Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 48214 del 23/09/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 48214 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: ROSI ELISABETTA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BARBETTA ERMINIO N. IL 26/09/1966
avverso la sentenza n. 3129/2012 CORTE APPELLO di L’AQUILA,
del 21/11/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/09/2015 la relazione fatta dal
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Consigliere Dott. ELISABETTA ROSI
Udito il Procuratore Generale in pers na del Dott. \ (0._Cit(2_
DiedLe i che ha concluso per i uuì – °

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to, per la parte civile, l’Avv

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Data Udienza: 23/09/2015

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 21 novembre 2013, la Corte di Appello di L’Aquila ha
confermato la sentenza emessa, all’esito del rito abbreviato, dal Tribunale di
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Pescara in data 6 ottobre 2011, che aveva dichiarato Barbetta ~o colpevole
del reato di cui all’art. 73, comma 1 del D.P.R. n. 309 del 1990, per aver
detenuto all’interno della propria abitazione, nascosti nell’armadio, sostanza
stupefacente del tipo hashish (gr.286,5 suddivisi in quattro involucri) e
marijuana (gr.2,7), unitamente ad un bilancino di precisione, al fine di cessione

condanna dello stesso inflitta dal primo giudice che, riconosciute le circostanze
attenuanti generiche, aveva comminato la pena di anni due e mesi otto di
reclusione ed euro 12 mila di multa.
2. Avverso la sentenza l’imputato ha presentato ricorso lamentando: 1) Mancata
assoluzione perché il fatto no% costituisce reato, per l’esegua quantità della
sostanza stupefacente rinvenuta, dovendosi considerare la destinazione ad uso
personale; 2) Mancato riconoscimento della circostanza attenuante di cui al
comma 5 dell’art. 73 d.p.r. n. 309 del 1990 e mancato accoglimento dell’istanza
di applicazione della pena, posto che nel caso di specie emergevano tutti gli
elementi per poter considerare il fatto ascritto al ricorrente quale fatto di lieve
entità. Di conseguenza la Corte di appello avrebbe dovuto ritenere fondata la
reiterata istanza di applicazione della pena di un anno e mesi dieci di reclusione
ed euro 2.400 di multa, così come determinata nell’istanza ex art. 444 c.p.p. in
data 1 febbraio 2010, istanza rigettata dal G.i.p., nonostante il consenso del Pm,
in data 16 giugno 2011; 3) Eccessiva quantificazione della pena e mancata
applicazione dei parametri di cui all’art. 133 c.p.
3. In data 4 settembre 2015, il difensore del ricorrente ha presentato motivo
aggiunto, richiamando il diverso quadro normativo riferibile alle droghe leggere,
a seguito della pronuncia della Corte costituzionale n. 32 del 2014, insistendo
per l’annullamento della sentenza per illegittimità della pena.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso è infondato, in quanto mira nella sostanza a
sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e
all’apprezzamento del materiale probatorio, prospettando una versione del fatto
diversa e alternativa a quella posta a base del provvedimento impugnato,
mentre tali valutazioni sono riservate all’ambito di giudizio di merito. Infatti,
secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006,
Bosco, Rv. 234148), il giudizio di legittimità – in sede di controllo sulla
motivazione – non può concretarsi nella rilettura degli elementi di fatto, posti a
fondamento della decisione o nell’autonoma adozione di nuovi e diversi

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a terzi, fatto accertato in Pescara Kil 24 febbraio 2010 ed ha confermato la

parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal
giudice di merito, perché ritenuti maggiormente plausibili, essendo preclusa una
rivalutazione delle risultanze processuali da parte dei giudici di legittimità che
vada a sovrapporsi a quella compiuta nei precedenti gradi di merito (cfr. Sez.6,
n. 25255 del 14/2/2012, Minervini, Rv. 253099).
2. Sono invece fondati il secondo motivo ed il motivo aggiunto (con conseguente
assorbimento del terzo motivo). La decisione impugnata ha insufficientemente
motivato in ordine alla impossibilità di valutare il fatto lieve avuto riguardo al

avanzate in tale sede dalla difesa e comunque, e tale rilevo risulta risolutivo, la
valutazione sulla dosimetria sanzionatoria non può prescindere dalla
considerazione del mutato quadro normativo, già in parte individuato nel motivo
aggiunto.
3. Infatti, come è noto, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 32 del 2014,
ha dichiarato incostituzionale l’art. 73 D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, come
introdotto dal D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito con modificazioni dalla
legge 21 febbraio 2006, n. 49, e a seguito della pronuncia si è pertanto avuta la
reviviscenza della disposizione nel testo anteriore alle modifiche, con
conseguente reintroduzione per le droghe cosiddette “leggere” di un trattamento
sanzionatorio più favorevole. A seguito di ciò la giurisprudenza di questa Corte
ha affermato il principio della rilevabilità di ufficio dell’illegalità della pena inflitta
qualora la stessa sia stata computata, anche solo quale riferimento per il calcolo
dell’aumento per la ritenuta continuazione, tenendo conto dei parametri edittali
previsti dalla disciplina incostituzionale.
4. Inoltre, va ricordata la formulazione normativa del comma 5 dell’art. 73
D.P.R. n. 309 del 1990, introdotta dall’art. 2 del D.L. n. 146 del 2013, conv. in
legge n. 10 del 2014, che lo ha ridisegnato quale fattispecie autonoma di reato e
non più mera circostanza attenuante, come affermato esplicitamente dalla
giurisprudenza di legittimità che ha ritenuto che la stessa conservi una propria
giustificazione sistematica anche nel mutato quadro di riferimento generale, che
opera una distinzione del trattamento sanzionatorio a seconda che la condotta
incriminata riguardi le “droghe pesanti” o le “droghe leggere” (in tal senso, Sez.
3, n. 11110 del 25/2/2014, Kiogwu, Rv. 258354; Sez.4, n.10514 del 28/2/2014,
Verderamo, Rv. 259360).
5. Nel caso di specie la determinazione della pena e la valutazione circa la
configurabilità del fatto lieve, fu operata dal giudice di primo grado, e confermato
dalla Corte aquilana, tenuto conto dei livelli sanzionatori previsti dalla
disposizione colpita dalla declaratoria di incostituzionalità

3

e dalla vecchia

dato quantitativo (gr. 286), senza fornire puntuale risposta alle doglianze

formulazione del comma 5 dell’art. 73 d.p.r. n. 309, per cui deve pervenirsi
all’annullamento della sentenza impugnata, limitatamente alla determinazione
della pena, stante la sopravvenuta illegalità della pena conseguente al mutato
quadro normativo di riferimento, con rinvio alla Corte di Appello di Perugia,
mentre nel resto il ricorso va rigettato.

PQM

rinvio alla Corte di Appello di Perugia, rigetta il ricorso nel resto.

Così deciso in Roma, il 23 settembre 2015

Il consigliere estensore

Il Presidente

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena con

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