Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 47217 del 18/11/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 47217 Anno 2015
Presidente: IPPOLITO FRANCESCO
Relatore: CITTERIO CARLO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CORTI STEFANO N. IL 01/08/1973
ZANARDELLI MARIO N. IL 08/12/1952
MARASSI MALIN VIVECA N. IL 07/09/1974
FIGUEROA MONTOYA FIDEL MARINO N. IL 15/08/1971
MARZOLI BRUNO CLAUDIO N. IL 31/07/1957
avverso la sentenza n. 2378/2014 CORTE APPELLO di BRESCIA, del
18/11/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 18/11/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. CARLO CITTERIO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
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Data Udienza: 18/11/2015

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RITENUTO IN FATTO
1. Si procede allo stato per reati di: associazione finalizzata al traffico illecito
di sostanze stupefacenti o psicotrope (art. 74, commi 1 e 2 dPR 309/90: in
provincia di Brescia fino al novembre 2011 epoca degli arresti, capo 1); concorso in
acquisto in sud America importazione nel territorio nazionale e comunque

c.p., 73 commi 1 e 6, 80 comma 2 dPR 309/90, aggravato anche ai sensi dell’art. 4
legge n. 146/2006: tra Colombia, provincia di Brescia e provincia di Lecco, in epoca
antecedente e successiva il 14.2.2008, capo 2); medesimo reato in relazione a
quantitativo di 256,455 kg di cocaina (tra Colombia e provincia di Brescia, in epoca
antecedente e fino al 3 agosto 2008: capo 3); medesimo reato in relazione a
quantitativo di circa 7 kg di cocaina (sequestrati il 1.8.2008 presso la Minuterie
metalliche di Stefano CORTI, in Lecco, con consumazione indicata in Panama,
provincia di Brescia e provincia di Lecco in epoca antecedente alla data del
sequestro: capo 4); medesimo reato in relazione a quantitativo di complessivi 334
kg di cocaina (contenuti in due container giunti al porto di Genova, con
consumazione indicata in provincia di Brescia tra Ome e Rodengo Salano e in altre
zone del medesimo distretto giudiziario nel periodo tra dicembre 2008 e novembre
2011, reati accertati con i sequestri il 25.10 e il 3.11.2011 in Genova: capo 5);
concorso in falsificazione e formazione di documenti di identità falsi, tra cui
passaporti e patenti, tutti riportanti l’effige di Bruno MARZOLI (cui erano sequestrati
il 14.8.2009 in Malaga: capo 11).

1.1 La Corte d’appello di Brescia in data 18.11.14-14.1.15 ha confermato le
condanne deliberate dal locale GUP in data 8.2.2014, tra gli altri e rispettivamente,
di:
– CORTI STEFANO: capi 1, 2, 4 e 5;
– ZANARDELLI MARIO: capi 1, 3, 5 limitatamente all’importazione dei kg
206,62 di cocaina;
– FIGUEROA MONTOYA FIDEL MARINO: capi 1, 2, 3 e 5;
– MARZOLI BRUNO CLAUDIO: capo 11 (limitatamente ai falsi).
Quanto a MARASSI MALIN VIVECA e in relazione al capo 5 limitatamente
all’importazione dei 127,57 kg di cocaina, la Corte distrettuale ha confermato
l’affermazione di colpevolezza, riducendo la pena previa esclusione della recidiva.

detenzione illecita di quantitativo non inferiore a 200 kg di cocaina (artt. 110, 81

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1.2 La Corte d’appello in particolare respingeva le rinnovate eccezioni di:
incompetenza territoriale proposte da più difese (che propugnavano la competenza
del Tribunale di Milano, competente distrettualmente rispetto al Tribunale di Lecco,
ex art. 51, comma 3, c.p.p., o, alcune, di quello di Genova): p. 65-75; difetto di
giurisdizione in relazione al capo 3 (difese ZANARDELLI e FIGUEROA MONTOYA): p.
78-80; mancata traduzione degli atti nella lingua conosciuta dall’imputato (difesa
FIGUEROA MONTOYA): p. 61-65; inconfigurabilità della circostanza aggravante ex

per i reati satelliti: p. 81-84.

2. Hanno proposto ricorso MARZOLI BRUNO CLAUDIO, ZANARDELLI MARIO,
MARASSI MALIN VIVECA, CORTI STEFANO, FIGUEROA MONTOYA FIDEL MARINO,
enunciando i corrispondenti seguenti motivi:

2.1 MARZOLI (avv. S. Arcai):
– 1. errata interpretazione degli artt. 477 e 482 c.p. perché, l’avere l’imputato
consegnato agli ignoti falsificatori dei documenti d’identità la propria fotografia
costituirebbe condotta idonea ad integrare non il concorso nella falsificazione per la
quale è intervenuta condanna, bensì solo un reato di uso o detenzione di
documento falso, di minor gravità;
– 2. (conseguente) errata interpretazione dell’art.

497-bis, comma 2, c.p.,

ritenuto configurabile solo nel caso di precedente materiale concorso nella
falsificazione, dovendosi quindi applicare nel caso concreto la meno grave
fattispecie del primo comma.

2.2 CORTI STEFANO (avv. P. Ferrari)
– 1. violazione di legge in relazione alla giudicata competenza territoriale del
Tribunale di Brescia anziché di quello di Milano, perché nessuno dei possibili criteri
la fonderebbe: non il primo dei reati fine (capo 2: Lecco e quindi Milano), non il
luogo di perfezionamento dell’accordo criminoso o quello dove la struttura
associativa ha da subito concretamente operato; gli originari omicidi Realini e
Signorelli, fatti prodromici della complessiva indagine, sarebbero irrilevanti nel
presente processo, la stessa associazione nell’impostazione accusatoria sarebbe
caratterizzata da due gruppi operativi distinti (BIANCHETTI-ZANARDELLI, CORTIMURACA), comunque CORTI mai avendo operato nel bresciano; irrilevante sarebbe
l’operare di parte non maggioritaria dei componenti nel bresciano;

art. 4 legge n. 146/2006 (già esclusa dal GUP per il reato associativo sub 1) anche

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– 2. inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione
all’aggravante della transanzionalità ed all’art. 4 legge n. 146/2006 contestata sui
reati fine; diversi essendo il reato transnazionale (art. 3) e l’aggravante speciale
(art. 4), nel nostro caso base operativa, pianificazione, preparazione e controllo
delle attività criminose sarebbero stati realizzati in Italia, tutto lo stupefacente
sarebbe destinato all’Italia nonostante parte delle condotte sia stata commessa
all’estero, nessuna autonoma e concorrente attività criminosa sarebbe stata

2.3 ZANARDELLI (ricorso formalmente personale):
– 1. violazione di legge e vizi della motivazione per la ritenuta competenza del
Tribunale di Brescia in relazione al reato associativo in luogo di quella in favore del
Tribunale di Milano ex art. 51, comma 3, c.p.p. o di Genova (luogo del tentativo di
importazione): più grave il reato associativo, nessuno dei possibili criteri
condurrebbe al Tribunale di Brescia (quanto all’attività associativa dovendosi aver
riguardo a quella del suo inizio e non al generico insieme delle attività criminali o a
quello della costituzione del sodalizio — p.4 ric.); nel caso concreto rileverebbe
quindi il primo reato (e pertanto Lecco e quindi Milano, quale luogo di destinazione
finale) o Genova ex art. 9 c.p.p. (quale luogo di sdoganamento dei container con la
cocaina);
– 2. medesimi vizi in relazione agli artt. 6, comma 2, 9 e 128, comma 2, c.p.p.
sul punto della carenza di giurisdizione dell’autorità giudiziaria italiana in ordine al
capo 3 (sequestro dei 256,45 kg. di cocaina eseguito in Colombia). La Corte
bresciana avrebbe sovrapposto i temi della giurisdizione e della responsabilità: per
le ragioni in fatto dedotte in ricorso sarebbe mancata alcuna prova della
partecipazione del ricorrente mediante il porre in essere in Italia porzione alcuna
della complessiva condotta, la presenza di Bianchetti in Italia nell’aprile 2008 in
relazione a questa vicenda non avrebbe riscontri alle sue sole dichiarazioni,
comunque neppure per alcun altro coimputato sarebbero state indicate specifiche
condotte Italiane’;
– 3. vizi alternativi della motivazione relativamente all’affermazione di
responsabilità per il capo 3: tenuto conto dell’epoca remota del fatto, la
ricostruzione dei Giudici del merito sarebbe solo congetturale in particolare nel
riferimento a questo episodio delle conversazioni intercettate intervenute a distanza
di anni, anche a fronte della pluralità di azioni criminose poste in essere nel tempo;
sarebbe lettura “quantomeno superficiale” quella data dalla Corte d’appello alla

consumata all’estero.

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documentazione allegata all’atto di impugnazione e relativa a comunicazione della
DEA 5.8.08 relativa al proprietario di Acqualift srl;
– 4. violazione di legge e vizi alternativi della motivazione in ordine alla
ritenuta partecipazione associativa: la Corte avrebbe valutato atomisticamente gli
elementi in fatto contrari alla tesi della consapevole partecipazione associativa del
ricorrente, in particolare in definitiva non indicando gli elementi dai quali trarre tale
consapevole volontà;
violazione dell’art. 4 legge n.146/2006 per la mancata sua esclusione

anche con riferimento ai reati fine: la ritenuta configurabilità dell’aggravante per i
reati fine (dopo la sua esclusione per il reato associativo) comporterebbe un duplice
punizione per la partecipazione ad associazione con ramificazioni all’estero;
-6. vizi della motivazione per il diniego delle attenuanti generiche;
– 7. Violazione di legge in relazione alla determinazione del reato più grave ex
art. 81 c.p., perché la recidiva per il reato sub 5 (considerato dalla Corte più grave
per tale ragione del reato sub 3, pur questo relativo a importazione di maggior
quantitativo) non dovrebbe essere considerata in quanto aggravante soggettiva;
– 8. Omessa motivazione sulla quantificazione della pena pecuniaria.

2.4 FIGUEROA MONTOYA (avv. Silvana Bianchi del Foro di Genova)
Il ricorso enuncia sei motivi, sulla mancata traduzione degli atti ‘fondamentali’
nella lingua dell’imputato, sull’affermazione di responsabilità per il capo 1 e
comunque la mancata derubricazione nell’ipotesi del capoverso, sull’affermazione
di responsabilità per i capi 2 e 3 (qui anche per il mancato riconoscimento
dell’ipotesi tentata) e 5.
Il testo del ricorso riproduce letteralmente l’atto d’appello, con accorgimenti
grafici per sostituire i riferimenti al primo Giudice con quelli alla Corte d’appello,
senza alcuna deduzione che si confronti, tanto meno espressamente, con le
articolate risposte del Giudice di secondo grado.
L’ultimo motivo (sesto) enuncia generico riferimento alle lettere B ed E
dell’art. 606 c.p.p. per lamentare la negata applicazione delle attenuanti generiche,
la quantificazione della pena base e degli aumenti per la continuazione: svolge su
tali punti della decisione argomentazioni di merito e pure in questo caso senza
alcun confronto con quanto su di essi motivato dalla Corte distrettuale a p. 97.

2.5 MARASSI ( avv. F. Silva):
– 1. violazione di legge per la ritenuta competenza del Tribunale di Brescia in
relazione al reato associativo in luogo di quella in favore del Tribunale di Milano ex

-5.

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art. 51, comma 3, c.p.p. o di Genova (luogo del tentativo di importazione),
emergendo poi quanto alla ricorrente prova evidente della sua estraneità allo stesso
(attestata già dal Tribunale del riesame);
– 2. violazione di legge e vizi alternativi della motivazione sulla ritenuta
consumazione del reato di importazione prima dell’arrivo dei containers nel confine
territoriale italiano: dalle fonti di prova indicate in ricorso risulterebbe che nessun
acquisto era stato concluso all’estero da Bianchetti quale

dominus dell’intera

protagonisti sull’arrivo del container al porto di Genova confermava l’autonoma
iniziativa dei fornitori colombiani e quindi l’assenza di alcuna autonoma detenzione
dello stupefacente anche solo sotto il profilo della gestione dello sdoganamento;
– 3. violazione di legge e vizi della motivazione in ordine all’aggravante ex art.
4 legge n. 146/2006, ritenuta sussistente, in relazione al capo 5 e a carico della
ricorrente, per la sua giudicata non appartenenza all’associazione, nonostante fosse
stato giudizialmente accertato già dal GUP l’inesistenza di un ulteriore gruppo
criminale, con esito intrinsecamente contraddittorio della complessiva ricostruzione;
– 4. medesimi vizi per la giudicata non soggezione della medesima aggravante
al giudizio di bilanciamento tra circostanze, che non sarebbe precluso dal richiamo
all’art. 7 comma 2 del di n. 152/91;
– 5. Medesimi vizi per la non applicazione dell’art. 73, comma 7, dPR 309/90,
avendo le sentenze di merito riconosciuto la valenza di riscontro delle dichiarazioni
rese dalla donna il giorno dopo il proprio fermo e la loro funzione di ‘sblocco’ delle
reticenze di altri coimputati; secondo la ricorrente non sarebbe vero aver ella
taciuto e negato il coinvolgimento dei fratelli Corti;
-6. Medesimi vizi sulla quantificazione della pena (determinazione di quella
base, giudizio di bilanciamento tra le circostanze generiche e quelle dell’ingente
quantità e del numero delle persone).

RAGIONI DELLA DECISIONE

3. E’ fondato l’ultimo motivo del ricorso di ZANARDELLI, che va rigettato nel
resto. I ricorsi di CORTI e MARASSI devono essere rigettati. I ricorsi di FIGUEROA
MONTOYA e MARZOLI devono essere dichiarati inammissibili.
Conseguente è la condanna di CORTI, MARASSI, FIGUEROA MONTOYA e
MARZOLI al pagamento delle spese processuali, nonché degli ultimi due anche
ciascuno della somma di euro 1.500, equa ai casi, in favore della Cassa delle
ammende.

operazione, prima della spedizione; la documentata inconsapevolezza dei vari

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4.

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Vanno preliminarmente trattati i motivi comuni che ripropongono

l’eccezione di incompetenza per territorio e la non configurabilità dell’aggravante ex
art. 4 legge n. 146/2006 ai reati-fine.

4.1 L’eccezione di incompetenza territoriale è stata riproposta nei ricorsi di
CORTI, ZANARDELLI, MARASSI (il ricorso di FIGUEROA MONTOYA per quanto si dirà
è originariamente inammissibile per la sua struttura connpositiva).

inammissibile per tardività.
Questa Corte ha infatti già affermato il principio di diritto che l’eccezione di
incompetenza territoriale è compatibile con il rito abbreviato, ma deve essere
riproposta “in limine al giudizio” anche quando si è proceduto con udienza
preliminare e in essa la questione sia già stata proposta e respinta (Sez. U. sent.
27996/12 e Sez.6 sent. 2326/2015). Nel nostro caso, risulta dalla sentenza di
primo grado (p.1) che la questione di competenza territoriale è stata posta
nell’udienza preliminare, è stata decisa positivamente per alcune posizioni, con
deliberazione di sentenza, e respinta per altre, tra cui quelle degli odierni ricorrenti,
con ordinanza deliberata all’udienza del 22 ottobre 2013 (v. anche p. 65 sent.
app.); successivamente sono state accolte le richieste di giudizio abbreviato
formulate il 23 ed il 30 ottobre dagli imputati “residuati” alla sentenza dichiarativa
di incompetenza. L’intestazione della sentenza di primo grado da atto che la
questione di competenza è stata riproposta solo nelle conclusioni presentate in esito
alla discussione, dopo le udienze dedicate a parziale attività istruttoria. Né la
sentenza né i ricorsi indicano invece che tale questione sia stata riproposta “in
limine al giudizio”, del resto questi ultimi facendo riferimento esclusivamente
all’ordinanza deliberata dal GUP il 22 ottobre.
Solo per opportuna completezza va osservato che i motivi sarebbero
comunque infondati, costituendo riproposizione di una lettura in fatto degli
accadimenti storici e della loro rilevanza per incardinare competenza territoriale
diversa da quella giudicata, e da questo disattesa con motivazione specifica attenta
alle distinte deduzioni e non palesemente incongrua alle fonti di prova richiamate
(p. 72); in particolare la Corte bresciana ha spiegato, in termini articolati e attenti
alle deduzioni difensive devolutele (p. 66-68), che il fatto come descritto
nell’imputazione originaria, alla luce degli atti e degli elementi informativi
disponibili, risultava coerente alla sia originaria che permanente centralità, per tutti
gli imputati, della posizione Bianchetti e del suo operare, coinvolgente e

Osserva la Corte che con assorbente rilievo l’eccezione va dichiarata

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determinante l’intera struttura di collegamento, dal territorio bresciano (p. 72ss, in
particolare 74 e 75).

4.2 Il motivo sulla non applicabilità dell’aggravante ex art. 4 legge n.
146/2006 ai reati-fine dopo che, come nella fattispecie, per il reato associativo la
medesima aggravante sia stata esclusa, è infondato.
Con sentenza Sez.6 n. 53118/14 è stato affermato il principio di diritto che il

16 marzo 2006, n. 146, ad un reato di associazione per delinquere non ne esclude
la possibilità di applicazione ad altri singoli delitti (nella specie in materia di illecita
detenzione e porto d’armi) preparati, pianificati e commessi nel territorio di più
Stati, e riferibili ad un gruppo criminale organizzato. In particolare sul punto la
sentenza richiamata osserva che «l’avvenuta esclusione della transnazionalita’ del
sodalizio non risulta affatto incompatibile con la successiva attribuzione della
connotazione di “transnazionalità ai singoli reati in tema di armi”, in quanto trattasi
di delitti (detenzione e porto) preparati, pianificati e commessi nel territorio di più
Stati (L. 16 marzo 2006, n. 146, art. 3, comma 1) e riferibili ad un gruppo criminale
organizzato».
Il Collegio non ignora che almeno altre due sentenze hanno affermato il
principio contrario: Sez.6 sent. 31972/13 e Sez. 6 sent. 44435/15, sostanzialmente
subordinano anche per i reati fine la configurabilità della circostanza aggravante di
cui all’art. 4 legge 16 marzo 2006, n. 146, all’apporto di un gruppo organizzato
distinto da quello cui è riferibile il reato. La sentenza 31972/13 è quella cui nel
processo hanno fatto principale riferimento le difese e che i Giudici di primo grado e
d’appello hanno con specifica argomentazione disatteso.
Si deve osservare che le tre sentenze non paiono approfondire specificamente
le ragioni che conducono alle due soluzioni, sostanzialmente la motivazione sul
punto risolvendosi nell’affermazione del principio.

4.3 E’ allora necessario, come avvertito dai Giudici del merito, confrontarsi
con la motivazione della sentenza n. 18374/13 con cui le Sezioni Unite hanno
escluso l’applicabilità della speciale aggravante della transnazionalità, prevista
dall’art. 4 della legge n. 146 del 2006, al reato associativo quando il gruppo
criminale organizzato transnazionale coincida con l’associazione a delinquere.
Occorre infatti verificare se da tale sentenza si traggano elementi per
affermare che già le Sezioni unite si sono poste ed hanno risolto il quesito se i reatifine commessi nel contesto del programma associativo di un’associazione, che ha le

mancato riconoscimento dell’aggravante della transnazionalità di cui all’art. 4 legge

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caratteristiche della transnazionalità ma opera senza apporto di un gruppo
organizzato almeno in parte ad essa esterno, possano essere aggravati ex art. 4
legge 146/2006.
Si deve in proposito considerare che:
– la sentenza delibera su un caso in cui:
• era intervenuto `patteggiamento’ per un reato associativo e per reati-fine
commessi nel contesto dell’operare dell’associazione;

• l’aggravante ex art. 4 era stata contestata e ritenuta sia per il delitto
associativo che per i reati-fine;
. la soluzione del caso è che nella fattispecie non vi era immedesimazione e la
Corte rigetta il ricorso pertinente sul reato associativo (unico per il quale il
ricorrente aveva posto la questione), respingendo anche i motivi sulla
configurabilità dell’aggravante speciale per i reati-satelliti, la cui applicazione era
stata contestata per ragioni diverse dal collegamento con il reato associativo;
– la questione di diritto che è stata esaminata dalle Sezioni Unite è indicata in
sentenza in questi termini: <> (p. 6/7 punto 2);
– quando presentano i termini del contrasto che ha condotto alla rimessione
del processo, le Sezioni Unite danno conto di un orientamento che afferma poter
l’aggravante accedere ai soli reati costituenti la diretta manifestazione dell’attività
del gruppo (cd. reati-fine dell’associazione) ovvero di quelli ai quali il gruppo abbia
prestato un contributo causale; e di un secondo che è nel senso di ritenere invece
applicabile l’aggravante anche al reato associativo (p. 7 punto 4);
– valutando il significato del parametro `riferibilità’, le Sezioni Unite indicano
anche il contributo alla commissione del reato offerto da uno o più adepti del
gruppo organizzato, anche in adempimento del programma criminale dello stesso
sodalizio (p. 11);
– argomentando il significato della locuzione “dare il contributo” si indica il
prestare un apporto causalmente rilevante, in chiave di causalità materiale, nel
senso che la commissione di un qualsiasi reato in ambito nazionale, purché punito
con la reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, deve essere
determinata, od anche solo agevolata, in tutto od in parte, dall’apporto
deterministico — quale esso sia — di un gruppo criminale organizzato transnazionale
(p. 13 punto 7.4);

• l’associazione presentava i requisiti della transnazionalità;

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• (espressamente) si afferma «Alla stregua dei dati normativi e delle linee
ispiratrici della Convenzione non è dato, infatti, ravvisare ragione alcuna perché la
particolare aggravante possa applicarsi ai soli reati-fine e non anche al reato
associativo, che costituisce il mezzo per la relativa consumazione» (p. 14, punto
7.6);
• ancora: «quel che occorre, ai fini dell’operatività dell’aggravante, è che alla
commissione del reato oggetto di aggravamento abbia dato il suo contributo un

• ed infine: «dei reati-fine rispondono soltanto coloro che materialmente o
moralmente hanno dato un effettivo contributo, causalmente rilevante, volontario e
consapevole all’attuazione della singola condotta criminosa, alla stregua dei comuni
principi in tema di concorso di persone nel reato…» (p. 18);
– viene evidenziata considerazione (prospettata in termini di autonoma
decisività) della disciplina dell’art. 61 c.p., secondo cui le circostanze positivamente
previste aggravano il reato quando non ne sono elementi costitutivi (p. 16);
– i motivi sulla contestazione dell’aggravante ex art.4 per i reati-satelliti di
bancarotta fraudolenta impropria e tributari (punti 8.3 e 8.4 p. 20) vengono
rigettati.

4.4 E’ vero che, come ricordato, nel caso di cui le Sezioni Unite si sono
occupate, il ricorso è stato rigettato anche in relazione al reato associativo,
essendosi giudicato essere stata motivata la non sovrapposizione
gruppo/associazione.
Ma considerando unitariamente i dati appena esposti, pare innanzitutto
doversi senz’altro escludere che le Sezioni Unite abbiano in tale contesto affermato
un espresso principio di diritto, secondo il quale quando il reato associativo è pure
transnazionale (sicché vi è sovrapposizione/immedesimazione tra gruppo criminale
organizzato e associazione a delinquere) anche i reati-fine consumati da alcuni dei
partecipi non tollerano, per incompatibilità sistematica, l’aggravante ex art. 4 legge
n. 146 del 2006.
Per contro: il quesito di diritto concretamente individuato (che, come
efficacemente osservato dalla Corte d’appello, in concreto presuppone una generale
applicazione dell’aggravante, in ogni caso, ai reati-fine, quando caratterizzati dal
‘contributo’ del gruppo organizzato/associazione); l’indicazione di un contrasto
giurisprudenziale che è solo afferente il reato associativo e non i reati-fine;
l’insistenza nell’evidenziare le caratteristiche di autonomia dei reati-fine, pur
congrui al disegno associativo, anche quando consumati da alcuni dei partecipi

gruppo dedito ad attività criminali a livello internazionale» (p. 17, punto 7.8);

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all’associazione, rispetto al reato associativo; la non ostatività dell’art. 61 c.p. nel
caso dei reati-satellite (giacchè la circostanza non potrebbe mai essere considerata
elemento costitutivo del reato-fine diverso dal reato associativo); la complessiva
struttura del ragionamento logico-giuridico (che in definitiva muove dalla
considerazione che l’aggravante si applica a tutti i reati che abbiano le
caratteristiche indicate dalla norma e dall’assenza di motivi per sottrarre il reato
associativo in sé a tale regola generale, per giungere all’individuazione del solo caso

criminale transnazionale e associazione a delinquere —): sono tutti momenti del
percorso argomentativo che paiono univocamente convergere all’affermazione,
implicita ma inevitabile, di un opposto principio di diritto. Principio che del resto si
manifesta conforme e coerente con: la lettera della norma, la sua ragione
(efficacemente ricordata dalle Sezioni Unite: p. 9 e 10), la natura di sostanziale
eccezione a una diversa regola generale che (nella motivazione delle Sezioni Unite)
caratterizza la sottrazione del reato associativo alla compatibilità con l’aggravante
speciale (nel solo caso in cui gruppo organizzativo criminale transnazionale e
associazione per delinquere coincidano).
Si osservi che, con valenza sistematica significativamente convergente,
proprio il caso oggi a giudizio richiama l’attenzione su una conseguenza
obiettivamente paradossale cui condurrebbe il principio dell’incompatibilità
dell’aggravante della transnazionalità con i reati-fine consumati nel contesto
programmatico, o con l’apporto, di un gruppo organizzativo criminale
transnazionale che sia anche associazione per delinquere.
La evidenzia la posizione della ricorrente MARASSI: risponde di un reato-fine,
comunque di un reato consumato con l’apporto del gruppo/associazione, ma non è
partecipe di tale gruppo/associazione (essendo stata assolta dal pertinente reato).
La Corte bresciana, rispondendo al motivo sull’aggravante speciale devolutole dalla
difesa, ha puntualmente osservato che comunque questa imputata, estranea al
reato associativo, dovrebbe rispondere dell’ipotesi aggravata, perché nei suoi
confronti non sussisterebbe alcuna sovrapposizione/immedesimazione dei fenomeni
criminali.
Il paradosso evidente, che quindi sorge quando si consideri la sorte del
concorrente (non associato) nel reato-fine, o nel reato consumato con l’apporto del
gruppo/associazione, o a beneficio di questo, è nell’insostenibilità sistematica delle
due alternative possibili: o di fatto mutare la natura di un’aggravante oggettiva in
soggettiva (quindi configurabile solo a carico di alcuni dei concorrenti in ragione del
loro rapporto personale con il gruppo/associazione); o estendere al concorrente non

in cui tale sottrazione deve avvenire — la sovrapposizione tra gruppo organizzato

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associato la ‘copertura’ che la sovrapposizione/immedesimazione, in ipotesi,
offrirebbe, anche per tali reati, al solo associato.
Si tratta in realtà di un paradosso che viene a confermare la coerenza
sistematica della sola interpretazione secondo cui la circostanza aggravante ex art.
4 legge n. 146 del 2006 si applica anche ai reati-fine consumati, integralmente o in
parte, da appartenenti ad associazione per delinquere che si immedesimi nel

5.

Il primo motivo del ricorso MARZOLI è manifestamente infondato.

Correttamente i Giudici del merito hanno ritenuto configurato il concorso nel reato
di falsificazione e formazione di documenti di identità falsi nella condotta del
consapevole fornire fotografie della propria persona, indispensabile per il
completamento della contraffazione.
Il secondo motivo (secondo lo stesso ricorso dipendente dal primo) è
assorbito.

6. Il ricorso di CORTI va rigettato.
Per quanto argomentato sub 4.1 e 4.2-4.4 i due motivi sono infatti infondati.
E’ invece inammissibile la parte del secondo motivo che censura la ricorrenza
nelle fattispecie oggetto dei reati-fine ascritti al ricorrente dei presupposti della
transnazionalità. Già la Corte d’appello aveva rilevato l’assoluta genericità della
prospettazione del motivo, che nel ricorso per cassazione si arricchisce di una
tardiva specificazione in fatto, al tempo stesso nuova e diversa dal consentito.

7.

Il primo motivo del ricorso di ZANARDELLI è infondato per quanto

argomentato sub 4.1.
Il secondo motivo è diverso da quelli consentiti. A fronte di motivazione
specifica della Corte d’appello ad analoga doglianza (p. 78, in particolare 79, 80
della sentenza impugnata), il ricorrente reitera deduzioni già disattese e, in
particolare, fonda tale riproposizione su considerazioni in fatto del tutto diverse e
ben più ampie di quelle in concreto e sole prospettate al Giudice d’appello (punto
2°, p. 6 atto appello), consegnando così il motivo a precluso merito.
Il terzo motivo è inammissibile perché generico e in fatto, a fronte di specifica
motivazione d’appello sulla corrispondente doglianza (p. 108.111).
Il quarto motivo è generico laddove non si confronta specificamente con
quanto argomentato, in termini certamente non apparenti, dalla Corte bresciana (p.
112).

gruppo organizzato criminale transnazionale.

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Il quinto motivo è infondato per quanto argomentato ai paragrafi 4.2-4.4.
Il sesto motivo si risolve in preclusa censura di merito, essendovi stata sul
punto motivazione specifica (p. 113).
Il settimo motivo è manifestamente infondato perché, nei termini in cui
concretamente prospettato, ancorato a regola di diritto inesistente (l’irrilevanza
della recidiva nella determinazione del reato più grave: contra art. 81, comma 4,
c.p.).

8.1 L’ottavo motivo è fondato.
Nel motivo d’appello 5 C (p. 20) ZANARDELLI chiedeva la riduzione della pena
base, inflittagli in primo grado nella misura di anni 10 di reclusione ed euro 150.000
di multa. La somma, in particolare, veniva criticata come assolutamente
sproporzionata, con deduzione apposita.
La Corte d’appello sul punto ha risposto con esclusivo riferimento alla
quantificazione della pena detentiva (p. 113).
Risulta quindi allo stato priva di motivazione la conferma della quantificazione
della pena pecuniaria, senza che dal contesto della motivazione sui vari motivi e
punti afferenti il trattamento sanzionatorio possa trarsi indicazione anche implicita.
Conseguentemente la sentenza impugnata deve essere annullata sul punto,
con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia per nuovo giudizio sul
punto.
Poiché la quantificazione della pena pecuniaria è punto della decisione del
tutto autonomo e indipendente, nella fattispecie, rispetto a quello relativo alla
quantificazione della pena detentiva, la deliberazione relativa a quest’ultimo diviene
irrevocabile con l’odierna sentenza, stante la reiezione degli altri motivi. Il che va
attestato nel dispositivo, ai sensi dell’art. 624, comma 2 prima parte, cod. proc.
pen..

8. Il ricorso di FIGUEROA MONTOYA deve essere dichiarato inammissibile.
Il confronto tra l’atto di ricorso e l’atto d’appello manifesta l’assoluta
sostanziale sovrapponibilità dei due atti di impugnazione, salvo i minimi
accorgimenti grafici necessari per includere anche la Corte d’appello, insieme con il
GUP, nel testo e del tutto marginali differenze (consistenti per lo più nella non
riproduzione in ricorso di parti conclusive dell’enunciazione dei singoli motivi nella
prima impugnazione): Sez.6 sent. 8700/2013 e 34521/13.

Il ricorso va pertanto rigettato con riferimento a tali motivi.

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Ciò determina due ragioni di inammissibilità: l’assoluta genericità dei motivi,
che ignorano del tutto le pur articolate risposte che la Corte distrettuale ha fornito
alle varie doglianze devolutele, e riproposte nel ricorso (per tutte, Sez.2 sent.
18826/12, Sez.4 sent. 34270/07, Sez.5 sent. 11933/05); la diversità dei motivi da
quelli consentiti, perché devoluto merito al Giudice d’appello, merito rimane anche
sotto l’epigrafe di ricorso. La conclusione riguarda anche

i motivi che enunciano

apparentemente questioni di diritto: aver infatti ignorato le articolate risposte della

che sono state oggetto di specifica valutazione e che, quando come nella fattispecie
ignorano le argomentazioni della corrispondente specifica valutazione giudiziale, si
risolvono nella censura generica di merito.

9. Il ricorso di MARASSI deve essere rigettato.
Primo e terzo motivo sono infondati per le ragioni indicate ai precedenti
paragrafi 4.1 e 4.2-4.4
Il secondo motivo è inammissibile perché manifestamente infondato e al
tempo stesso generico. La Corte distrettuale ha risposto specificamente alla
corrispondente doglianza (p. 75 ss.), evidenziando tra l’altro come anche per
propria dichiarazione la ricorrente, che aveva pattuito per la propria disponibilità un
compenso assolutamente significativo e anomalo, fosse invece informata sul
tragitto e si fosse attivata perchè la consegna avvenisse efficacemente. Del resto, la
ricostruzione di spedizione e arrivo del container in termini di autonoma iniziativa
dei fornitori colombiani è prospettazione sostanzialmente generica e in sé del tutto
illogica (atteso il quantitativo del carico ed il suo valore).
Il quarto motivo è manifestamente infondato. La lettera della norma è palese;
la ratio altrettanto; ciò che da lettera e struttura sistematica risulta già palese è
confermato anche dalle Sezioni Unite (sentenza 18374/13, ultimo periodo di punto
5, p. 8). Né il riferimento alle Sezioni Unite conferisce dignità di questione giuridica
aperta sul punto (sì da consentire l’apprezzamento di infondatezza e non di
inammissibilità del motivo) perché le stesse affrontano il tema solo in sede di
descrizione complessiva della disciplina, nessun contrasto essendovi nella
giurisprudenza di questa Corte su tale punto.
Quinto e sesto motivo sono inammissibili perché risolventisi in censure di
merito precluse in questa sede, a fronte di specifica e articolata motivazione della
Corte bresciana anche su tali due punti (p. 99 e 100).

1

Corte distrettuale ha determinato la riproposizione di necessarie premesse fattuali

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P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di ZANARDELLI limitatamente alla
quantificazione della pena pecuniaria. Rigetta nel resto il ricorso e, ai sensi dell’art.
624 c.p.p. dichiara esecutiva nei suoi confronti la pena detentiva.
Rigetta i ricorsi di CORTI e MARASSI, che condanna al pagamento delle spese
processuali.
Dichiara inammissibili i ricorsi di MARZOLI e FIGUEROA MONTOYA e condanna

1500 in favore della Cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, il 18.11.2015

i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di euro

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