Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 48705 del 25/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 48705 Anno 2015
Presidente: FRANCO AMEDEO
Relatore: SCARCELLA ALESSIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da:
– RUSSO GIUSEPPE, n. 19/03/1984 ad Aversa

avverso l’ordinanza del tribunale della libertà di NAPOLI in data 12/08/2015;
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Alessio Scarcella;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott.ssa P. Filippi, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

Data Udienza: 25/11/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa in data 12/08/2015, depositata in data 28/08/2015, il
tribunale del riesame di NAPOLI confermava l’ordinanza del GIP presso il
tribunale di NAPOLI NORD del 26/07/2015 con cui l’indagato RUSSO GIUSEPPE
veniva sottoposto alla misura cautelare della custodia cautelare in carcere in

relative a diversi episodi di detenzione continuata ai fini di spaccio di sostanza
stupefacente del tipo cocaina a crack (capi a), b), c), j), k) e q).

2.

Ha proposto ricorso RUSSO GIUSEPPE a mezzo del difensore fiduciario

cassazionista, impugnando la sentenza predetta con cui deduce due motivi, di
seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173
disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b), c) ed e), cod.
proc. pen., in relazione all’art. 311 c.p.p. ed all’art. 73, co. 5, TU Stup. quanto ai
reati di cui alle imputazioni cautelari sopra descritte e correlati vizi motivazionali
di illogicità e/o contraddittorietà della motivazione in ordine al mancato
riconoscimento dell’ipotesi di cui all’art. 73, co. 5, TU Stup.
In sintesi, la censura investe l’impugnata ordinanza, in quanto, sostiene il
ricorrente, la motivazione fornita dal tribunale al fine di escludere l’ipotesi della
lieve entità sarebbe illogica (si legge, in particolare, nell’impugnata ordinanza
che nel caso in esame, le circostanze e modalità concrete del fatto, costituite
della presenza di un’organizzazione sia pure rudimentale che farebbe capo
all’indagato che dirigeva l’attività di spaccio, all’interno del rione ERP di Aversa,
gestione IACP, conosciuta dai numerosi acquirenti e quindi punto di riferimento
per i predetti, la chiara ripartizione dei ruoli tra il Russo, promotore, e gli stremi
collaboratori e spacciatori al minuto nonché la diversa tipologia di sostanza
ceduta sarebbero tutti elementi che non consentono di riconoscere una minore
offensività delle condotte tale da inquadrarla nell’ipotesi del co. 5); in particolare
la motivazione sarebbe illogica non essendo contestato all’indagato il delitto di
cui all’art. 74 TU Stup. e, in ogni caso, perché non potrebbe escludersi l’ipotesi
della lieve entità in ragione dei precedenti penali specifici o della reiterazione nel
tempo di plurime condotte di cessione di droga; il ragionamento giuridico
dell’ordinanza impugnata, dunque, contrasterebbe con i principi di diritto più

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relazione a numerose imputazioni meglio descritte nell’ordinanza genetica e

volti affermati sul punto dalla giurisprudenza di questa Corte, di cui il ricorrente
richiama alcune massime.

2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’art. 606, lett. b) ed e), cod.
proc. pen., in relazione agli artt. 311 c.p.p., 275, co. 3, 274, 282, 283 e 284
c.p.p., e correlati vizi di motivazione contraddittoria e manifestamente illogica in
ordine alla ritenuta inadeguatezza di misure cautelari meno afflittive.

ricorrente, la motivazione dell’ordinanza impugnata sarebbe censurabile in punto
di esigenze cautelari per le seguenti ragioni: a) mancanza dell’attualità
dell’esigenza cautelare di cui all’art. 274, lett. c), cod. proc. pen., non desumibile
oggi esclusivamente dalla gravità del titolo del reato per cui si procede; b)
illogicità della motivazione in ordine alla proporzionalità ed adeguatezza della
misura detentiva carceraria, non rientrando il delitto per cui si procede tra quelli
per cui ricorre la presunzione relativa di adeguatezza della misura; c) inidoneità
a giustificare il mantenimento della misura cautelare il riferimento alla ritenuta
gravità dei fatti contestati, come chiarito dalla Corte cost.; d) illogicità e
contraddittorietà della motivazione in ordine alla valutazione della personalità
dell’indagato (non rileverebbe, in particolare, il richiamo all’ordinanza 4/04/2014
applicativa di misura analoga per fatto della stessa specie, atteso che detta
misura risulta essere stata radamente attenuata e da ultimo revocata in data
4/05/2015 dall’A.G. competente); e) illogicità della motivazione quanto alla
ritenuta gravità dei precedenti penali dell’indagato ai fini della valutazione circa
la sussistenza dell’esigenza cautelare di cui alla lett. c) dell’art. 274 c.p.p. (non
si sarebbe tenuto conto del fatto che si tratta di precedenti per fatti risalenti nel
tempo, ossia a fatti commessi tra il 2003 ed il 2008, pe ri quali è stata inflitta
una pena vicina ai minimi edittali, donde il tribunale non avrebbe potuto
utilizzare detti precedenti per ritenere l’attualità del pericolo di recidiva); f)
illogicità dell’ordinanza quanto alla valutazione di inadeguatezza della misura
degli arresti domiciliari a salvaguardare la predetta esigenza cautelare).

CONSIDERATO IN DIRITTO
3. Il ricorso è manifestamente infondato.

4. Deve premettersi che le valutazioni compiute dal giudice ai fini dell’adozione
di una misura cautelare personale devono essere fondate, secondo le linee
direttive della Costituzione, con il massimo di prudenza su un incisivo giudizio
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In sintesi, la censura investe l’impugnata ordinanza, in quanto, sostiene il

prognostico di “elevata probabilità di colpevolezza”, tanto lontano da una
sommaria delibazione e tanto prossimo a un giudizio di colpevolezza, sia pure
presuntivo, poiché di tipo “statico” e condotto, allo stato degli atti, sui soli
elementi già acquisiti dal pubblico ministero, e non su prove, ma su indizi (Corte
Cost., sent. n. 121 del 2009, ord. n. 314 del 1996, sent. n. 131 del 1996, sent.
n. 71 del 1996, sent. n. 432 del 1995).

elementi a carico dell’accusato, che devono tradursi in un giudizio probabilistico
di segno positivo in ordine alla sua colpevolezza, mira, infatti, a offrire maggiori
garanzie per la libertà personale e a sottolineare l’eccezionalità delle misure
restrittive della stessa.
Il contenuto del giudizio da farsi da parte del giudice della cautela è evidenziato
anche dagli adempimenti previsti per l’adozione dell’ordinanza cautelare.
L’art. 292 c.p.p., come modificato dalla L. n. 332 del 1995, prevedendo per detta
ordinanza uno schema di motivazione vicino a quello prescritto per la sentenza di
merito dall’art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e), impone, invero, al giudice della
cautela sia di esporre gli indizi che giustificano in concreto la misura disposta, di
indicare gli elementi di fatto da cui sono desunti e di giustificare l’esito positivo
della valutazione compiuta sugli stessi elementi a carico, sia di esporre le ragioni
per le quali ritiene non rilevanti i dati conoscitivi forniti dalla difesa, e comunque
a favore dell’accusato (comma 2, lett. c) e c bis).

5. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di misure
cautelari personali, per “gravi indizi di colpevolezza” devono intendersi tutti
quegli elementi a carico, di natura logica o rappresentativa, che – contenendo in
nuce tutti o soltanto alcuni degli elementi strutturali della corrispondente prova non valgono di per sé a dimostrare, oltre ogni dubbio, la responsabilità
dell’indagato e tuttavia consentono, per la loro consistenza, di prevedere che,
attraverso la futura acquisizione di ulteriori elementi, saranno idonei a
dimostrare tale responsabilità, fondando nel frattempo una qualificata probabilità
di colpevolezza (Sez. U, n. 11 del 21/04/1995, dep. 01/08/1995, Costantino e
altro, Rv. 202002, e, tra le successive conformi, Sez. 2, n. 3777 del 10/09/1995,
dep. 22/11/1995, Tomasello, Rv. 203118; Sez. 6, n. 863 del 10/03/1999, dep.
15/04/1999, Capriati e altro, Rv. 212998; Sez. 6, n. 2641 del 07/06/2000, dep.
03/07/2000, Dascola, Rv. 217541; Sez. 2, n. 5043 del 15/01/2004, dep.
09/02/2004, Acanfora, Rv. 227511).
A norma dell’art. 273 c.p.p., comma 1 bis, nella valutazione dei gravi indizi di
colpevolezza per l’adozione di una misura cautelare personale si applicano, tra le
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La specifica valutazione prevista in merito all’elevata valenza indiziante degli

altre, le disposizioni contenute nell’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, (Sez. F, n.
31992 del 28/08/2002, dep. 26/09/2002, Desogus, Rv. 222377; Sez. 1, n.
29403 del 24/04/2003, dep. 11/07/2003, Esposito, Rv. 226191; Sez. 6, n.
36767 del 04/06/2003, dep. 25/09/2003, Grasso Rv. 226799; Sez. 6, n. 45441
del 07/10/2004, dep. 24/11/2004, Fanara, Rv. 230755; Sez. 1, n. 19867 del
04/05/2005, dep. 25/05/2005, Cricchio, Rv. 232601). Si è, al riguardo,

colpevolezza attiene al quantum di “prova” idoneo a integrare la condizione
minima per l’esercizio, sulla base di un giudizio prognostico di responsabilità, del
potere cautelare, e si riferisce al grado di conferma, allo stato degli atti,
dell’ipotesi accusatoria, è problema diverso quello delle regole da seguire, in
sede di apprezzamento della gravità indiziaria ex art. 273 c.p.p., per la
valutazione dei dati conoscitivi e, in particolare, della chiamata di correo (Sez. U,
n. 36267 del 30/05/2006, dep. 31/10/2006, P.G. in proc. Spennato, Rv.
234598).
Relativamente alle regole da seguire, questo Collegio ritiene che, alla stregua del
condivisibile orientamento espresso da questa Corte, dell’art. 273 c.p.p., comma
1 bis, nel delineare i confini del libero convincimento del giudice cautelare con il
richiamo alle regole di valutazione di cui all’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, pone un
espresso limite legale alla valutazione dei “gravi indizi”.

6. Si è, inoltre, osservato che, in tema di misure cautelari personali, quando sia
denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del provvedimento
emesso dal Tribunale del riesame riguardo alla consistenza dei gravi indizi di
colpevolezza, il controllo di legittimità è limitato, in relazione alla peculiare
natura del giudizio e ai limiti che ad esso ineriscono, all’esame del contenuto
dell’atto impugnato e alla verifica dell’adeguatezza e della congruenza del
tessuto argomentativo riguardante la valutazione degli elementi indizianti
rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano
l’apprezzamento delle risultanze probatorie (tra le altre, Sez. 4, n. 2050 del
17/08/1996, dep. 24/10/1996, Marseglia, Rv. 206104; Sez. 6, n. 3529 del
12/11/1998, dep. 01/02/1999, Sabatini G., Rv. 212565; Sez. U, n. 11 del
22/03/2000, dep. 02/05/2000, Audìno, Rv. 215828; Sez. 2, n. 9532 del
22/01/2002, dep. 08/03/2002, Borragine e altri, Rv. 221001; Sez. 4, n. 22500
del 03/05/2007, dep. 08/06/2007, Terranova, Rv. 237012), senza che possa
integrare vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa e, per il
ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze delle indagini (tra le altre,
Sez. U, n. 19 del 25/10/1994, dep. 12/12/1994, De Lorenzo, Rv. 199391; Sez.
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affermato che, se la qualifica di gravità che deve caratterizzare gli indizi di

1, n. 1496 del 11/03/1998, dep. 04/07/1998, Marrazzo, Rv. 211027; Sez. 1, n.
6972 del 07/12/1999, dep. 08/02/2000, Alberti, Rv. 215331).

7. Il detto limite del sindacato di legittimità in ordine alla gravità degli indizi
riguarda anche il quadro delle esigenze cautelari, essendo compito primario ed
esclusivo del giudice della cautela valutare “in concreto” la sussistenza delle
stesse e rendere un’adeguata e logica motivazione (Sez. 1, n. 1083 del

Peraltro, secondo l’orientamento di questa Corte, che il Collegio condivide, in
tema di misure cautelari, “l’ordinanza del tribunale del riesame che conferma il
provvedimento impositivo recepisce, in tutto o in parte, il contenuto di tale
provvedimento, di tal che l’ordinanza cautelare e il provvedimento confermativo
di essa si integrano reciprocamente, con la conseguenza che eventuali carenze
motivazionali di un provvedimento possono essere sanate con le argomentazioni
addotte a sostegno dell’altro” (Sez. 2, n. 774 del 28/11/2007, dep. 09/01/2008,
Beato, Rv. 238903; Sez. 6, n. 3678 del 17/11/1998, dep. 15/12/1998,
Panebianco R., Rv. 212685).

8. Premesso quanto sopra – e osservato che il perimetro del sindacato di questa
Corte è delimitato dall’impugnazione rivolta specificamente in ordine alla ritenuta
sussistenza delle esigenze cautelari di cui all’art. 274, cod. proc. pen. nonché alla
non corretta valutazione della proporzionalità, adeguatezza ed attualità della
misura rispetto all’esigenza cautelare da salvaguardare, e sebbene
genericamente, anche con riferimento ai gravi indizi di colpevolezza per i reati
contesati – ritiene il Collegio che il motivo sia manifestamente infondato.

9. Quanto al primo motivo, con cui si censura l’ordinanza per presunti vizi di
violazione di legge e motivazionali in ordine alla ritenuta non sussumibilità dei
fatti nella fattispecie autonoma di cui all’art. 73, comma quinto, T.U. Stup., è
sufficiente, al fine di evidenziarne la manifesta infondatezza, richiamare quanto
argomentato nell’impugnata ordinanza, nella quale (v. pag. 5), in applicazione
della giurisprudenza di questa Corte, si chiarisce che nel caso in esame, le
circostanze e modalità concrete del fatto, costituite della presenza di
un’organizzazione sia pure rudimentale che farebbe capo all’indagato che
dirigeva l’attività di spaccio, all’interno del rione ERP di Aversa, gestione IACP,
conosciuta dai numerosi acquirenti e quindi punto di riferimento per i predetti, la
chiara ripartizione dei ruoli tra il Russo, promotore, e gli stremi collaboratori e
spacciatori al minuto nonché la diversa tipologia di sostanza ceduta sarebbero
6

20/02/1998, dep. 14/03/1998, Martorana, Rv. 210019).

tutti elementi che non consentono di riconoscere una minore offensività delle
condotte tale da inquadrarla nell’ipotesi del co. 5.
A fronte di tale, pur sintetico, apparato argomentativo, il rincorrente svolge
censure del tutto prive di pregio, posto che: a) anzitutto, non rileva la
circostanza che il PM non abbia contestato il delitto associativo di cui all’art. 74,
TU Stup. (la questione, infatti, tutt’al più potrebbe rilevare solo ove
successivamente fosse emessa nuova ordinanza custodiale per tale delitto,

contestazione a catena), avendo descritto fattualmente l’ordinanza quanto
emergente dagli atti e i ruoli assunti all’interno della compagine (che
evidentemente rileva allo stato non in termini associativi ma solo concorsuali ex
art. 110 c.p., come si desume dalle singole imputazioni cautelari) dai singoli, in
particolare sottolineando il ruolo apicale svolto dall’indagato; b) in secondo
luogo, se è ben vero che il fatto di lieve entità non può essere escluso
unicamente in ragione dei precedenti penali specifici o dalla reiterazione nel
tempo di più condotte della stessa specie, è altrettanto vero però che i giudici del
riesame valorizzano, oltre alle modalità e circostanze concrete del fatto, anche la
struttura dell’organizzazione dedita allo spaccio e la diversità della tipologia di
sostanza ceduta, cocaina e crack, così, quindi, dimostrando di fare corretta
applicazione del principio, anche di recente affermato da questa Corte, secondo
cui in tema di sostanze stupefacenti, ai fini della concedibilità o del diniego della
circostanza attenuante del fatto di lieve entità, il giudice è tenuto a valutare tutti
gli elementi indicati dalla norma, sia quelli concernenti l’azione (mezzi, modalità
e circostanze della stessa), sia quelli che attengono all’oggetto materiale del
reato (quantità e qualità delle sostanze stupefacenti oggetto della condotta
criminosa), dovendo, conseguentemente, escludere la concedibilità
dell’attenuante quando anche uno solo di questi elementi porti ad escludere che
la lesione del bene giuridico protetto sia di “lieve entità” (Sez. 3, n. 32695 del
27/03/2015 – dep. 27/07/2015, Genco e altri, Rv. 264491, relativa proprio a
fattispecie in cui questa Sezione ha ritenuto ostativo al riconoscimento
dell’attenuante la diversità qualitativa delle sostanze detenute per la vendita,
indicativa dell’attitudine della condotta a rivolgersi ad un cospicuo e variegato
numero di consumatori); c) quanto, infine, alla circostanza, dedotta in ricorso,
secondo cui l’attività di osservazione della PG e l’ascolto delle conversazioni
telefoniche avrebbe evidenziato la cessione di modestissimi quantitativi di
sostanza stupefacente, si tratta di chiara censura di merito che implicherebbe da
parte di questa Corte lo svolgimento di apprezzamenti in atti, incompatibili con la
giurisdizione di legittimità.
7

ponendosi quindi il problema della valutazione della legittimità di un’eventuale

10. Quanto, poi, al secondo motivo, in cui si svolgono censure che attingono
l’ordinanza impugnata in punto di esigenze cautelari anche quanto
all’inadeguatezza di misure meno afflittive e, segnatamente, di quella degli
arresti domiciliari, si rileva quanto segue.
L’ordinanza impugnata, nel condividere quanto argomentato sul punto dal GIP,
afferma che in ragione della gravità dei fatti contestati, della loro reiterazione e
della loro evidente abitualità, oltre che della negativa personalità del ricorrente,

anche specifici di cui questi risulta gravato, l’unica misura in atto applicato
sarebbe idonea a salvaguardare il pericolo di recidiva, essendo concreto ed
attuale detto pericolo in considerazione dell’evidente collegamento dell’uomo con
gli ambienti criminali operanti nel settore del traffico di stupefacenti; quanto alla
proporzionalità ed adeguatezza della misura, il tribunale del riesame, esclude
l’idoneità a salvaguardare la predetta esigenza con gli arresti domiciliari, anche
se applicati ex art. 275 bis, c.p.p., non solo in considerazione della personalità
particolarmente pericolosa dell’indagato, ma anche in considerazione
dell’inidoneità del domicilio indicato dalla difesa coincidente con l’abitazione del
Rsso, sita nel rione ERP diklersa, teatro dei fatti delittuosi contestati.
Ancora una volta, a fronte di tale sintetico ma adeguato apparato argomentativo,
il ricorrente svolge censura del tutto prive di pregio. Ed invero: a) quanto
all’attualità dell’esigenza è evidente dalla lettura della predetta motivazione, che
i giudici non l’hanno desunta esclusivamente dalla gravità del titolo di reato per
cui si procede; b) quanto alla proporzionalità ed adeguatezza, non rileva la
circostanza che i reati non siano tra quelli per cui vige ancora, pur a seguito degli
interventi demolitori della Corte costituzionale, la presunzione relativa di
adeguatezza della misura, atteso che i titoli di reato per cui si procede
comportano solo l’obbligo da parte del giudice di una motivazione rafforzata in
ordine a quanto disposto dai commi 2 e 3 dell’art. 275, c.p.p., motivazione nella
specie puntualmente fornita dal tribunale della libertà; c) del tutto logica appare
la valutazione negativa della personalità dell’indagato riferita anche ai precedenti
penali specifici, non rilevando del resto la circostanza che l’ultima misura, quella
applicata il 4/04/2014, sia stata medio tempore revocata, posto che l’indagine
che il giudice deve compiere al fine dell’emissione, della revoca o della
modificazione delle misure cautelari personali, deve riguardare le modalità e le
circostanze del fatto, enucleando dalla condotta complessiva dell’imputato gli
elementi concreti di valutazione da porre a fondamento del provvedimento, e
tenendo conto della di lui personalità, desunta in particolare dai precedenti
penali e giudiziari, i quali denotano particolare proclività al delitto e giustificano
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desumibile dalla spregiudicatezza delle condotte tenute e dai gravi precedenti

una prognosi negativa circa l’astensione dal delinquere se non contenuto con
misure custodiali nel rispetto dei principi di proporzionalità ed adeguatezza; d)
quanto, infine, al

deficit motivazionale dell’impugnata ordinanza in merito

all’inadeguatezza degli arresti domiciliari, come visto, l’ordinanza si sofferma non
solo ad escludere la semplice inidoneità astratta della misura invocata, anche ex
art. 275-bis c.p.p. (così rispettando anche il disposto del nuovo art. 275, comma
3-bis, c.p.p.), ma anche a evidenziarne l’inidoneità in concreto in quanto il luogo

esplicitate rispetto all’esigenza da salvaguardare del pericolo di recidiva, così
dimostrando il giudice del riesame di aver valutato in concreto la idoneità del
contesto abitativo ad assicurare le esigenze cautelari, tenuto conto della sua
collocazione ambientale rispetto ai fatti contestati, collocazione che avrebbe
posto in pericolo l’esigenza che la misura tendeva a salvaguardare.

11. Il ricorso dev’essere, conclusivamente, dichiarato inammissibile.
All’inammissibilità del ricorso segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento nonché ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità al pagamento a favore della Cassa delle Ammende di una somma che, alla luce
del dictum della Corte costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000, si stima
equo determinare in Euro 1.000,00 (mille/00).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa
delle Ammende.
La Corte dispone inoltre che copia del presente provvedimento sia trasmessa al
Direttore dell’Istituto Penitenziario competente a norma dell’art. 94, comma
1 ter, disp. att. c.p.p.
Così deciso in Roma, nella sede della S.C. di Cassazione, il 25 novembre 2015

proposto era da considerarsi assolutamente inidoneo per le ragioni dianzi

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