Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 47276 del 05/11/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 47276 Anno 2015
Presidente: ROTUNDO VINCENZO
Relatore: CALVANESE ERSILIA

SENTENZA

Sul ricorso proposto da
Coppola Antonio, nato a Caserta il 25/06/1953
avverso la sentenza del 7/06/2013 della Corte di appello di Torino
visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Luigi Orsi, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato
inammissibile.
RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Torino confermava la
sentenza del Tribunale di Cuneo del 28 settembre 2012 che aveva dichiarato
Antonio Coppola responsabile del delitto di cui all’art. 392 cod. pen.,
condannandolo alla pena di 250 euro di multa e al risarcimento del danno in
favore della costituita parte civile, con l’assegnazione di una provvisionale di
5.000 euro.
In particolare, i giudici di merito avevano accertato che l’imputato, nella
sua qualità di gestore di un residence, aveva disattivato in data prossima al
primo agosto 2009 la derivazione della corrente elettrica verso l’unità abitativa di
un condomino che non aveva provveduto al pagamento di utenze condominiali.

Data Udienza: 05/11/2015

Secondo i giudici del gravame, l’imputato, quantunque non fosse il
rappresentante della società che amministrava il condominio, doveva
considerarsi il gestore di quest’ultimo, essendo emerso che agiva sempre per
conto della suddetta società, provvedendo direttamente a pagare le spese
condominiali e le utenze elettriche.

articolando due motivi di impugnazione.
Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 392 cod.
pen. e degli artt. 125, comma 3 e 546, lett. e) cod. proc. pen. in relazione all’art.
606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen. I giudici dell’appello non avrebbero
preso in considerazione la circostanza documentata in sede di appello, rilevante
anche ai fini della valutazione del dolo, che l’amministratrice della società che
gestiva il residence aveva comunicato alla parte offesa di aver dato incarico ad
un tecnico addetto della manutenzione di staccare l’energia elettrica del suo
alloggio. Pertanto, l’imputato avrebbe agito come mero esecutore di direttive
adottate dalla società in questione.
Con il secondo motivo, il ricorrente si duole della violazione dell’art. 600,
comma 2, in relazione all’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen.,
evidenziando che il giudice del gravame non si sarebbe pronunciato sui motivi di
appello relativi alla sospensione dell’esecuzione della pronuncia sulla
provvisionale e sulla riforma della somma riconosciuta dal primo giudice a tale
titolo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo motivo è palesemente infondato, in quanto la prova che si
assume essere stata pretermessa dai giudici di merito non ha la forza di
disarticolare l’intero ragionamento probatorio della sentenza impugnata.
Va infatti ribadito che il vizio di travisamento della prova, desumibile dal
testo del provvedimento impugnato o da altri atti del processo (purché
specificamente indicati dal ricorrente), è ravvisabile solo se l’errore accertato sia
idoneo a disarticolare l’intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la
motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale /probatorio
(tra le tante, Sez. 6, Sentenza n. 5146 del 16/01/2014, Del Gaudio e altri, Rv.
258774).
2

2. Avverso la suddetta sentenza, ricorre per cassazione l’imputato,

Nel caso in esame, la circostanza che l’imputato abbia eseguito decisioni o
direttive del titolare del diritto non esclude affatto di per sé la punibilità
dell’agente, in quanto per costante giurisprudenza il soggetto attivo del delitto di
esercizio arbitrario delle proprie ragioni può essere anche colui che eserciti un
diritto pur non avendone la titolarità, ma agendo per conto dell’effettivo titolare
(tra tante, Sez. 6, n. 8434 del 30/04/1985, Chiacchiera, Rv. 170533; Sez. 6, n.

Né tale circostanza poteva escludere nel caso di specie il dolo dell’agente.
Giova rammentare che il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni,
previsto dall’art. 392 c.p., richiede, oltre il dolo generico, costituito dalla
coscienza e volontà di farsi ragione da sè pur potendo ricorrere al giudice, anche
quello specifico, rappresentato dall’intento di esercitare un preteso diritto nel
ragionevole convincimento della sua legittimità.
La sentenza impugnata ha affermato che dalle deposizioni testimoniali era
emerso che l’imputato si era occupato da sempre della riscossione, per conto
della società, delle quote condominiali (tra le quali quelle dell’energia elettrica).
Pertanto, l’imputato, nel momento in cui effettuò illecito distacco dell’utenza
era ben consapevole di agire per esercitare un diritto con la coscienza che
l’oggetto della pretesa competesse alla società.

3. Inammissibile è anche l’ultimo motivo.
Quanto alla richiesta di sospensione della esecutività della condanna al
pagamento di una provvisionale in favore della parte civile, avanzata con
l’appello, va ribadito che non sussiste difetto di motivazione nella sentenza del
giudice di appello che abbia omesso l’esame di motivi di impugnazione i quali,
siccome privi di specificità, dovevano essere dichiarati inammissibili.
Nel caso in esame, al fine di ottenere la sospensione, era onere
dell’interessato fornire la prova dell’assoluta necessità della somma liquidata in
favore della parte civile al soddisfacimento di bisogni essenziali non altrimenti
fronteggiabili (tra tante, Sez. 2, n. 4188 del 14/10/2010 – dep. 04/02/2011,
Manganello, Rv. 249401). Il ricorrente è venuto meno a tale onere probatorio,
essendosi limitato ad invocare in termini del tutto generici la sospensione
dell’esecuzione della provvisionale, senza allegare alcun elemento dimostrativo
della sussistenza, in concreto, di un danno grave e irreparabile derivante da tale
esecuzione.
Non merita miglior sorte anche la doglianza relativa alla omessa motivazione
sulla richiesta di riduzione della somma liquidata a titolo di provvisionale.

3

14335 del 16/03/2001, Del Pivo Rv. 218729).

Va ribadito il principio interpretativo più volte enunciato nella giurisprudenza
di legittimità per cui, il provvedimento con il quale il giudice di merito, nel
pronunciare condanna generica al risarcimento del danno, assegna alla parte
civile una somma da imputarsi nella liquidazione definitiva non è impugnabile per
cassazione, in quanto per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e
destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento

4. Alla declaratoria di inammissibilità segue, a norma dell’art. 616 cod. proc.
pen. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al
pagamento a favore della Cassa delle ammende, non emergendo ragioni di
esonero, della somma ritenuta equa di euro 1.000 a titolo di sanzione pecuniaria.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento
delle spese processuali e a quello della somma di euro 1.000 in favore della
Cassa delle ammende.

Così deciso il 5/11/2015.

(tra tante, Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, P.C. e G., Rv. 261536).

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