Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 48346 del 19/10/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 48346 Anno 2015
Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: AMATORE ROBERTO

SENTENZA
sul ricorso proposto da :
Manuela Bianchi, nata a Genova, il 13.5.1962 ;
avverso la sentenza del 19.06.2014 della Corte di Appello di
Genova ;
e dalla parte civile, ai sensi dell’art. 576 cpp, avverso la
medesima sentenza ora ricordata ;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso ;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Roberto Amatore ;
udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore
generale Dott. Enrico Delehaye che ha concluso per l’annullamento
con rinvio agli effetti civili relativamente alla assoluzione
dell’imputata da uno dei reati di violenza privata ; rigetto del
ricorso dell’imputato ;
udito per la parte civile l’Avv. Mappelli Gianrico Maria che
insiste per l’accoglimento del ricorso e il rigetto del ricorso di
Bianchi Manuela ;
udito per l’imputato l’Avv. Bonanni, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento dei motivi di gravame e il rigetto del ricorso
della parte civile ;
RITENUTO IN FATTO
Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Genova aveva, in
parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale monocratico
di Chiavari, condannato la predetta imputata alla pena di giorni
1

Data Udienza: 19/10/2015

15 di reclusione ( con pena sospesa ), oltre al pagamento di spese
processuali e al risarcimento del danno in favore della costituita
parte civile da liquidarsi in separato giudizio civile, in
relazione al reato di cui all’articolo 610 codice penale.

Il ricorso proposto nell’interesse della imputata deduce, come
primo motivo di ricorso, la erronea applicazione della legge
penale, ai sensi dell’articolo 606, comma primo, lettera b, in
relazione agli articoli 51 e 59, comma quarto, codice penale.
Rileva la parte ricorrente che la corte distrettuale, dopo aver
correttamente escluso la sussistenza del reato di violenza privata
in relazione alla contestata condotta di ostruzione del passaggio
alla persona offesa tramite parcheggio della propria autovettura,
non ha tuttavia riconosciuto la sussistenza dell’esimente, anche
nella forma putativa, dell’esercizio del diritto in relazione a
quanto previsto dall’articolo 383 del codice di rito in ordine
alla possibilità dell’arresto eseguito dal privato, e ciò in
relazione alla seconda parte della condotta contestata nel capo di
imputazione che descriveva l’imputata come colei che, per non far
allontanare il Mappelli, gli aveva sottratto le chiavi del
motociclo in attesa dell’arrivo della polizia che ella stessa
aveva allertato. Deduce la parte ricorrente che aveva subito dalla
presunta parte offesa un’aggressione fisica e dunque la condotta
impeditiva descritta nel capo d’imputazione era semplicemente
diretta ad evitare che il Mapelli si allontanasse prima
dell’arrivo della polizia.
Con il secondo motivo di ricorso l’imputata si duole della
manifesta contraddittorietà della motivazione della sentenza
impugnata, ai sensi dell’articolo 606, primo comma, lettera e,
cpp, nella parte in cui aveva qualificato le condotte contestate
come violenza privata, anziché come esercizio arbitrario delle
proprie ragioni.
Insorge avverso la impugnata sentenza anche la costituita parte
civile, per mezzo del suo difensore, deducendo, agli effetti
civili conseguenti alla condanna penale, violazione di legge della
Corte distrettuale in relazione al mancato riconoscimento del
delitto di violenza privata in ordine alla prima porzione di
condotta contestata l’imputata, e cioè a quella che vedeva
quest’ultima protagonista del parcheggio della propria autovettura
innanzi all’accesso del locale ove era contenuta l’autovettura
della parte offesa dal reato. Rileva la parte civile che, per
costante affermazione della Corte di legittimità, la condotta di
violenza prevista dall’articolo 610 del codice penale è
rintracciabile anche nelle ipotesi di cosiddetta violenza
impropria, considerato che ai fini della configurabilità del
delitto in esame il requisito della violenza si debba identificare
in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della
libertà di determinazione e di azione.
2

Avverso la predetta sentenza ricorre l’imputata, per mezzo il suo
difensore, affidandola impugnativa a due motivi di doglianza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Lamenta la parte ricorrente la mancata applicazione della esimente
putativa dell’esercizio del diritto, in relazione alla potestas
coercitiva di cui all’articolo 383 del codice di rito, giacché,
secondo la ricostruzione della parte ricorrente, la sottrazione
delle chiavi del motociclo alla persona offesa era diretta ad
evitare che quest’ultima si allontanasse dei luoghi teatro dei
fatti descritti nel capo d’imputazione prima dell’arrivo della
polizia.
Sul punto, occorre precisare che, per un verso, non ricorre una
ipotesi di arresto del privato ai sensi del sopra richiamato
articolo 383 c.p.p., perché, come già correttamente rilevato dalla
Corte distrettuale, non si è in presenza di condotte che
consentono, anche astrattamente, l’arresto in flagranza ai sensi
dell’articolo 380 del codice di rito e che, per altro verso, non è
possibile applicare la invocata scriminante neanche nella sua
forma putativa, atteso che può rilevare, a tal fine, solo l’errore
su norma extra penale, e non già quello, come nel caso di specie,
che verta sull’interpretazione delle facoltà di arresto
esercitabile dal privato. Ed invero, in tal caso si tratta di un
mero errore di diritto, che non vale ad escludere la punibilità
perché concettualmente non può sotto alcun profilo essere
configurato come errore di fatto ( Cass., Sez. l, n. 276 del
11/10/1972 – dep. 22/01/1973, ALBERGANTI ).
Ma anche il secondo motivo di ricorso sollevato dall’imputata
risulta infondato.
Sul punto giova ricordare che il reato di esercizio arbitrario
delle proprie ragioni si differenzia da quello di violenza privata
– che ugualmente contiene l’elemento della violenza o della
minaccia alla persona – non nella materialità del fatto che può
essere identica in entrambe le fattispecie, bensì nell’elemento
intenzionale, in quanto nel reato di cui all’art. 392 cod. pen.
l’agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con
la coscienza che l’oggetto della pretesa gli competa
giuridicamente, pur non richiedendosi che si tratti di pretesa
fondata ( Cass., Sez. 5, n. 23923 del 16/05/2014 – dep.
06/06/2014, Dematte’). Ne discende che la condotta descritta nel
capo d’imputazione non è in alcun modo diretta, in relazione alla
sottrazione delle chiavi, ad esercitare un presunto diritto sulle
stesse, quanto piuttosto a coartare la volontà della persona
offesa in modo che quest’ultima non si allontanasse.
Risulta invece fondato il motivo di ricorso, avanzata ai sensi
dell’articolo 576 c.p.p. dalla persona offesa, in ordine alla
dedotta violazione di legge per la mancata qualificazione del
reato di violenza privata anche in relazione alla condotta tenuta
3

Il ricorso presentato, per mezzo del suo difensore, dall’imputata
è infondato.

Sul punto, occorre ricordare la giurisprudenza di questa Corte di
legittimità laddove ha più volte affermato che l’elemento della
violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si
identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente
l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo
consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua
attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni
sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (
Cass., Sez. 5, n. 11907 del 22/01/2010, Cavaleri ). Ed invero, più
precisamente è stato anche affermato che integra il delitto di
violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria
autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il
passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa, considerato che, ai
fini della configurabilità del reato in questione, il requisito
della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare
coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione
( Cass., Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013 – dep. 21/02/2014, Iovino
)

.

Ne consegue che, come correttamente rilevato dalla parte civile in
sede di impugnativa, anche la condotta descritta nel capo di
imputazione in relazione al parcheggio dell’autovettura può
integrare il reato previsto e punito dall’articolo 610 codice
penale in ragione della circostanza che il requisito della
violenza si può identificare in qualsiasi mezzo idoneo a privare
coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di
azione.
In base al principio della soccombenza, l’imputata deve essere
condannato, in solido, alla rifusione delle spese sostenute nel
grado dalla parte civile, liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata agli effetti civili limitatamente
alla pronuncia di assoluzione dell’imputato con rinvio al giudice
civile competente per valore in grado di appello. Rigetta il
ricorso della Bianchi che condanna al pagamento delle spese
processuali, nonché al rimborso delle spese sostenute nel grado
dalla parte civile che liquida in euro 1500, oltre accessori di
legge.
Così deciso in Roma, il 19.10.2015

dall’imputata attraverso il parcheggio della propria autovettura
in modo da impedire il passaggio dell’autovettura della persona
offesa.

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