Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 47696 del 19/05/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 47696 Anno 2015
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: CASA FILIPPO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
CARABETTA MICHELE N. IL 01/04/1978
avverso l’ordinanza n. 19/2014 CORTE ASSISE APPELLO di
REGGIO CALABRIA, del 11/06/2014
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. FILIPPO CASA;

Data Udienza: 19/05/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza resa in data 11.6.2014, la Corte di Appello di Reggio Calabria, in
funzione di giudice dell’esecuzione, rigettava l’istanza avanzata da CARABETTA Michele al fine
di ottenere l’applicazione della disciplina della continuazione fra i reati giudicati con le seguenti
sentenze:
1) sentenza 2.4.2007 della Corte di Appello di Roma (irrevocabile il 2.11.2007) per il

n. 104 singole dosi medie di cocaina e n. 10 dosi di marijuana);
2) sentenza 6.7.2011 della Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria (irrevocabile il
15.4.2013) per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., commesso in San Luca dal 1991
(partecipazione all’associazione mafiosa denominata cosca PELLE-VOTTARI finalizzata a
commettere delitti di omicidio, detenzione e porto illegale di armi e ad acquisire il controllo e la
gestione di attività economiche).
Osservava la Corte di merito, anche attraverso la trascrizione di brani tratti dalla
sentenza con la quale la Corte di Cassazione rigettò il ricorso proposto dal CARABETTA avverso
la sentenza sub n. 2), che nel giudizio sfociato nella predetta decisione il traffico di stupefacenti
non era contestato fra le attività illecite cui era dedita la cosca in questione (pur essendo
emerso, in fatto, che tale settore criminale non era trascurato) e che l’apporto associativo
fornito dall’imputato era stato individuato nel “reperimento di armi”; conseguentemente, non si
poteva ritenere, neppure in astratto, configurabile un’unicità di disegno criminoso fra il reato in
materia di stupefacenti giudicato dalla Corte distrettuale capitolina e quello di associazione per
delinquere di stampo mafioso.
2. Ha proposto ricorso per cassazione il CARABETTA, per il tramite del difensore di
fiducia, deducendo vizio di motivazione in relazione all’art. 81, comma 2, c.p..
Assume il difensore che era stata la stessa Suprema Corte a sancire, seppure in via
incidentale, che lo spaccio di sostanze stupefacenti rientrasse tra le attività poste in essere dal
sodalizio criminoso cui apparteneva il ricorrente e che ben difficilmente poteva ritenersi che
l’attività di spacciatore fosse stata attuata dal predetto al di fuori della consorteria di
appartenenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è basato su motivi di merito, aspecifici e, comunque, manifestamente
infondati.
2. Il giudice dell’esecuzione ha esaminato le due sentenze in discussione e ha rilevato la
mancanza dei presupposti per poter desumere la sussistenza di un’unica ideazione definita nei

reato di cui all’art. 73 D.P.R. n. 309/90, commesso in Roma il 4.1.2006 (detenzione illegale di

suoi particolari sin dal delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso, osservando, nei
termini riportati nella superiore esposizione in fatto, che, seppure essendo emerso, dalle
suddette decisioni, che la cosca PELLE-VOTTARI fosse anche dedita al narcotraffico, da un lato,
tale attività era stata esclusa dalla contestazione formale, e, dall’altro, il contributo associativo
del CARABETTA risultava circoscritto al solo reperimento delle armi.
A fronte della valutazione operata dal Tribunale, che non si espone a critiche in termini
di inadeguatezza del discorso giustificativo e non supera il limite della plausibile opinabilità di

6/2/2004, Elia ed altri, Rv. 229361), il ricorrente si è limitato a contrapporre rilievi di merito,
senza, peraltro, confrontarsi, in modo specifico, con il cruciale passaggio argomentativo prima
sintetizzato – e, quindi, con la ratio decidendi – del provvedimento impugnato.
3. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue di diritto la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti ad escluderne
la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento a favore della Cassa
delle ammende di somma che pare congruo determinare in euro 1.000,00, ai sensi dell’art. 616
c.p.p..
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e al versamento della somma di euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 19 maggio 2015

Il Consigliere estensore

Il Presidente

apprezzamento non discutibile nella presente sede (Sez. 4, n. 4842 del 2/12/2003, dep.

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