Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 48324 del 24/11/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 48324 Anno 2015
Presidente: GENTILE MARIO
Relatore: AGOSTINACCHIO LUIGI

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
• SILVESTRI Vincenzo, nato a Napoli il 06/08/1977;
avverso la ordinanza in data 10/08/2015 del Tribunale di Roma in funzione di
giudice del riesame,
visti gli atti, l’ordinanza e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dr. Luigi Agostinacchio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.
Antonio Giaranella, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;
sentito il difensore dell’imputato, avv. Claudio Sforza del foro di Roma;
RITENUTO IN FATTO
1. Con ordinanza in data 10/08/2015, a seguito di giudizio di riesame, il
Tribunale di Roma ha confermato l’ordinanza del Giudice per le indagini
preliminari presso il Tribunale di Roma emessa in data 01/07/2015 con la quale
era stata applicata a Silvestri Vincenzo la misura cautelare personale della
custodia in carcere in relazione ai reati di associazione a delinquere, con ruolo di
promotore e organizzatore, nonché di vari reati fine (truffe in concorso,
sostituzione di persona, falsità materiale, riciclaggio); struttura associativa
stabile che – secondo l’impostazione accusatoria – sulla scorta di un programma

Data Udienza: 24/11/2015

indeterminato, attuato nell’area romana in un apprezzabile lasso di tempo (dal
2013 al mese di agosto 2014) aveva attuato una vera e propria strategia
delinquenziale e, attraverso una pianificata ripartizione dei ruoli, delineati in
maniera tale da essere ricoperti all’occorrenza da ciascun solidale, aveva
consumato numerose truffe in danno delle Poste Italiane e degli ignari clienti,
realizzando un ingente profitto illecito, stimato in un milione di euro. In sintesi,
attraverso l’opera di alcuni funzionari postali infedeli, veniva individuato il conto
postale da colpire, dal quale si prelevava illecitamente il denaro depositato

vero cliente – che incassava assegni clonati o li sostituiva con assegni circolari
oppure ordinava operazioni di trasferimento con bonifici.
Il quadro indiziario a carico del ricorrente è stato delineato sulla scorta della
collaborazione di un impiegato infedele di Poste Italiane, delle intercettazioni
telefoniche, dell’esame dei tabulati telefonici, degli esiti dei servizi di
appostamento e di pedinamento effettuati dalla polizia giudiziaria, delle
perquisizioni e sequestri, del tracciamento delle movimentazioni finanziarie, dei
controlli anti frode dell’ente Poste.
In particolare, era risultato che gli associati agivano sotto la supervisione di
Cesarini Andrea e di Silvestri Vincenzo, il quale aveva realizzato stabili accordi
criminali con persone a lui direttamente riconducibili nell’area campana oltre che
nel modenese e nel milanese, al fine di riciclare i proventi delle operazioni
illecite.
Il Tribunale ha condiviso il ragionamento del primo giudice, richiamando
integralmente la motivazione sulla sussistenza della gravità indiziaria e
ravvisando il concreto ed attuale pericolo di reiterazione di analoghe condotte
delittuose, sulla base della stabilità del vincolo associativo e dei precedenti penali
specifici dell’indagato.

2. Ricorre per Cassazione il difensore di Silvestri Vincenzo chiedendo
l’annullamento dell’ordinanza impugnata:
a) per violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt.
309 e 273 cod. proc. pen. nonché 416, comma 1 cod. pen. articolando a tal fine
motivi tesi a censurare il ragionamento del giudice di merito sul quadro
indiziario;
b) per violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt.
309, 292, 274, 275 cod. proc. pen. così come modificati dalla legge 16.04.2015

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mediante la complicità di un solidale – munito di falsi documenti e sostituitosi al

n.47 articolando a tal fine motivi tesi a censurare il ragionamento del giudice di
merito sulle esigenze cautelari in relazione al concreto ed attuale pericolo di
recidiva.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è inammissibile.

2. Deve innanzitutto premettersi che le Sezioni Unite di questa Corte Suprema

allorché sia denunciato, con ricorso per cassazione, vizio di motivazione del
provvedimento emesso dal tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei
gravi indizi di colpevolezza, alla Corte Suprema spetta il compito di verificare, in
relazione alla peculiare natura del giudizio di legittimità ed ai limiti che ad esso
ineriscono, se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni
che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico
dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la
valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di
diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie” (Cass. Sez. U,
sent. n. 11 del 22/03/2000, dep. 02/05/2000, Rv. 215828).
Tale orientamento, dal quale l’odierno Collegio non intende discostarsi, ha
trovato conforto anche in pronunce più recenti di questa Corte Suprema (cfr. ex
multis: Cass. Sez. 4, sent. n. 26992 del 29/05/2013, dep. 20/06/2013, Rv.
255460).
Ne consegue – ed il discorso vale anche per le esigenze cautelari di cui si dirà più
avanti – che “l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza ex art. 273 cod. proc.
pen. e delle esigenze cautelari di cui all’art. 274 stesso codice è rilevabile in
cassazione soltanto se si traduce nella violazione di specifiche norme di legge od
in mancanza o manifesta illogicità della motivazione, risultante dal testo del
provvedimento impugnato (in motivazione, la S.C. ha chiarito che il controllo di
legittimità non concerne né la ricostruzione dei fatti, né l’apprezzamento del
giudice di merito circa l’attendibilità delle fonti e la rilevanza e concludenza dei
dati probatori, onde sono inammissibili quelle censure che, pur investendo
formalmente la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa
valutazione di circostanze già esaminate dal giudice di merito – Cass. Sez. F,
sent. n. 47748 del 11/08/2014, dep. 19/11/2014, Rv. 261400; Sez. 3, sent. n.
40873 del 21/10/2010, dep. 18/11/2010, Rv. 248698).

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A

hanno già avuto modo di chiarire che “in tema di misure cautelari personali,

3. Ciò premesso, deve rilevarsi che l’ordinanza impugnata presenta una
motivazione congrua, non manifestamente illogica e tantomeno contraddittoria.
In essa risultano, infatti, ricostruite le emergenze investigative e tutti gli ulteriori
elementi che portano a ritenere che i fatti descritti nell’imputazione preliminare
si sono verificati e che essi sono riconducibili all’indagato (oltre che ai complici).
Per contro la difesa del ricorrente, per un g verso ha riproposto argomentazioni
già confutate dal giudice del merito e per altro ha svolto censure in fatto tese a

I rilievi a riguardo (pagine da 2 a 4 del ricorso) attengono alle intercettazioni
(nessuna delle quali avrebbe contenuto tale da attribuire al Silvestri il ruolo di
promotore ed organizzatore del sodalizio) ed alle dichiarazioni accusatorie rese
dai coindagati (ritenute condizionate dal riconoscimento di vantaggi e prive di
riscontri individualizzanti).
Il Tribunale ha adeguatamente confutato le ragioni della difesa circa l’assenza di
intercettazioni rilevanti a carico dell’imputato (pagg. 12/13 dell’ordinanza
impugnata, con riferimento all’intercettazione del 15.04.2014 quale elemento di
riscontro del reato associativo e del ruolo del Silvestri); inoltre ha analizzato con
rigore di analisi le dichiarazioni accusatorie dei coindagati Anelli Pierluigi, Celep
Abdullah e Silvestri Antonio. Ha valorizzato infine altri dati dell’indagine (le
dichiarazioni non credibili del Silvestri rese in sede di interrogatorio di garanzia,
le intercettazioni da cui emerge il rapporto di reciproca equiordinazione con
Cesarini Andrea, il coinvolgimento di familiari per assicurare stabilità al vincolo
associativo), pretermessi nella contestazione del provvedimento restrittivo.
Anche le esigenze cautelari sono state delineate con argomentazioni immuni da
vizi logici (pag. 14 dell’ordinanza) rispetto alle quali il motivo di ricorso
costituisce riproposizione della tesi difensiva disattesa dal giudice di merito, il
quale ha valorizzato non solo la condotta del Silvestri (a prescindere dalla gravità
del titolo di reato) – la stabilità del vincolo associativo, radicato sul territorio, con
collegamenti con altre realtà criminali – ma anche un precedente specifico per
possesso e fabbricazione di documenti d’identificazione falsificati nonché per
falsa attestazione a un pubblico ufficiale, sintomatico della pericolosità
dell’indagato nell’attività di produzione e procacciamento di falsi documenti
d’identità, strumento che caratterizza tutte le truffe accertate.
Il ricorrente richiama sul punto principi di diritto, noti alla Corte, circa l’attualità
delle esigenze cautelari, ben evidenziate invece dal giudice dell’indagine

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sminuire le quantità degli indizi, pur senza negarne la consistenza e gravità.

preliminare nell’ordinanza richiamata in sede di riesame, con riferimento alla
persistente capacità di porre in essere reati contro il patrimonio con modalità ben
definite, avvalendosi di una estesa rete di complicità.
4. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato
inammissibile.
Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle

1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.
Poiché dalla presente decisione non consegue la rinnessione in libertà del
ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’articolo 94, comma 1 ter, delle
disposizioni di attuazione del codice di procedura penale – che copia della stessa
sia trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario in cui l’indagato trovasi
ristretto perché provveda a quanto stabilito dal comma 1 bis del citato articolo
94.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di C 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Si provveda a norma dell’art. 94, comma 1 ter disp.att. cod. proc.pen.

Così deciso in Roma il giorno 24 novembre 2015.

Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma ritenuta equa di C

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