proc. pen., bensì a regime intermedio, ai sensi dell’art.
180 del codice di rito, con la conseguenza che tale vizio è da ritenersi sanato, ex
art. 184, comma primo, cod. proc. pen., nel caso di mancata comparizione di
entrambi i difensori all’udienza, implicando tale condotta la volontaria e
consapevole rinuncia della difesa e della parte, globalmente considerata, a far
rilevare l’omessa comunicazione ad uno dei difensori (Sez. 2, n. 21631 del
04/02/2015 – dep. 25/05/2015, Esposito, Rv. 263778).

4. Tanto premesso, il ricorso è infondato.

4

avrebbe acceso alla possibilità di chiedere un rito alternativo e di accedere al

5. Deve premettersi che le valutazioni compiute dal giudice ai fini dell’adozione
di una misura cautelare personale devono essere fondate, secondo le linee
direttive della Costituzione, con il massimo di prudenza su un incisivo giudizio
prognostico di “elevata probabilità di colpevolezza”, tanto lontano da una
sommaria delibazione e tanto prossimo a un giudizio di colpevolezza, sia pure
presuntivo, poiché di tipo “statico” e condotto, allo stato degli atti, sui soli

Cost., sent. n. 121 del 2009, ord. n. 314 del 1996, sent. n. 131 del 1996, sent.
n. 71 del 1996, sent. n. 432 del 1995).
La specifica valutazione prevista in merito all’elevata valenza indiziante degli
elementi a carico dell’accusato, che devono tradursi in un giudizio probabilistico
di segno positivo in ordine alla sua colpevolezza, mira, infatti, a offrire maggiori
garanzie per la libertà personale e a sottolineare l’eccezionalità delle misure
restrittive della stessa.
Il contenuto del giudizio da farsi da parte del giudice della cautela è evidenziato
anche dagli adempimenti previsti per l’adozione dell’ordinanza cautelare.
L’art. 292 c.p.p., come modificato dalla L. n. 332 del 1995, prevedendo per detta
ordinanza uno schema di motivazione vicino a quello prescritto per la sentenza di
merito dall’art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e), impone, invero, al giudice della
cautela sia di esporre gli indizi che giustificano in concreto la misura disposta, di
indicare gli elementi di fatto da cui sono desunti e di giustificare l’esito positivo
della valutazione compiuta sugli stessi elementi a carico, sia di esporre le ragioni
per le quali ritiene non rilevanti i dati conoscitivi forniti dalla difesa, e comunque
a favore dell’accusato (comma 2, lett. c) e c bis).

6. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di misure
cautelari personali, per “gravi indizi di colpevolezza” devono intendersi tutti
quegli elementi a carico, di natura logica o rappresentativa, che – contenendo in
nuce tutti o soltanto alcuni degli elementi strutturali della corrispondente prova non valgono di per sé a dimostrare, oltre ogni dubbio, la responsabilità
dell’indagato e tuttavia consentono, per la loro consistenza, di prevedere che,
attraverso la futura acquisizione di ulteriori elementi, saranno idonei a
dimostrare tale responsabilità, fondando nel frattempo una qualificata probabilità
di colpevolezza (Sez. U, n. 11 del 21/04/1995, dep. 01/08/1995, Costantino e
altro, Rv. 202002, e, tra le successive conformi, Sez. 2, n. 3777 del 10/09/1995,
dep. 22/11/1995, Tomasello, Rv. 203118; Sez. 6, n. 863 del 10/03/1999, dep.
15/04/1999, Capriati e altro, Rv. 212998; Sez. 6, n. 2641 del 07/06/2000, dep.

5

elementi già acquisiti dal pubblico ministero, e non su prove, ma su indizi (Corte

03/07/2000, Dascola, Rv. 217541; Sez. 2, n. 5043 del 15/01/2004, dep.
09/02/2004, Acanfora, Rv. 227511).
A norma dell’art. 273 c.p.p., comma 1 bis, nella valutazione dei gravi indizi di
colpevolezza per l’adozione di una misura cautelare personale si applicano, tra le
altre, le disposizioni contenute nell’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, (Sez. F, n.
31992 del 28/08/2002, dep. 26/09/2002, Desogus, Rv. 222377; Sez. 1, n.

36767 del 04/06/2003, dep. 25/09/2003, Grasso Rv. 226799; Sez. 6, n. 45441
del 07/10/2004, dep. 24/11/2004, Fanara, Rv. 230755; Sez. 1, n. 19867 del
04/05/2005, dep. 25/05/2005, Cricchio, Rv. 232601). Si è, al riguardo,
affermato che, se la qualifica di gravità che deve caratterizzare gli indizi di
colpevolezza attiene al quantum di “prova” idoneo a integrare la condizione
minima per l’esercizio, sulla base di un giudizio prognostico di responsabilità, del
potere cautelare, e si riferisce al grado di conferma, allo stato degli atti,
dell’ipotesi accusatoria, è problema diverso quello delle regole da seguire, in
sede di apprezzamento della gravità indiziaria ex art. 273 c.p.p., per la
valutazione dei dati conoscitivi e, in particolare, della chiamata di correo (Sez. U,
n. 36267 del 30/05/2006, dep. 31/10/2006, P.G. in proc. Spennato, Rv.
234598).
Relativamente alle regole da seguire, questo Collegio ritiene che, alla stregua del
condivisibile orientamento espresso da questa Corte, dell’art. 273 c.p.p., comma
1 bis, nel delineare i confini del libero convincimento del giudice cautelare con il
richiamo alle regole di valutazione di cui all’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, pone un
espresso limite legale alla valutazione dei “gravi indizi”.

7. Si è, inoltre, osservato che, in tema di misure cautelari personali, quando sia
denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del provvedimento
emesso dal Tribunale del riesame riguardo alla consistenza dei gravi indizi di
colpevolezza, il controllo di legittimità è limitato, in relazione alla peculiare
natura del giudizio e ai limiti che ad esso ineriscono, all’esame del contenuto
dell’atto impugnato e alla verifica dell’adeguatezza e della congruenza del
tessuto argormentativo riguardante la valutazione degli elementi indizianti
rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano
l’apprezzamento delle risultanze probatorie (tra le altre, Sez. 4, n. 2050 del
17/08/1996, dep. 24/10/1996, Marseglia, Rv. 206104; Sez. 6, n. 3529 del
12/11/1998, dep. 01/02/1999, Sabatini G., Rv. 212565; Sez. U, n. 11 del
22/03/2000, dep. 02/05/2000, Audino, Rv. 215828; Sez. 2, n. 9532 del
22/01/2002, dep. 08/03/2002, Borragine e altri, Rv. 221001; Sez. 4, n. 22500
6

29403 del 24/04/2003, dep. 11/07/2003, Esposito, Rv. 226191; Sez. 6, n.

del 03/05/2007, dep. 08/06/2007, Terranova, Rv. 237012), senza che possa
integrare vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa e, per il
ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze delle indagini (tra le altre,
Sez. U, n. 19 del 25/10/1994, dep. 12/12/1994, De Lorenzo, Rv. 199391; Sez.
1, n. 1496 del 11/03/1998, dep. 04/07/1998, Marrazzo, Rv. 211027; Sez. 1, n.

8. Il detto limite del sindacato di legittimità in ordine alla gravità degli indizi
riguarda anche il quadro delle esigenze cautelari, essendo compito primario ed
esclusivo del giudice della cautela valutare “in concreto” la sussistenza delle
stesse e rendere un’adeguata e logica motivazione (Sez. 1, n. 1083 del
20/02/1998, dep. 14/03/1998, Martorana, Rv. 210019).
Peraltro, secondo l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide, in
tema di misure cautelari, “l’ordinanza del tribunale del riesame che conferma il
provvedimento impositivo recepisce, in tutto o in parte, il contenuto di tale
provvedimento, di tal che l’ordinanza cautelare e il provvedimento confermativo
di essa si integrano reciprocamente, con la conseguenza che eventuali carenze
motivazionali di un provvedimento possono essere sanate con le argomentazioni
addotte a sostegno dell’altro” (Sez. 2, n. 774 dei 28/11/2007, dep. 09/01/2008,
Beato, Rv. 238903; Sez. 6, n. 3678 del 17/11/1998, dep. 15/12/1998,
Panebianco R., Rv. 212685).

9. Premesso quanto sopra – e osservato che il perimetro del sindacato di questa
Corte è delimitato dall’impugnazione rivolta genericamente, con riferimento sia
ai gravi indizi di colpevolezza per il reato contestato che sotto il profilo delle
esigenze cauteiari – ritiene il Collegio che il motivo sia infondato.

10.

Quanto al primo motivo, con cui si censura l’ordinanza poiché la misura

sarebbe stata emessa senza tener conto che l’offensività della condotta
dev’essere riscontrata come sussistente al momento in cui la condotta materiale
di coltivazione di essenze vegetali astrattamente idonee ad indurre effetti
droganti o psicotropi viene rilevata, laddove le piante di cui si discute non era
ancora giunte a maturazione, è sufficiente la semplice lettura dell’ordinanza
impugnata per evidenziare la infondatezza del motivo, che appare vieppiù
generico in quanto non si confronta con le puntuali e logiche argomentazioni del
tribunale della libertà espresse a confutazione dell’identico motivo di doglianza
sollevato dalla difesa. Deve qui ricordarsi che è inammissibile il ricorso per
cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che
7

6972 del 07/12/1999, dep. 08/02/2000, Alberti, Rv. 215331).

ripropongono le stesse ragioni già esaminate e ritenute infondate
j~ dal giudice del gravame o che risultano carenti della necessaria
correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle
poste a fondamento dell’impugnazione (v., tra le tante: Sez. 4, n. 34270 del
03/07/2007 – dep. 10/09/2007, Scicchitano, Rv. 236945).
A tal proposito, comunque, al fine di acclararne la manifesta infondatezza, va qui

fattuale e individuato il ruolo del ricorrente nella vicenda, precisa che non solo la
natura di reato di pericolo presunto del delitto di coltivazione di sostanze
stupefacenti, ma soprattutto gli esiti delle intercettazioni telefoniche rendevano
evidente la configurabilità del reato ed il coinvolgimento del Palombizio nella
vicenda; in particolare, per quanto concerne il tema dell’offensività,
correttamente i giudici del riesame ritengono irrilevante ai fini della perseguibilità
penale del fatto, il mancato compimento del processo di maturazione dei
vegetali, anche in caso di assenza di principio attivo ricavabile nell’immediatezza,
assunto ritenuto condivisibile con specifico riferimento alla fase cautelare,
laddove la responsabilità dell’indagato dev’essere valutata in meri termini
probabilistici, seppure qualificati. Sul punto, i giudici del merito ritengono
evidente che il numero delle piante, le loro dimensioni e l’accertata tipologia
delle stesse non lasciavano adito a particolari dubbi circa la prevedibile resa di
quantità rilevanti di stupefacente al momento della completa maturazione.
Trattasi di motivazione rispondente alle emergenze processuali (si trattava di
ben 32 piante di consistenti dimensioni, per oltre 10 kg. di foglie) e immune da
vizi logici, rispetto alta quale il ricorrente svolge censure non solo puramente
contestative ma che si risolvono nel dissenso rispetto alla valutazione svolta dai
giudici del tribunale della libertà, in una affermando che l’offensività della
condotta dovrebbe essere riscontrata con gli ordinari mezzi di indagine e non
potrebbe essere desunta presuntivamente dalla sola tipologia e dall’elemento
ponderale delle piante (cannabis per 10 kg. di foglie), tenuto conto della loro
mancata maturazione e quindi dell’incertezza circa la presenza di principio attivo.
A tal fine è sufficiente riproporre quanto già affermato sul punto da questa Corte
e ricordato dai giudici del riesame, ossia che ai fini della punibilità della
coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze
stupefacenti, l’offensività della condotta non è esclusa dal mancato compimento
del processo di maturazione dei vegetali, neppure quando risulti l’assenza di
principio attivo ricavabile nell’immediatezza, se gli arbusti sono prevedibilmente
in grado di rendere, all’esito di un fisiologico sviluppo, quantità significative di
prodotto dotato di effetti droganti, in quanto il “coltivare” è attività che si
8

evidenziato come l’ordinanza impugnata, dopo aver operato una ricostruzione

riferisce all’intero ciclo evolutivo dell’organismo biologico (Sez. 6, n. 6753 del
09/01/2014 – dep. 12/02/2014, M, Rv. 258998). E, nel caso di specie, detta
“prevedibilità” non può certamente essere esclusa dagli atti.

11.

Analogo giudizio di infondatezza dev’essere espresso quanto al secondo

motivo, con cui vengono svolte censure in ordine alla sussistenza dell’esigenza

Ed invero, sul punto, i giudici del riesame (v. pag. 3), chiariscono come
l’indagato ha dato dimostrazione di una personalità chiaramente incline alla
consumazione di tale tipologia di reato per evidenti fini di profitto economico
creando la condizioni per la coltivazione della canapa e favorendola, con un
rilevante contributo personale; a sostegno di tale giudizio di sussistenza della
lett. c) dell’art. 274, c.p.p., i giudici evidenziano la consistente quantità di
vegetali coltivati desumendo l’esistenza di contatti con i locali ambienti criminali
dello spaccio ed il possesso di personali capacità nello svolgimento di tali attività;
in tale giudizio, una chiave di lettura assolutamente centrale è data soprattutto
dagli esiti delle intercettazioni telefoniche da cui risulta che proprio l’indagato fa
espresso riferimento all’intenzione di vendere in blocco o al dettaglio il prodotto,
con specifica indicazione dei prezzi e del ricavo probabile, vantandone la qualità,
mediante il paragone con altro raccolto effettuato in epoca precedente (vengono
a tal proposito valorizzate le conversazioni di cui ai progressivi n 2773 e n. 2774
del 3/07/2015).
A fronte di tale apparato argomentativo, del tutto rispondente alle emergenze
processuali e immune da vizi logici, ancora una volta il ricorrente frappone
censure di natura puramente contestativa, basate su valutazioni fattuali (ad
esempio laddove si riferisce all’incompleto ciclo di maturazione della pianta che
escluderebbe l’attualità del pericolo di recidiva) del tutto inidonee a superare la
granitica configurabilità dell’esigenza cautelare di evitare il pericolo di recidiva, a
fronte dell’inequivoco tenore delle conversazioni intercettate che non lasciano
spazio a deduzioni logiche contrarie di sorta in ordine alla loro concretezza ed
attualità anche a seguito delle modifiche introdotte dalla legge n. 47 del 2015.

12.

Quanto, infine, al terzo motivo di ricorso, con cui si afferma che í giudici

avrebbero violato il disposto dell’art. 275, comma 2-bis c.p.p. nella parte in cui
vieta l’applicazione di misure cautelari ove sia concedibile il beneficio di cui
all’art. 163 c.p., è sufficiente qui ricordare che le Sezioni Unite di questa Corte,
con principio che conserva la sua attualità anche dopo la modifica apportata dalla
legge n. 47 del 2015, hanno già chiarito che la ritenuta sussistenza del pericolo
9

cautelare di cui all’art. 274, lett. c), c.p.p.

di reiterazione del reato (art. 274, comma primo, lett. c), cod. proc. pen.) esime
il giudice dal dovere dì motivare sulla prognosi relativa alla concessione della
sospensione condizionale della pena (Sez. U, n. 1235 del 28/10/2010 – dep.
19/01/2011, Giordano ed altri, Rv. 248866).
Quanto, poi, alla ritenuta inidoneità di altre misure a salvaguardare l’esigenza
cautelare predetta, i giudici chiariscono che appare congrua l’adozione di una

margini di libertà utili a reiterare condotte illecite del medesimo tipo. Trattasi di
motivazione che, pure nella sua sinteticità, è idonea a soddisfare il requisito
motivazionale richiesto dall’art. 273 c.p.p., atteso che, come più volte affermato
da questa Corte, in tema di scelta delle misure cautelari, ai finì della motivazione
del provvedimento relativo alla misura della custodia cautelare in carcere (e, a
maggior ragione, nel caso, come quello in esame, in cui si applicano gli arresti
domiciliari), non è necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che
rendono inadeguata ogni altra misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con
argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei
reati nonché dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che inducono
ragionevolmente a ritenere la custodia in carcere (e, nella specie, gli arresti
domiciliari) come la misura più adeguata al fine di impedire la prosecuzione
dell’attività criminosa, rimanendo, in tal modo, assorbita l’ulteriore dimostrazione
dell’inidoneità delle altre misure coercitive (Sez. 5, n. 51260 del 04/07/2014 dep. 10/12/2014, Calcagno, Rv. 261723).

13. Il ricorso dev’essere, conclusivamente, rigettato.
Al rigetto del ricorso segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Visto l’art. 28, comma primo, reg. esec. cod. proc. pen. manda alla cancelleria
per la comunicazione al Procuratore della Repubblica presso il tribunale di
Sulmona, competente per l’esecuzione.
Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 25 novembre 2015

misura detentiva, atteso che ogni diverso strumento consentirebbe al prevenuto

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