Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 46790 del 28/09/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 46790 Anno 2015
Presidente: AGRO’ ANTONIO
Relatore: ROTUNDO VINCENZO

Data Udienza: 28/09/2015

SENTENZA
sul ricorso proposto ex art. 625 bis c.p.p. nell’interesse di Izzo Federico, nato a
Cercola (Na) il 20-11-78, avverso la sentenza in data 19-12-14 della Sezione
2° penale di questa Corte di Cassazione.
Udita la relazione svolta dal Consigliere, dott. Vincenzo Rotundo.
FATTO E DIRITTO
1 .-. Izzo Federico ha proposto, tramite il suo difensore, ricorso per cassazione ai
sensi dell’art. 625 bis c.p.p. avverso la sentenza indicata in epigrafe, con la quale
la Sezione 2° penale di questa Corte di Cassazione, in data 19-12-14, ha rigettato
il ricorso da lui avanzato avverso la sentenza del 18-12-13 della Corte di Appello
di Napoli.
Il ricorrente sostiene che la sentenza da lui impugnata con ricorso straordinario
sarebbe incorsa in errore di fatto, là dove, per escludere la richiesta applicazione
della continuazione tra il delitto di tentata estorsione aggravata commesso in
Portici il 17-2-2011 ed i reati di cui agli artt. 629, co. 1 e 2, in rel. all’art 629 c.p.,
e 7 Legge 203/91 commessi in Portici nel dicembre 2010, avrebbe, per mera
svista, applicato i criteri relativi alla continuazione tra reato associativo e reatifine.
2 .-. Il ricorso é inammissibile per manifesta infondatezza.
Ai fini dell’individuazione dell’errore di fatto di cui all’art. 625 bis c.p.p., tale deve
ritenersi solo quello che sia: (a) costituito da sviste o errori di percezione nei quali
sia incorsa la Corte nella lettura degli atti del giudizio di legittimità; (b) connotato
dall’influenza esercitata sulla decisione (in tal senso “viziata”) dalla inesatta
percezione di dati processuali, il cui svisamento conduce ad una sentenza diversa
da quella che sarebbe adottata senza l’errore di fatto (la cui ingiustizia o invalidità
costituiscono, in altri termini, effetto di detto errore).
In applicazione dei predetti principi (v: S. U. n. 16103 del 27.3.2002, Basile) deve
affermarsi che:
– va escluso ogni errore valutativo o di giudizio;
– l’errore di fatto censurabile, secondo il dettato dell’art. 625 bis c.p.p., deve
consistere in una inesatta percezione di risultanze direttamente ricavabili da atti
relativi al giudizio di Cassazione, e, per usare la terminologia dell’art. 395 c.p.c.,
n. 4, cui si è implicitamente rifatto il legislatore nella introduzione dell’art. 625 bis
c.p.p., nel supporre “la esistenza di un fatto la cui verità è incontrastabilmente

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esclusa” ovvero nel supporre “l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente
stabilita”, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso “se il fatto non costituì un punto
controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunziare”;
– esso (l’errore di fatto) deve inoltre rivestire “inderogabile carattere decisivo”,
deve cioè necessariamente tradursi, per legittimare il ricorso straordinario,
“nell’erronea supposizione di un fatto realmente influente sull’esito del processo,
con conseguente incidenza effettiva sul contenuto del provvedimento col quale si
è concluso il giudizio di legittimità”;
– deve escludersi che nell’area dell’errore di fatto denunziabile con ricorso
straordinario possa essere ricondotto l’errore percettivo non inerente al processo
formativo della volontà del giudice di legittimità.
In definitiva, esulando dall’errore di fatto ogni profilo di diritto o valutativo, esso
coincide con l’errore revocatorio -secondo l’accezione che vede in esso il
travisamento degli atti nelle due forme della “invenzione” o della “omissione”- in
cui sia incorsa la stessa Corte di Cassazione nella lettura degli atti del suo
giudizio. La prevalente giurisprudenza di questa Corte e le Sezioni unite
ammettono poi che l’omesso esame di un motivo o di una specifica deduzione
possa costituire, anziché mera lacuna motivazionale, “errore di fatto”, quando
fermi i limiti prima segnati: (a) esso risulti dipeso “da una vera e propria svista
materiale, ossia da una disattenzione di ordine meramente percettivo, che abbia
causato l’erronea supposizione dell’inesistenza della censura”; (b) dalla mancata
lettura discenda, secondo “un rapporto di derivazione causale necessaria”, una
decisione che può ritenersi incontrovertibilmente diversa da quella che sarebbe
stata adottata a seguito della considerazione del motivo.
3 .-. Alla luce delle sovraesposte considerazioni, deve in primo luogo rilevarsi
che, contrariamente a quanto affermato in ricorso, le lacune da cui, a detta del
ricorrente, sarebbe affetta la sentenza impugnata non possono in alcun modo
inquadrarsi nell’errore di fatto di cui all’art. 625 bis c.p.p., trattandosi con tutta
evidenza di eventuali errori di natura valutativa.
In secondo luogo deve rilevarsi che l’asserito errore (nel quale, a detta del
ricorrente, sarebbe incorsa la sentenza impugnata) in realtà non è riscontrabile
nella motivazione della decisione. Infatti nella parte motiva la Sezione 2° penale
di questa Corte, dopo avere correttamente inquadrato il problema sollevato dal
ricorrente (la ravvisabilità del vincolo della continuazione tra i reati di estorsione
di cui al presente processo e il reato di tentata estorsione aggravata del 1991 per il
quale Izzo era stato condannato con sentenza definitiva), ha osservato che
correttamente la Corte di merito aveva escluso tale vincolo in considerazione
della estemporaneità delle condotte e della assoluta assenza di qualsivoglia Mio
piano criminoso per tutti gli episodi. Si tratta di argomenti più che validi e
sufficienti, indipendentemente dall’improprio successivo riferimento alla tematica
della configurabilità della continuazione tra reato associativo e reati-fine.
4 .-. Alla inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla cassa delle
ammende che, in relazione ai motivi dell’inammissibilità, si stima equo
determinare in euro millecinquecento.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro millecinquecento alla Cassa delle
Ammende.
così deciso in Roma, all’udienza del 28-9-15.

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