Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 47396 del 10/11/2015


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 47396 Anno 2015
Presidente: CAMMINO MATILDE
Relatore: ALMA MARCO MARIA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
• PIETRAROIA Lucia, nata a Villanova d’Asti il giorno 25/8/1963
avverso la sentenza n. 908/2014 in data 4/3/2014 della Corte di Appello di
Genova;
visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita la relazione svolta in camera di consiglio dal relatore dr. Marco Maria
ALMA;

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
La Corte di Appello di Genova, con sentenza in data 4/3/2014, confermava la
condanna alla pena ritenuta di giustizia pronunciata dal Giudice per l’udienza
preliminare presso il Tribunale di Savona, in data 10/10/2012, nei confronti di
PIETRAROIA Lucia, in relazione ai reati di rapina, lesioni aggravate e minaccia
grave.

Data Udienza: 10/11/2015

Propone ricorso per cassazione l’imputata, deducendo il seguente motivo: vizio
di motivazione con riferimento alla ritenuta responsabilità dell’imputata in
relazione al reato di cui al capo a) della rubrica ed assenza di motivazione con
riguardo ai reati di cui ai capi b) e c) della rubrica stessa.
Il ricorso è manifestamente infondato e, quindi, inammissibile.
Secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte, esula dai poteri
della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al
giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera

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prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle
risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone,
riv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004,
Elia, Rv. 229369).
I motivi proposti tendono, appunto, ad ottenere una inammissibile ricostruzione
dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di
merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le
ragioni del suo convincimento.
Resta, pertanto, esclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze
acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso
una diversa lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa
ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o attendibilità
delle fonti di prova.
Quanto, poi, ai profili di ricorso vertenti sulla mancata motivazione in ordine alla
sussistenza dei reati di cui ai capi b) e c) della rubrica delle imputazioni
(rispettivamente lesioni volontarie aggravate e minaccia) non può non osservarsi
che
a) per quanto riguarda le lesioni volontarie,stante la diretta connessione con il
reato di rapina i la motivazione è chiaramente assorbita in quella relativa a
quest’ultimo reato: nel momento in cui l’imputata è stata ritenuta responsabile
del reato di rapina compiuto con violenza alla persona, all’evidenza le lesioni sono
state ritenute conseguenza diretta ed immediata di tale violenza. Del resto non
risulta dalla sentenza impugnata (e parte ricorrente non lo ha altrimenti
documentato) che sia stato formulato alla Corte di Appello uno specifico motivo
di gravame con riguardo al reato di lesioni volontarie per esempio in ordine
all’insussistenza del rapporto causale tra le stesse e l’azione violenta che ha
caratterizzato la rapina ovvero sotto altri profili (ad es. con riguardo alla durata
delle stesse). Ne consegue che bene ha fatto la Corte di Appello a non motivare
sul punto;
b) per quanto riguarda poi il reato di minacce, il motivo di gravame formulato
alla Corte di Appello, così come si evince dal testo della sentenza impugnata
riguardava non il fatto che l’imputata non avesse pronunciato la frase contenuta
nel capo di imputazione ma che l’espressione utilizzata nell’occasione fosse frutto
della reazione di una persona accusata ingiustamente. Ora nel momento in cui i
Giudici del merito hanno ritenuto di affermare la penale responsabilità
dell’imputata in ordine ai reati di cui ai capi a) e b) della rubrica è di tutta
evidenza che non si può parlare, al momento dell’espressione della frase
minacciosa di un atteggiamento psicologico assunto da parte di chi si è sentito
i
ingiustamente accusato, con la conseguenza che il rigetto del relativo motivo di
ricorso non può che essere considerato implicito.
Del resto è giurisprudenza consolidata di questa Corte che, nella motivazione
della sentenza, il giudice di merito non è tenuto a compiere un’analisi
approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame
dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che,
anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze,
spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni che hanno determinato il suo
convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo; nel qual
caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che,
anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la

decisione adottata. (in questo senso v. Sez. 6, sent. n. 20092 del 04/05/2011,
dep. 20/05/2011, Rv. 250105; Cass. Sez. 4, sent. n. 1149 del 24.10.2005, dep.
13.1.2006, Rv 233187).
Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna della ricorrente al
pagamento delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i
profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal
ricorso (Corte cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si
ritiene equa, di euro mille a favore della cassa delle ammende.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di euro mille alla cassa delle
ammende.
Così de i o in • d a il 10 novembre 2015.

P.Q.M.

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