Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 47243 del 18/11/2015


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Penale Sent. Sez. 2 Num. 47243 Anno 2015
Presidente: FIANDANESE FRANCO
Relatore: AGOSTINACCHIO LUIGI

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
ESPOSITO ANTONIO N. IL 06/08/1967
DE FELICE LUCIANO N. IL 17/08/1964
DONATO GIOVANNI N. IL 17/08/1986
GIORDANO STEFANO N. IL 05/07/1967
avverso la sentenza n. 4034/2012 CORTE APPELLO di MILANO, del
03/05/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 18/11/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUIGI AGOSTINACCHIO
9..W1 Amo C32-4 I
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per
ittat

Udito, per la parte civile, l’Avv
Uditi difensor Avv. Cro..44-ti its ros,u,cuye.Q., olt.e itf)ro Ot (231A/A

ík3eL,
aituo )yur- op,„t,

owd.

3v),-cet,

Cif);

Data Udienza: 18/11/2015

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di Appello di Milano con sentenza del 03.05.2013, in parziale riforma
della sentenza emessa dal tribunale di Busto Arsizio del 26.10.2011
rideterminava le pene – fermo il giudizio di equivalenza tra attenuanti generiche
e aggravanti:
– per Esposito Antonio, previa assoluzione per non aver commesso il fatto dai
reati di cui ai capi B), Q), W) e W1) ed esclusa l’imputazione di cui al capo I), in

reati sub D), E), F), G), H), 3), M), U), N), O), P), R), S) e 5);
– per De Felice Luciano in anni quattro, mesi quattro di reclusione ed euro
1.200,00 di multa per il reato sub I);
– per Donato Giovanni in anni tre, mesi otto di reclusione ed euro 1.000,00 di
multa per il reato sub P);
– per Giordano Stefano in anni due, mesi otto di reclusione ed euro 600,00 di
multa per il reato sub N).
Revocava altresì al Giordano la interdizione perpetua dai pubblici uffici e
sostituiva la stessa misura con quella temporanea per cinque anni al De Felice.
I reati di cui ai capi in questione si riferivano ad una serie di rapine, ad una
rapina tentata ed a reati satellitari, commessi fino a maggio del 2007, e
precisamente:
capo D – rapina aggravata all’agenzia del Credito Bergamasco di Bollate,
commessa 1’1.02.2007, lesioni e porto di taglierino, contestata all’Esposito;
capo E – rapina aggravata in concorso all’Unicredit di Busto Arsizio del 2.02.2007
con sequestro di persona, contestata all’Esposíto oltre che a Donato Orazio;
capo F – ricettazione di una vettura Mercedes utilizzata per eseguire le rapine
sub D) ed E), contestata anche in questo caso all’Esposito oltre che a Donato
Orazio;
capo G – rapina in concorso all’interno dell’ufficio postale di Oggiona Santo,
commessa 1’08.03.2007 ed aggravata dall’uso di pistola e dal danno di rilevante
entità alla persona offesa (contestata all’Esposito oltre che a Donato Orazio);
capo H – ricettazione dell’autovettura Fiat Multipla utilizzata per eseguire la
rapina sub G) (contestata agli stessi imputati);
capo 3 – ricettazione dell’autovettura Volkswagen Golf utilizzata per eseguire le
rapine sub O, P, Q, R, contestata all’Esposito oltre che a Donato Orazio e
Venegoni Alfredo;
capo I – rapina in concorso all’interno dell’ufficio postale di Busto Arsizio,
commessa il 23.03.2007, aggravata dall’uso di arma da sparo e dal fatto di

2

anni dieci, mesi sei di reclusione ed euro 6.800,00 di multa in relazione ai residui

essere stata commessa da più persone riunite e travisate (contestata a De Felice
Luciano oltre che a De Felice Giovanni);
capo M – ricettazione di una Volkswagen Golf, contestata all’Esposito oltre che a
Donato Orazio;
capo U – violazione legge sulle armi per illegale detenzione e porto in luogo
pubblico della pistola utilizzata per commettere la rapina dì cui al capo G)
(contestata a Donato Orazio ed all’Esposito);
capo N – tentata rapina aggravata in concorso all’interno della Banca Intesa San

perché il denaro era stato già versato nella cassaforte a chiusura temporizzata
(contestata all’Esposito ed al Giordano oltre che a Donato Orazio);
capo O – rapina in concorso ai danni del titolare di un distributore di carburante
in Magenta, commessa il 30.04.2007, con le aggravanti di aver commesso il
fatto con un’arma da sparo (pistola calibro 9) e in più persone riunite, una delle
quali travisata (contestata all’Esposito, oltre che a Donato Orazio, Venegoni
Alfredo, Lo Muscio Roberto e Doda Sokol);
capo P – rapina aggravata in concorso ai danni di Picchi Antonio, responsabile del
distributore di benzina Q8 di Marcallo con Casone, commessa in Magenta il
30.04.2007, con l’uso di una pistola calibro 9×19 parabellum (contestata
all’Esposito e a Donato Giovanni oltre che a Donato Orazio e Doda Sokol);
capo R – rapina aggravata in concorso all’interno dell’ufficio postale di Oggiona
Santo Stefano, commessa il 4.05.2007, con le aggravanti di aver commesso il
fatto con un’arma da sparo (pistola calibro 9x 19 parabellum) e in più persone
riunite e travisate (contestata all’Esposito, oltre che a Donato Orazio, Venegoni
Alfredo e Doda Sokol);
capo S – violazione della normativa sulle armi per detenzione illegale e porto in
luogo pubblico di pistola, caricatore con proiettili, munizioni da guerra – arma
utilizzata per commettere le rapine sub O, P, Q, R (contestata all’Esposito, oltre
che a Donato Orazio, Venegoni Alfredo e Doda Sokol);
capo 5 – violazione della normativa sulle armi e dell’art.697 cod. pen. per la
detenzione illegale di una pistola semiautomatica con matricola abrasa e di
munizioni dello stesso calibro (reato contestato all’Esposito oltre che a Venegoni
Alfredo).
La corte di appello richiamava e faceva proprie – in relazione alla conferma della
responsabilità penale degli odierni ricorrenti – le argomentazione del primo
giudice, evidenziando che l’impianto accusatorio si basava sulle dichiarazioni
confessorie e sulle chiamate in correità di Donato Orazio e Doda Sokol, sentiti
con le forme dell’incidente probatorio e ritenuti attendibili. In relazione poi a
ciascuna rapina individuava gli elementi di riscontro, costituti oltre che dalle
3

Paolo filiale di Lonate Pozzoli, commessa il 2.04.2007 e non portata a termine

parziali ammissioni dell’Esposito, dai rilievi sui fotogrammi, dalle perquisizioni
con rinvenimento di armi e strumenti usati per il travisamento, dagli esiti delle
intercettazioni ambientali.
A seguito degli appelli, il giudizio di responsabilità era pienamente confermato
nei confronti del Giordano, di Donato Giovanni e di De Felice Giovanni con
attenuazione tuttavia del trattamento sanzionatorio, a seguito di una
rivalutazione della gravità della condotta e dello spessore criminale degli stessi.
Per Esposito invece – verificata la mancanza di riscontri estrinseci sicuri alle

cui ai capi B, Q, W e W1, nonché l’omessa contestazione per il reato sub I – la
pena era determinata sulla base della rapina sub E) , ferma la quantificazione
degli aumenti stabilita in primo grado.

2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i quattro imputati.
2.1 Esposito Antonio tramite il difensore ha eccepito:
– l’inosservanza delle norme processuali ex art.606 lett. c) cod. proc. pen. in
relazione alle eccezioni in rito proposte nel giudizio di merito e non
esaurientemente definite dalla corte di appello;
– il vizio di motivazione e la conseguente inosservanza ed erronea applicazione
delle legge penale, con riferimento alle dichiarazioni dei chiamanti in correità
Donato Orazio e Doda Sokol, ritenute prive di effettivo vaglio di credibilità ed
attendibilità, con riferimento specifico ai reati sub G, H, U, N, O, P, R, S, 5.
2.2. De Felice Luciano, anch’egli tramite il difensore di fiducia, ha lamentato:
– la violazione dell’art.606 lett. e) cod. proc. pen. per assoluta mancanza e/o
illogicità della motivazione ovvero per motivazione apparente sostenendo che la
corte territoriale non avrebbe compiutamente dato risposta alle doglianze
difensive tese ad evidenziare le contraddizioni del chiamante in correità Donato;
– la violazione dell’art.606 lett. e) cod. proc. pen. per assenza di motivazione in
ordine al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche con giudizio di
prevalenza sull’aggravante e sulla recidiva.
2.3. Donato Giovanni, tramite difensore, ha proposto ricorso sulla base di due
motivi:
– violazione dell’art.606 lett. b) cod. proc. pen. e dell’art.192 cod. proc. pen. in
relazione al reato di cui al capo P, con riferimento alla valutazione delle prove
indiziarie, ritenendo mera ipotesi investigativa la partecipazione alla rapina ai
danni del distributore Q8 di Marcallo con Casone in assenza altresì di elementi di
riscontro delle dichiarazioni del Doda;
– violazione dell’art.606 lett. b) e lett. e) cod. proc. pen. in relazione all’art.110
cod. pen. ed erronea applicazione della legge penale, mancata e/ o manifesta
4

dichiarazioni del chiamante in correità, con conseguente assoluzione dai reati di

illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento materiale e
psicologico del concorso di persone nel reato, sul presupposto della mancata
prova dell’effettiva e consapevole partecipazione alla rapina.
2.4 Infine anche Giordano Stefano ha articolato tramite il difensore un unico
motivo di ricorso per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla
mancata valutazione delle dichiarazioni di Donato Orazio, ritenute generiche,
apodittiche, inesatte, contraddittorie e inverosimili (art.606 lett. b) e e) in
relazione agli artt. 125, 193, comma 3, 546, comma 1 lett. e) e 605 cod. proc.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi in oggetto presentano caratteristiche comuni, costituendo
essenzialmente riproposizione dei motivi di appello in tema di responsabilità,
risultando privi del requisito della specificità sotto il profilo della esaustiva
confutazione delle argomentazioni contenute nella sentenza impugnata,
articolandosi tutti in censure alla valutazione della prova sotto il profilo del vizio
di motivazione, specie con riferimento all’attendibilità delle chiamate in correità.
Essi sono manifestamente infondati, ad eccezione di un profilo attinente al
trattamento sanzionatorio applicato a De Felice Luciano.

1.1 Vanno innanzitutto premesse in diritto ed in relazione agli aspetti della
censura sulla motivazione della sentenza alcuni principi di carattere generale alla
luce degli arresti giurisprudenziali della Suprema Corte.
In tema di sindacato del vizio della motivazione ex art. 606 cod. proc. pen.,
comma 1, lett. e), si deve ribadire che, nell’apprezzamento delle fonti di prova, il
compito del giudice di legittimità non è di sovrapporre la propria valutazione a
quella compiuta dai giudici di merito, ma solo di stabilire se questi ultimi: a)
abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione; b) abbiano fornito una
corretta interpretazione di essi; c) abbiano dato esaustiva e convincente risposta
alle deduzioni delle parti; d) abbiano esattamente applicato le regole della logica
nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di
determinate conclusioni a preferenza di altre (v. Cass. Sez. U, sent. n. 930 del
13/12/1995; Sez. 1, sent. n. 1507 del 17/12/1998, dep. 05/02/1999, Rv.
212278; Sez. 6, sent. n. 863 del 10/03/1999, Rv. 212997).
Dall’affermazione di questo principio, ormai costante nel panorama
giurisprudenziale, discende che:
– esula dai poteri della Cassazione, nell’ambito del controllo della motivazione del
provvedimento impugnato, la formulazione di una nuova e diversa valutazione
5

pen. con riferimento alla rapina di cui capo N).

degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, giacché tale attività è
riservata esclusivamente al giudice di merito, potendo riguardare il giudizio di
legittimità solo la verifica dell’iter argomentativo di tale giudice, accertando se
quest’ultimo abbia o meno dato conto adeguatamente delle ragioni che lo hanno
condotto ad emettere la decisione (Cass. Sez. 6, 14.4.1998 n. 1354);
– la specificità della disposizione di cui all’art. 606 cod. proc. pen., lett. e)
esclude che la norma possa essere dilatata per effetto di regole processuali
concernenti la motivazione stessa, utilizzando la diversa ipotesi di cui all’art. 606

quali la disposizione ora citata prevede la deducibilità per cassazione delle
violazioni di norme processuali (considerate solo se stabilite “a pena dì nullità, di
inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza”), sia perché la puntuale
indicazione contenuta nella lett. e), riferita al “testo del provvedimento
impugnato”, collega in via esclusiva e specifica al limite predetto qualsiasi vizio
motivazionale;
– non può costituire motivo di ricorso sotto il profilo dell’omessa motivazione il
mancato riferimento a dati probatori acquisiti; se è vero che tale vizio è
ravvisabile non solo quando manca completamente la parte motiva della
sentenza, ma anche qualora non sia stato considerato un argomento
fondamentale per la decisione espressamente sottoposto all’analisi del giudice, il
concetto di mancanza di motivazione non può essere tanto esteso da includere
ogni omissione concernente l’analisi di determinati elementi probatori;
– in tema di giudizio di appello, il giudice non è tenuto a prendere in
considerazione ogni argomentazione proposta dalle parti, essendo sufficiente che
egli indichi le ragioni che sorreggono la decisione adottata, dimostrando di aver
tenuto presente ogni fatto decisivo; né l’ipotizzabilità di una diversa valutazione
delle medesime risultanze processuali costituisce vizio di motivazione, valutabile
in sede di legittimità (Cass. Sez. 5, sent. n. 7588 del 06/05/1999, dep.
11/06/1999, Rv. 213630).
Passando al più specifico tema del “vizio di manifesta illogicità” della
motivazione, va osservato che il controllo di legittimità viene esercitato
esclusivamente sul fronte della coordinazione delle proposizioni e dei passaggi
attraverso i quali si sviluppa il tessuto argomentativo del provvedimento
impugnato, senza la possibilità, per il giudice di legittimità, di verificare se i
risultati dell’interpretazione delle prove siano effettivamente corrispondenti alle
acquisizioni probatorie risultanti dagli atti del processo.
Ne consegue che, ai fini della denuncia del vizio in esame, è indispensabile
dimostrare che il testo del provvedimento impugnato sia manifestamente
carente di motivazione e/o di logica, per cui non può essere ritenuto legittimo
6

cod. proc. pen., lett. c); l’espediente non è consentito: sia per i ristretti limiti nei

l’opporre alla valutazione dei fatti contenuta nella decisione una diversa
ricostruzione degli stessi (magari altrettanto logica), perché in tal caso verrebbe
inevitabilmente invasa l’area degli apprezzamenti riservati al giudice di merito
(Cass. Sez. U, sent. n. 6402 del 30/04/1997, dep. 02/07/1997, Rv. 207944;
Sez. 4, sent. n. 4842 del 02/12/2003, dep. 06/02/2004). Infatti il controllo di
legittimità operato dalla Corte di Cassazione non deve stabilire se la decisione di
merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, né
deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se tale

opinabilità di apprezzamento (Cass. Sez. 5, sent. n. 1004 del 30/11/1999, dep.
31/01/2000, Rv. 215745; Sez. 4, sent. n. 4842 del 02/12/2003, dep.
06/02/2004, Rv. 229369).
In presenza poi – come nel caso di specie – di una doppia conforme affermazione
di responsabilità, va, peraltro, ritenuta l’ammissibilità della motivazione della
sentenza d’appello per relationem a quella della decisione impugnata, sempre
che le censure formulate contro la sentenza di primo grado non contengano
elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati e disattesi, in quanto il
giudice di appello, nell’effettuazione del controllo della fondatezza degli elementi
su cui si regge la sentenza impugnata, non è tenuto a riesaminare questioni
sommariamente riferite dall’appellante nei motivi di gravame, sulle quali si sia
soffermato il primo giudice, con argomentazioni ritenute esatte e prive di vizi
logici, non specificamente e criticamente censurate. In tal caso, infatti, le
motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a
vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in
ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione, tanto
più ove i giudici dell’appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a
quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle
determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, sicché le
motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità
(Cass., Sez. 2^, n. 1309 del 22/11/1993 – dep. 04/02/1994 – rv. 197250; Cass.,
Sez. 3^, n. 13926 del 10/12/2011-dep. 12/04/2012 – rv. 252615).

1.2 A ciò si aggiunga che per consolidata giurisprudenza di questa Corte è
inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si risolvono nella
pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e motivatamente disattesi
dal giudice di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto
apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso
la sentenza oggetto di ricorso (tra le tante Sez. 5 n. 25559 del 15 giugno 2012;
Sez. 6 n. 22445 del 8 maggio 2009, rv 244181; Sez. 5 n. 11933 del 27 gennaio

giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile

2005, rv. 231708). In altri termini, è del tutto evidente che a fronte di una
sentenza di appello che ha fornito una risposta ai motivi di gravame, la
pedissequa riproduzione di essi come motivi di ricorso per cassazione non può
essere considerata come critica argomentata rispetto a quanto affermato dalla
Corte d’appello: in questa ipotesi, pertanto, i motivi sono necessariamente privi
dei requisiti di cui all’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), che impone la
esposizione delle ragioni di fatto e di diritto a sostegno di ogni richiesta (Cass.

2. Ciò premesso, possono esaminarsi i singoli ricorsi, a cominciare da quello di
Esposito Antonio che in grado di appello ha maggiormente contestato il giudizio
di attendibilità del Donato e del Doda.
2.1.11 primo motivo – relativo alle eccezioni in rito – è chiaramente generico, in
relazione a quanto evidenziato sub 1.2, essendosi limitato il ricorrente a
“insistere nella proposizione delle questioni processuali che per la scrivente
difesa restano irrisolte”, senza ulteriore connotazione delle censura
cumulativamente indirizzata all’articolato ragionamento a riguardo della corte
territoriale (punti da 1 a 4 – paragrafo “motivi” – pagg. 63 e 64).
2.2. Il secondo motivo riguarda l’attendibilità delle dichiarazioni provenienti dai
coimputati e chiamati in correità Donato Orazio e Doda Sokol, mediante
considerazioni di ordine generale (par. H a) e con riferimento ai singoli reati
(par. H b e segg.).
Sotto il primo profilo deve rilevarsi che l’Esposito fa cenno al contenuto di due
intercettazioni ambientali (del luglio 2007 e del 19.05.2007), senza riportarne il
completo contenuto. In forza della regola della “autosufficienza” del ricorso,
operante anche in sede processuale penale, il ricorrente che intenda dedurre in
sede di legittimità il travisamento di una prova dichiarativa ha l’onere invece di
suffragare la validità del suo assunto mediante la completa trascrizione
dell’integrale contenuto delle dichiarazioni, non consentendo la citazione di alcuni
brani delle medesime l’effettivo apprezzamento del vizio dedotto (Cass. Sez. 4,
sent. n. 37982 del 26/06/2008, dep. 03/10/2008, Rv. 241023).
Tali intercettazioni inoltre dovrebbero confermare l’assunto difensivo secondo cui
i dichiaranti avevano l’unico obiettivo della loro scarcerazione, “soluzione diversa
e alternativa che doveva essere considerata al momento della valutazione della
prova”.
Orbene, a prescindere dalla circostanza che il giudice di appello ha preso in
considerazione le ragioni sottese alla decisione dei collaboranti di rendere
dichiarazioni, auto ed etero accusatorie (pagg. 64 e 65, richiamando per tali
8

Sez. 6, sent. n. 20377 del 11/03/2009, dep. 14/05/2009, Rv. 243838).

aspetti anche la motivazione della sentenza di primo grado), l’opporre alla
valutazione dei fatti contenuta nella decisione una diversa ricostruzione degli
stessi non giova alla tesi del ricorrente se – come nel caso in esame – l’iter
logico censurato è immune da vizi (il riscontro delle dichiarazioni ha infatti
escluso che finalità premiali potessero inficiare la veridicità delle propalazioni).
Per quanto attiene invece alle censure relative ai singoli reati, va innanzitutto
sottolineato che le stesse non riguardano i delitti sub D, E (considerato più grave
nella determinazione della pena), F, 3, M per i quali pure le dichiarazioni dei

L’impostazione del ricorso segue in realtà quella della sentenza impugnata che
ha indicato per ogni delitto il contenuto rilevante delle dichiarazioni accusatorie e
gli elementi di riscontro.
Trattasi di censure in fatto, già esaminate dalla corte territoriale, con congrua
valutazione che ha puntualmente tenuto conto dei rilievi difensivi:
per la rapina all’ufficio postale di Oggiona con Santo Stefano di cui al capo
G, la ricettazione dell’auto Fiat Multipla utilizzata per commettere il reato
(capo H), la detenzione e porto di armi (capo U) la sentenza valorizza non
solo le dichiarazioni accusatorie del Donato in relazione al ruolo di
esecutore (e non di mero organizzatore) della rapina stessa ma anche le
discrasie riscontrate nel racconto dell’Esposito circa la collocazione
temporale dei fatti nonché gli ulteriori dati che confermano il racconto del
collaborante (l’accertamento della presenza di tracce biologiche
dell’imputato sul cappellino della figlia trovato nella multipla; le
successive telefonate al Donato ed al Giordano Stefano per recuperare il
cappellino all’evidente scopo di non lasciare tracce; la testimonianza del
Frattini e le immagini dei fotogrammi confrontate con quelle relative alla
rapina sub D, ammessa dal ricorrente);
per la tentata rapina di cui al capo N si fa riferimento a precisi riscontri
dichiarativi (la testimonianza del maresciallo Frattini in esito agli
appostamenti effettuati) nonché alle conversazioni telefoniche con il
complice Giordano;
per le rapine ai distributori Repsol e Q8 (capi O, P) l’unico rilievo riguarda
il ruolo dell’Esposito che ha sempre contestato di essere stato
organizzatore delle stesse, rivendicando il ruolo di mero concorrente nei
reati (la corte di appello ha a riguardo riportato le dichiarazioni
convergenti del Donato e del Doda circa le modalità di organizzazione
delle rapine, su indicazioni dell’Esposito; affermazioni riscontrate
dall’intercettazione telefonica del 2 maggio 2007 dalla quale si evinceva
che non solo costui era al corrente di chi partecipava all’operazione ma si

chiamanti in correità hanno costituito la base della condanna.

accertava della lealtà dei complici, dando disposizione di occultare le
prove);
– per la rapina alle poste di Oggiona Santo Stefano (capo R) il ricorrente
reitera il rilievo circa la carenza di motivazione in ordine alla discrasia
delle dichiarazioni dei due chiamanti in correità e alla contraddittorietà
delle affermazioni accusatorie del Doda in ordine al possesso di un’arma
laddove invece la corte di appello giudica decisivo, con congrue
argomentazioni, il contenuto di intercettazioni ambientali sull’auto

solo si evinceva il ruolo di organizzatore di quest’ultimo (in ragione delle
indicazioni su chi doveva partecipare alla rapina) ma anche la
responsabilità verso il complice per lo scarso risultato della rapina stessa;
per il possesso dell’arma marca SIG calibro 9x 19 (capo S), la difesa
ritiene non sufficiente il riscontro delle convergenti dichiarazioni
accusatorie del Donato e del Doda – riscontro costituito dalle
intercettazioni ambientali dalle quali potrebbe evincersi al più la mera
conoscenza dell’esistenza dell’arma stessa – anche in questo caso senza
considerare precisi elementi evidenziati dalla corte territoriale (lo stesso
Esposito ha confessato che nella Mercedes che Donato aveva acquistato
da lui era presente un apposito vano per la custodia dell’arma;
l’intercettazione ambientale del 30.04.2007 fa riferimento inoltre all’uso
del “ferro” che il Doda ed il Donato, a bordo della Mercedes, avevano
nell’auto, con indicazione precisa a far custodire l’arma a Venegoni,
circostanze tutte che attestano la disponibilità dell’arma clandestina in
argomento);
– per il possesso dell’arma ritrovata a casa del Venegoni di cui al capo 5, il
ricorrente deduce la carenza motivazionale in ordine agli elementi che
ricollegano a lui la disponibilità della pistola con matricola abrasa, non
ritenendo sufficienti le dichiarazioni accusatorie del Doda (la corte ha
invece spiegato con convincente motivazione che l’indicazione secondo cui
la pistola di Esposito era custodita dal Venegoni, incensurato, è stata
riscontrata proprio dal ritrovamento dell’arma a casa di quest’ultimo oltre
che da alcuni intercettazioni ambientali in carcere, antecedenti alla
collaborazione del Doda, nelle quali si faceva riferimento alle armi di
“Toni” – Antonio Venegoni – unico soggetto fra i complici estraneo ai
controlli di polizia).
In definitiva, il ricorso dell’Esposito è inammissibile.

10

dell’Esposito, il 2.05.2007 (due giorni prima della rapina), dalle quali non

3. Anche De Felice Luciano ha proposto un ricorso manifestamente infondato per
quanto attiene l’accertamento di responsabilità.
I rilievi a riguardo sono infatti generici, apodittici e meramente valutativi (“la
Corte di merito omette di rispondere compiutamente alle doglianze difensive,
limitandosi a ribadire quanto affermato dai Primi giudici senza alcuna personale
rielaborazione”); definiscono fumosi e inverosimili gli elementi di riscontro delle
dichiarazioni accusatorie, indicati peraltro in termini non esaustivi (“a solo titolo
esemplificativo”); contengono numerosi interrogativi su ricostruzioni alternative

In relazione alla rapina ai danni dell’ufficio postale di cui al capo I, contestata ai
fratelli De Felice, l’analisi della corte è stata puntuale, prendendo atto della
singolarità che essa presentava: l’Esposito infatti in udienza ne ha rivendicato la
paternità, protestando l’innocenza dei De Felice; inoltre la rapina sarebbe stata
commessa con il furgone di De Felice Luciano, ingenuità apparentemente non
comprensibile.
Il chiamante in correità Donato attribuisce invece l’episodio delittuoso al
ricorrente ed a suo fratello. La corte di merito ha ritenuto sussistenti concreti
elementi di riscontro delle tesi accusatoria ed ha spiegato le ragioni che inducono
a ritenere che Esposito abbia mentito, autoaccusandosi: in tale percorso
motivazionale ha applicato le regole della logica tese a giustificare la scelta di
determinate conclusioni a preferenza di altre (argomentazioni non
specificatamente confutate dalla difesa). Ha spiegato la scelta dell’Esposito con
riferimento ad una sorta di “sfoggio di nobiltà criminale”, tipica del ruolo di primo
piano nei delitti, ed al tentativo di assumersi la responsabilità dell’errore
commesso inserendo nell’ambiente Donato Orazio, del quale cercava di inficiare
l’attendibilità. Inoltre Esposito era lontano dal luogo della rapina perché si era
accorto della presenza della polizia, come ha riferito il maresciallo Frattini.
Riscontri precisi delle dichiarazioni accusatorie sono stati indicati nel fatto che: il
Donato ha specificato di conoscere i De Felice perché all’epoca frequentava la
sorella agli arresti donniciliari (circostanza quest’ultima risultata vera); uno dei
rapinatori aveva una parrucca (circostanza insolita nella commissione delle
rapine in questione) e a casa di De Felice Luciano furono sequestrate armi
giocattolo ed una parrucca; il furgone del ricorrente era stato utilizzato per
coprire la visuale della posta ed impedire che altri potessero parcheggiare, così
sbarrando la via di fuga.
3.1 De Felice Luciano ha lamentato inoltre l’assenza di motivazione in ordine al
mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche
sull’aggravante della rapina e sulla recidiva, censura oggetto di specifico motivo
di appello, come riportato nella stessa sentenza di secondo grado (pag. 58).
11

dei fatti che non inficiano il ragionamento della corte territoriale.

Il motivo è fondato.
La corte territoriale non ha in effetti motivato sul punto.
Non può ritenersi neanche che l’obbligo motivazionale sia stato adempiuto
mediante rinvio alle argomentazioni del giudice di primo grado, la cui valutazione
finale è stata condivisa in appello (“fermo per tutti il giudizio di equivalenza tra
attenuanti generiche ed aggravanti” – pag. 73).
Il tribunale, infatti, dopo aver motivato sul riconoscimento agli imputati delle
attenuanti generiche soffermandosi in particolare sulla posizione dell’Esposito, ha

alle aggravanti ed alla recidiva contestata (stante il divieto di prevalenza posto
dall’art. 69 cod. pen.)”, conclusione che non può riferirsi a De Felice Luciano sia
perché a costui era stata contestata la recidiva semplice – sì che non opera la
preclusione di cui all’ultimo comma dell’art.69 cod. pen. – sia perché l’inciso pare
riferirsi solo all’Esposito, essendo inserito in un contesto argomentativo che lo
riguarda specificatamente.
Il giudice di merito pertanto ha dimostrato di non avere considerato e sottoposto
a disamina gli elementi enunciati nella norma dell’art. 133 cod. pen. e gli altri
dati significativi, apprezzati come assorbenti o prevalenti su quelli di segno
opposto, secondo un giudizio sottratto al sindacato di legittimità, in quanto
espressione del potere discrezionale nella valutazione dei fatti e nella concreta
determinazione della pena demandato al detto giudice.
La sentenza impugnata nei confronti di De Felice Luciano va pertanto annullata
limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio ad altra sezione della
corte di appello di Milano.

4. Donato Giovanni ha articolato un ricorso basato su censure attinenti alla
valutazione delle prove ed al vizio di motivazione in ordine alla sussistenza degli
elementi – oggettivo e soggettivo – del concorso di persone nel reato.
Dopo aver fatto ampio richiamo ai principi di diritto – noti al Collegio – che
disciplinano la chiamata di correo nel reato, ha ritenuto le dichiarazioni
accusatorie del Doda lacunose, contraddittorie e prive di elementi di riscontro,
tali non potendosi ritenere le intercettazioni n.459 e n.509 del 30.04.2007
indicate in sentenza; inoltre il contestato concorso materiale sarebbe stato
delineato solo in termini di contributo morale alla rapina di cui al capo P.
Il ricorrente sintetizza il ragionamento della corte territoriale (pag.11 del ricorso)
ma trascura un elemento ritenuto rilevante dai giudici di merito ossia che Donato
Giovanni partecipò alla divisione del danaro provento della rapina. Inoltre già il
primo giudice aveva sottolineato l’irrilevanza ai fini dell’affermazione di
responsabilità della circostanza che Donato Giovanni si perse per strada, a bordo
12

poi affermato che tali circostanze “non possono che essere dichiarate equivalenti

della Mercedes, e non partecipò alla rapina: ciò che conta, secondo la logica
argomentazione del giudice di merito, è che egli abbia partecipato alla
programmazione dell’azione delittuosa e che la stessa sia stata portata a termine
dai complici.
Tale ricostruzione in fatto si basa sul tenore delle conversazioni ambientali del
30.04.2007 n.495 e 509, riportate nella sentenza di primo grado e richiamate in
quella di appello (pagg. 40 e segg.).
Doda era presente nell’auto dove vi erano anche Esposito, Donato Orazio e il

un’altra rapina, verso le 12.30, orario di chiusura del benzinaio (Esposito cercava
di evitare le telecamere e si assicurava che Donato Orazio avesse l’occorrente
per travisarsi; quest’ultimo si rivolgeva al fratello perché facessero “un’altra
cosa, subito subito”). Donato Giovanni scese dall’auto e si mise alla guida di una
Mercedes, ricevendo i soldi per pagare il casello autostradale e per il rifornimento
di gasolio, con l’evidente scopo di raggiungere i complici e di supportarli;
contributo per il quale fu ricompensato con la partecipazione alla spartizione del
ricavato dalla rapina.
I riscontri alle dichiarazioni accusatorie del Doda sono puntuali e giustificano le
conclusioni del giudice di merito sulla responsabilità di Donato Giovanni.
La piena partecipazione di costui al fatto ha escluso altresì il riconoscimento
dell’art.114 cod. pen. il cui presupposto è la minima importanza nella
preparazione o nella esecuzione del reato.
La difesa ha insistito sulla circostanza che la mancata partecipazione materiale
alla rapina escluderebbe la responsabilità di Donato Giovanni e non
consentirebbe di individuare la condotta concorsuale nel reato, trascurando
tuttavia di considerare il contributo dell’imputato nella fase ideativa dell’azione
criminosa (la scelta dell’obiettivo, i tempi per fare irruzione, l’utilizzo di due auto)
ed il suo coinvolgimento nella fase finale – tipica delle rapine andate a segno – di
divisione del provento.
Il ricorso di Donato Giovanni è dunque inammissibile.

5. Anche Giordano Stefano ha proposto un ricorso inammissibile perché
aspecifico, limitandosi a dedurre contraddizioni nelle dichiarazioni accusatorie di
Orazio Donato e la mancanza di riscontri.
La corte territoriale ha invece indicato, con riferimento alla tentata rapina alla
Banca Intesa San Paolo di Lonate Pozzolo del 2.4.2007 (capo N) l’attendibilità
del chiamante, accusatosi della rapina della quale descrisse le modalità in modo
coincidente con quanto visto dai testimoni. Il ruolo del Giordano è stato riportato
in termini univoci ed ha avuto riscontri precisi che la difesa non ha considerato (il
13

fratello Giovanni; l’intercettazione attesta che tutti si preparavano a compiere

duplice sopralluogo con l’auto X5, poco prima della rapina, riferita dal teste
Frattini; l’intercettazione n.30 attestante il rammarico del ricorrente per il
risultato deludente della rapina; i contatti telefonici con l’Esposito, organizzatore
dell’azione delittuosa).

6. Alla dichiarazione d’inammissibilità dei ricorsi, segue, a norma dell’articolo 616
c.p.p., la condanna dei ricorrenti Esposito Antonio, Donato Giovanni e Giordano
Stefano al pagamento delle spese del procedimento e ciascuno al pagamento a

somma ritenuta equa di C 1.000,00 (mille) a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di De Felice Luciano limitatamente al
trattamento sanzionatorio con rinvio ad altra sezione della corte di appello di
Milano; dichiara irrevocabile la sentenza in punto di responsabilità.
Dichiara inammissibili i ricorsi di Esposito Antonio, Donato Giovanni e Giordano
Stefano che condanna al pagamento delle spese processuali e ciascuno della
somma di C 1.000,00 alla Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il giorno 18 novembre 2015
L’estensore

Il Presidente

favore della Cassa delle Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA