Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 47534 del 21/09/2016

Penale Sent. Sez. 5 Num. 47534 Anno 2016
Presidente: PALLA STEFANO
Relatore: ZAZA CARLO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
1. A.A.
2. B.B.

avverso la sentenza del 20/10/2015 della Corte d’Appello di Brescia

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal Consigliere Carlo Zaza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Francesca Loy, che ha concluso per l’inammissibilità dei ricorsi;
udito per B.B. e, in sostituzione dell’avv. Manuel Soldi, per
A.A. il difensore avv. Stefano Riccardo Enrico Forzani, che ha
concluso per l’accoglimento dei ricorsi;

1

Data Udienza: 21/09/2016

RITENUTO IN FATTO

Con la sentenza impugnata veniva confermata la sentenza del Tribunale di
Brescia del 23/10/2012, con la quale A.A. e B.B.
erano ritenuti responsabili del reato continuato di falso ideologico e istigazione
alla corruzione, commesso il 22/03/2010 nelle rispettive qualità di appuntato e
finanziere della Compagnia della Guardia di Finanza di Brescia, nel corso di un
controllo eseguito presso il centro estetico Relax Center, sollecitando la titolare

verbalizzazione di una violazione in materia di pagamento dei contributi
previdenziali ed assicurativi ed omettendo di inserire il controllo di cui sopra fra
le attività riportate nel foglio di servizio.
Gli imputati ricorrenti deducono:
1.

lo B.B. violazione di legge e vizio motivazionale sul rigetto

dell’eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni della W.W. per aver la stessa
deposto su circostanze potenzialmente per la stessa incriminanti con riguardo al
reato di omesso versamento di ritenute previdenziali relativamente alla
dipendente V.V.; l’art. 198, comma secondo, cod. proc. pen.,
contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata, tutelerebbe non
solo la posizione del testimone, ma anche le esigenze di spontaneità e veridicità
delle dichiarazioni dello stesso;
2.

entrambi i ricorrenti violazione di legge e vizio motivazionale sulla

sussistenza dei fatti contestati; l’attendibilità delle dichiarazioni della W.W., sulle
quali veniva fondato il giudizio, era ritenuta per la mancanza di un interesse della
teste nell’accusare gli imputati, che sarebbe viceversa ravvisabile nella finalità di
evitare sanzioni amministrative in esito ad un’attività ispettiva che aveva già
evidenziato irregolarità nella posizione della V.V., e che sarebbe stata
illogicamente considerata inesistente solo in quanto non regolarmente disposta
dai superiori gerarchici degli imputati, particolare che non impediva la percezione
come tale da parte della W.W.; le incongruenze nella narrazione di quest’ultima,
riportate nei ricorsi, sarebbero state minimizzate omettendo di confutare
specificamente le argomentazioni della difesa, precisando il ricorrente B.B.
che la Corte territoriale si limitava a menzionare contraddizioni sull’attribuzione
di determinati comportamenti all’uno o all’altro degli imputati e sull’orario
dell’uscita della W.W. dalla caserma della Guardia di Finanza, trascurando le
ulteriori indicazioni dell’atto di appello, come da stralcio dello stesso trascritto nel
ricorso, su discrepanze emergenti nella deposizione della W.W. e nel raffronto fra
la stessa e quella del teste S.S.; quest’ultimo aspetto escluderebbe che alle
dichiarazioni dello S.S. possa essere attribuita la valenza di riscontro alle
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W.W. a consegnare loro la somma di C 1.000 per evitare la

dichiarazioni della W.W., ritenuta con la sentenza impugnata, considerato altresì
che il teste non era soggetto equidistante fra le parti, avendo agito di fatto come
provocatore nell’ambito di un rapporto fiduciario con la W.W., ed avrebbe appreso
dei fatti solo per quanto riferitogli da quest’ultima; sarebbero state illogicamente
svalutate le dichiarazioni della V.V. sulla mancata percezione, da parte della
stessa, della richiesta corruttiva, in base ad un’argomentazione meramente
ipotetica in ordine alla consuetudine di formulare richieste del genere in modo da
non farle ascoltare da estranei; sarebbe stato violato il principio del ragionevole

lettura degli elementi acquisiti unicamente nel significato sfavorevole agli
imputati;
3. entrambi i ricorrenti deducono violazione di legge e vizio motivazionale
sulla configurabilità del reato di falso ideologico; la stessa sarebbe stata ritenuta
solo in base alla differenziazione fra un’attività di carattere informativo,
regolarmente pur se sinteticamente riportata nel foglio di servizio come condotta
presso i centri estetici di Brescia con l’indicazione dei codici descrittivi propri di
detta attività, e un’attività di carattere ispettivo che era in corso al momento
della redazione del documento e avrebbe dato luogo, alla sua conclusione, ad
un’esaustiva relazione di servizio, se non fosse stata interrotta dalla denuncia
della W.W.; non vi sarebbe comunque la prova del dolo, e lo stesso sarebbe anzi
escluso nel momento in cui veniva verbalizzata l’audizione della V.V.,
circostanza illogicamente ritenuta irrilevante nella sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I motivi dedotti dal ricorrente B.B. sul rigetto dell’eccezione di
inutilizzabilità delle dichiarazioni della W.W.  sono infondati.
E’ per il vero corretta l’osservazione del ricorrente per la quale il riferimento
della sentenza impugnata alla limitazione della tutela dell’art. 198 cod. proc.
pen., in tema dichiarazioni autoindizianti del testimone, alla posizione di
quest’ultimo, non corrisponde alla funzione della norma, intesa ad escludere
l’utilizzabilità delle predette dichiarazioni anche nei confronti di terzi. Tuttavia,
secondo gli stessi principi affermati in materia da questa Corte Suprema, tale
previsione di inutilizzabilità è condizionata alla provenienza delle dichiarazioni da
un soggetto nei confronti del quale, prima che le dichiarazioni fossero rese,
sussistevano già indizi per il reato attribuito al terzo o per altro allo stesso
connesso o collegato (Sez. 1, n. 14582 del 26/10/1999, Garbellini, Rv. 2316126;
Sez. 5, n. 474 del 26/01/1999, Sorà, Rv. 213518).
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dubbio nell’omesso approfondimento delle argomentazioni difensive e nella

Orbene, la ricorrenza di tale condizione era nella specie esclusa dalla Corte
territoriale osservando per un verso che non sussistevano i presupposti perché la
W.W. fosse indagata, per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali
relative alla dipendente V.V., a seguito delle sue dichiarazioni, con le
quali la stessa, del resto conformemente a quanto riferito dalla V.V.,
affermava come quest’ultima si trovasse nel centro estetico solo per una verifica
delle possibilità di assumerla; e per altro che, comunque, il reato di cui sopra
non era in alcun modo connesso né collegato a quelli ascritti agli imputati, per la

pretesto. Il giudizio su tali circostanze costituisce una valutazione in fatto che si
sottrae al sindacato di legittimità (Sez. 5, n. 24953 del 15/05/2009, Costa, Rv.
243892; Sez. 3, n. 43135 del 30/09/2003, Marciante, Rv. 228421; Sez. 6, n.
10230 del 30/04/1999, Cianetti, Rv. 214377); e d’altra parte nessuna specifica
censura è proposta dal ricorrente sull’argomentazione della sentenza impugnata
in ordine alla mancanza del collegamento fra i reati contestati agli imputati e
quello per il quale, secondo il ricorso, la W.W. sarebbe stata indiziata a seguito
delle sue dichiarazioni.

2. I motivi dedotti da entrambi i ricorrenti sulla sussistenza dei fatti
contestati sono infondati.
La sentenza impugnata era congruamente motivata in base ad una
valutazione di attendibilità intrinseca delle dichiarazioni della W.W., in quanto
complessivamente lineari e peraltro prive di interesse rispetto ad un’attività
ispettiva di fatto non proseguita nei suoi confronti, come evidenziato dall’assenza
di pretese risarcitorie; al riscontro proveniente dalle dichiarazioni del teste
S.S., avvocato della W.W., che oltre a confermare i fatti narratigli dalla donna
riferiva di come si fosse presentato all’incontro fissato con i finanzieri per la
consegna del denaro presentandosi quale commercialista della W.W.; ed
all’irrilevanza degli elementi indicati dalla difesa in considerazione
dell’inattendibilità della versione degli imputati, per la quale gli stessi sarebbero
stati destinatari di proposte corruttive nella forma dell’offerta di massaggi
particolari, e della mancanza di significatività dell’affermazione della V.V. di
non aver udito richieste di denaro dei militari, solitamente formulate in assenza
di terzi.
Le censure di carenza motivazionale sulle contraddizioni, dedotte come
ravvisabili all’interno delle dichiarazioni della W.W. e fra le stesse e quelle dello
S.S., sono infondate. Sul punto, la Corte territoriale osservava che i rilievi
difensivi erano viziati dalla parcellizzazione dei particolari riferiti dalla donna, il
cui racconto, valutato nel suo insieme, rimaneva coerente. Tanto integra
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commissione dei quali la posizione della V.V.  aveva costituito un mero

motivazione adeguata nel rispetto dei principi enunciati da questa Corte
Suprema, per i quali la necessità che l’illogicità viziante l’argomentazione della
sentenza sia manifesta, secondo l’espressa previsione dell’art. 606, lett. E, cod.
proc. pen., comporta fra l’altro l’adempimento dei giudici di merito all’onere
motivazionale attraverso una valutazione globale delle deduzioni delle parti e
delle risultanze processuali, la quale dimostri che gli elementi decisivi siano stati
considerati; dal che segue altresì come non occorra un esame analitico delle
predette deduzioni laddove le stesse presentino incompatibilità logica con la

implica un giustificato rigetto delle deduzioni stesse (Sez. U, n. 24 del
24/11/1999, Spina, Rv. 214794; Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone,
Rv. 207944; Sez. 6, n. 20092 del 04/05/2011, Schowick, Rv. 250105; Sez. 4, n.
1149 del 24/10/2005, Mirabilia, Rv. 233187). Condizioni, queste, che ricorrono
nella situazione esaminata, in cui l’individuazione di un’aporia logica nel
complesso delle argomentazioni difensive, quale la frammentazione dell’esame
dei singoli passaggi fattuali delle dichiarazioni della W.W., era valutata come tale
da privare dette argomentazioni di alcuna incidenza sulla complessiva efficacia
probatoria delle dichiarazioni stesse, rendendo a quel punto superflua la specifica
confutazione dei singoli rilievi critici della difesa.
E’ altresì infondata, alla luce di quanto esposto in precedenza, la doglianza
per la quale la significatività delle dichiarazioni dello S.S., quale riscontro a
quelle della W.W., sarebbe esclusa dall’aver il teste riferito quanto appreso dalla
donna. Il teste, se da una parte riportava in effetti informazioni ricevute dalla W.W.
su quanto avvenuto prima del suo intervento nella vicenda, dall’altra narrava
invece fatti direttamente compiuti e percepiti, strettamente inerenti alla
fattispecie corruttiva contestata, quale lo svolgimento ad un incontro avente la
specifica finalità di realizzare il patto illecito con la consegna della somma
richiesta.
Per il resto, i rilievi dei ricorrenti si risolvono in considerazioni in fatto su atti
processuali, con riguardo alle deposizioni della W.W. e dello S.S., e in
valutazioni alternative di merito sull’interesse che avrebbe mosso tali
dichiarazioni e sulla rilevanza della mancata percezione delle richieste corruttive
da parte della V.V., per entrambi gli aspetti non proponibili in sede di
legittimità. Mentre nessuna censura è dedotta in ordine all’argomentazione della
sentenza impugnata sull’inattendibilità delle dichiarazioni degli imputati.
Quanto precede esclude la ravvisabilità di alcuna violazione del principio
della necessità di prova al di là del ragionevole dubbio, la cui prospettabilità
veniva negata senza incorrere in vizi logici.

ricostruzione di fatto operata nel provvedimento impugnato, ricostruzione che

3. I motivi dedotti da entrambi i ricorrenti sulla configurabilità del reato di
falso ideologico sono infondati.
La falsità era correttamente individuata nell’omessa indicazione di quella,
che nei confronti del centro estetico gestito dalla W.W. aveva assunto i caratteri di
una vera e propria attività ispettiva, nel foglio di servizio, in cui gli imputati
annotavano solo l’attività informativa sui centri estetici di Brescia, unica del resto
agli stessi affidata secondo quanto riferito dal superiore gerarchico De Riu;

il

quale, come osservato nella sentenza impugnata, oltre a confermare

da loro informato del compimento di quelle operazioni ispettive.
Il rilievo dei ricorrenti, per il quale detta attività ispettiva sarebbe stata
oggetto di una relazione di servizio se la stessa non fosse stata interrotta dalla
denuncia della W.W., oltre ad essere articolato su non consentite considerazioni in
fatto, è comunque privo di decisività, non essendone esclusa la sussistenza
dell’omissione nella mancata registrazione dell’attività nel foglio di servizio.
Quanto all’ulteriore doglianza di omessa valutazione, ai fini della sussistenza
dell’elemento psicologico del reato, della verbalizzazione delle dichiarazioni della
V.V., la circostanza era esaminata dalla Corte territoriale e ritenuta
irrilevante in base ancora alle dichiarazioni del De Riu, per le quali detto verbale
veniva consegnato all’ufficio solo allorché gli imputati erano convocati a seguito
della denuncia della W.W.. Elemento di fatto, questo, valutato nella sentenza
impugnato non solo per evidenziare l’irrilevanza della verbalizzazione, senza
incorrere nella illogicità denunciata dai ricorrenti, ma quale elemento
dimostrativo dell’esclusiva funzionalità della verbalizzazione al sostegno della
richiesta corruttiva e, conseguentemente, della strumentalità dell’omissione nella
compilazione del foglio notizie rispetto a tale richiesta e quindi del carattere
doloso del falso, pertanto adeguatamente motivato.
I ricorsi devono di conseguenza essere rigettati, seguendone la condanna
dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P. Q. M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti ciascuno al pagamento delle spese
processuali.
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quest’ultima circostanza, smentiva l’affermazione degli imputati di essere stato

Così deciso il 21/09/2016

Il Consigliere estensore

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