Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 48236 del 11/11/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 48236 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: AMORESANO SILVIO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
Smirne Carolina, nata a Poggiomarino il 08/01/1969
avverso l’ordinanza del 09/03/2015
del Tribunale dì Torre Annunziata
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Silvio Amoresano;
letta la requisitoria del P. M., in persona del Sost. Proc.Gen.
Gabriele Mazzotta, che ha concluso, chiedendo il rigetto del
ricorso.

1

Data Udienza: 11/11/2015

1.Con ordinanza in data 09/03/2015 il G.E. del Tribunale di Torre Annunziata rigettava
l’istanza, proposta nell’interesse di Smirne Carolina, con la quale si chiedeva la
revoca/sospensione dell’ingiunzione a demolire, emessa dalla Procura della Repubblica di
Torre Annunziata in esecuzione della sentenza del 14/05/2008 dalla Corte di Appello di Napoli,
irrevocabile il 14/05/2008.
Dopo aver richiamato la consolidata giurisprudenza di legittimità in ordine ai presupposti
necessari per disporre la sospensione dell’ordine di demolizione, riteneva il G.E. che dagli atti
non risultasse che il provvedimento di sanatoria richiesto potesse essere emanato a breve
termine. Emergeva, piuttosto, che la pratica d sarratorta, come i iferitu dal teulitu comunale,
non fosse andata buon fine (l’immobile non era stato infatti ultimato entro il 31/03/2003).
Non risultava poi dimostrato che dalla demolizione potessero derivare danni al nucleo
familiare della istante.
2.Ricorre per cassazione Smirne Carolina, a mezzo del difensore, denunciando l’inosservanza
o erronea applicazione della legge penale, la mancata assunzione di una prova decisiva,
l’illogicità della motivazione.
Per il manufatto, in ordine al quale era stato disposto l’ordine di demolizione, era stata
presentata istanza di condono, con pagamento dei relativi oneri.
Era necessario pertanto accertare presso il Comune di Striano l’esito di tale richiesta: si
sarebbe, così, verificato che non era stata assunta ancora alcuna determinazione.
Erroneamente, pertanto, il G.E. ha, senza procedere a tali accertamenti, rigettato, con
motivazione illogica e contraddittarVa, ristanza.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1.II ricorso è manifestamente infondato.
2.Non c’è dubbio che l’ordine di demolizione debba intendersi emesso allo stato degli atti,
tanto che anche il giudice dell’esecuzione deve verificare il permanere della incompatibilità dell’
ordine in questione con atti amministrativi.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in sede di esecuzione dell’ordine di demolizione
del manufatto abusivo, disposto con la sentenza di condanna ai sensi dell’art.7 L.n.47 del 1985
(ora art.31 DPR 380/2001), il giudice, al fine di pronunciarsi sulla sospensione della esecuzione
per avvenuta presentazione di domanda di condona edilizio-, deve accertare resistenza delle
seguenti condizioni: 1) la riferibilità della domanda di condono edilizio all’immobile di cui in
sentenza; 2) la proposizione dell’istanza da parte di soggetto legittimato; 3) la procedibilità e
proponibilità della domanda, con riferimento alla documentazione richiesta; 4) l’insussistenza
di cause di non condonabilità assoluta dell’opera. sy L’eventuale avvenuta. emissione di una
concessione in sanatoria tacita per congruità dell’oblazione ed assenza di cause ostative; 6) la
attuale pendenza dell’istanza di condono; 7) la non adozione di un provvedimento da parte
della P.A. contrastante con l’ordine di demolizione.
Occorre inoltre accertare che sussista la ragionevole previsione di un accoglimento in tempi
brevi della istanza di condono.
2.1. Il G.E., contrariamente a quanto assume la ricorrente, ha effettuato i necessari
accertamenti attraverso l’esame del Tecnico del Comune di Striano e, all’esito, ha verificato,
non solo che- la richiesta di sanatori-a non potesse essere accolta in tempi brevi, ma che- non
sussistessero proprio i presupposti per un esito favorevole (l’opera abusiva, infatti, non
risultava ultimata entro il termine del 31/03/2003 previsto dalla legge).
3. Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente al
pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità, al versamento a favore della cassa delle
ammende della somma che pare congruo determinare in euro 1.000,00 ai sensi dell’art.616
cod.proc.pen.

2

RITENUTO IN FATTO

P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché al versamento alla cassa delle ammende della somma di euro 1.000,00.
Così deciso in Roma il 11/11/2015
Il Presidente

Il Consigliere est.

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