Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 46410 del 05/11/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 46410 Anno 2015
Presidente: ROMIS VINCENZO
Relatore: PAVICH GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BUSIELLO ANTONIO N. IL 05/02/1977
avverso la sentenza n. 12883/2009 CORTE APPELLO di NAPOLI, del
13/05/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 05/11/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. GIUSEPPE PAVICH
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
che ha concluso per e
fit ozzemo
141.4~ g.; (4.40.1,0 444.

Udito, per la p e civile, l’Avv
Uditi di nsor Avv.

ezi w.f4A4,9

Data Udienza: 05/11/2015

,

RITENUTO IN FATTO
1. – Il difensore di BUSIELLO Antonio propone ricorso avverso la sentenza in
epigrafe, confermativa della sentenza del GIP presso il Tribunale di Santa Maria
Capua Vetere in data 22.4.2009, con la quale il BUSIELLO era stato condannato
alla pena di anni 4 di reclusione ed € 20.000 di multa in relazione a reato p. e p.
dagli artt. 81 c.p. e 73 D.P.R. 309/1990, accertato tra il novembre 2006 e il
gennaio 2007 e riferito alla detenzione di quantità imprecisata di sostanza
stupefacente del tipo cocaina, di cui si approvvigionava dall’associazione per

Arzano, Melito e Secondigliano, sostanza che egli provvedeva a cedere in singole
dosi agli svariati clienti che lo contattavano sulla sua utenza cellulare o con i
quali entrava in contatto utilizzando la linea telefonica della Casa di cura presso
la quale lo stesso BUSIELLO esercitava funzioni di centralinista, fingendo di
organizzare fantomatiche e convenzionalmente definite “partite di calcetto”.
1.1. – Con il primo motivo di ricorso, viene denunciata la violazione dell’art.
192 c.p.p., riferita alla motivazione riduttiva con cui la Corte di merito rigettava
le doglianze difensive in ordine alla valutazione delle prove, limitandosi -secondo
il ricorrente- a richiamare le argomentazioni del giudice di prime cure, e ad
escludere che il tenore delle conversazioni intercettate (sulle quali si fondava il
convincimento di colpevolezza del BUSIELLO) potesse essere interpretabile in
modo alternativo, senza però spiegare (pur a fronte delle doglianze difensive)
quali criteri fossero stati utilizzati per “decodificare” le conversazioni e ricondurre
il tenore delle stesse ai reati contestati, né fornire elementi di riscontro al
contenuto delle captazioni.
1.2. – Con il secondo motivo di ricorso, viene censurata l’illogicità della
motivazione della sentenza impugnata con riferimento al mancato
riconoscimento dell’ipotesi lieve di cui all’art. 73, comma V, D.P.R. 309/1990,
motivazione basata -secondo il ricorrente- su mere formule di stile e senza dar
conto dei criteri adottati e degli elementi probatori posti a fondamento del
giudizio.
1.3. – Con il terzo motivo di ricorso, si duole il ricorrente della mancanza e
manifesta illogicità della motivazione in ordine alla determinazione della pena e
alle ragioni con cui veniva disattesa la richiesta difensiva di riduzione della pena
stessa.
CONSIDERATO IN DIRITTO
2. – Il primo motivo è infondato.
2.1. – La sentenza impugnata, nel confermare la statuizione di condanna
emessa in prime cure a carico del ricorrente, fa riferimento al compendio
probatorio costituito dalle intercettazioni di conversazioni dalle quali è stata

delinquere facente capo a tal Sacchettino Pasquale ed operante nei comuni di

ritenuta con certezza la fondatezza dell’assunto accusatorio circa l’attività di
detenzione e di successivo spaccio di stupefacente, di natura e quantità rimaste
imprecisate, attribuita al BUSIELLO.
Le argomentazioni logiche della Corte territoriale fanno riferimento al
contenuto di alcune conversazioni (specificamente indicate con i rispettivi
estremi) in base alle quali, sulla scorta di una valutazione logico-empirica e di
un’analisi della pertinenza di frasi e parole captate alla luce di elementi fattuali
riferiti al BUSIELLO, viene esclusa l’affidabilità letterale del contenuto delle

convenzionale, il cui significato sottostante, conclude la Corte di merito con
articolato percorso motivazionale, non può che essere riconducibile in via logica
ad approvvigionamenti, richieste, offerte e cessioni di droga. A ben vedere
tuttavia, oltre alle appena richiamate argomentazioni logiche enunciate
nell’impugnata sentenza, non mancano in atti ulteriori elementi di segno
sostanzialmente confermativo sul piano della decodificazione delle conversazioni
intercettate nel senso indicato dalla Corte di merito: ed invero, in particolare, la
lettura della motivazione della sentenza di primo grado -per le finalità
integrative adottabili in caso di “doppia conforme”- dà conto delle parziali
ammissioni dell’imputato in sede di interrogatorio circa il fatto che alcune
telefonate si riferissero a suoi acquisti di stupefacente (a suo dire, per uso
esclusivamente personale o al più per occasionale condivisione con i suoi amici),
dato assai rilevante in quanto offre conferma alle deduzioni logiche dei giudici di
merito circa il reale significato delle espressioni criptate -riferibile a sostanze
stupefacenti- e consente altresì di dare alle conversazioni riportate nella
decisione impugnata e in quella emessa in prime cure un significato non solo
univoco e incontrovertibile, ma altresì rilevante e decisivo per desumere che
dette conversazioni siano sottese a condotte qualificabili

ex art. 73 D.P.R.

309/1990.
Invero, nelle conversazioni cui fa riferimento la Corte di merito (e ancor più
ampiamente in quelle riportate nella sentenza di primo grado) vi sono frasi
riferibili non solo ad acquisti da parte del BUSIELLO (che, come si è visto, ha
ammesso di essersi approvvigionato di droga), ma anche alla sua disponibilità di
sostanza stupefacente ad evidenti fini di cessione a terzi -es. il suo richiamo alla
disponibilità della “bomba” di cui alla conversazione n. 172-, a richieste da parte
di terzi -es. nella conv. N. 558-, a offerte, promesse o cessioni da parte dello
stesso ricorrente -es. nella conv. N. 784-.
Orbene, ciò premesso, è noto che la prova dei reati di illecita detenzione e di
spaccio non deriva soltanto dal rinvenimento dello stupefacente, potendosi
desumere anche da altre risultanze probatorie (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 19712

stesse e se ne ricava invece l’adozione di un linguaggio criptico di tipo

del 06/02/2015; e yds. altresì Cass. sez. 4, 18 novembre 2009 n. 48008; Cass.
sez. 4, 28 ottobre 2005 n. 46299; Cass. sez. 6, 14 ottobre 1986 n. 13904).
Nella specie, a ben vedere, gli elementi a carico del ricorrente, evidenziati
nella sentenza impugnata con congrua motivazione, non consistono unicamente
nelle conversazioni intercettate, ma -lo si è visto- dalla lettura delle stesse alla
luce delle ammissioni del BUSIELLO.
E’ ben vero che si versa in una tipica fattispecie di “droga parlata”, riguardo
alla quale, peraltro, la motivazione della sentenza impugnata consente di

avvenuta sulla sola scorta degli esiti delle intercettazioni, ma attraverso una
ricostruzione delle stesse sulla base delle dichiarazioni rese in interrogatorio dal
BUSIELLO.
Ne discende che la censura riguardante la carenza di motivazione della
sentenza impugnata, di cui al primo motivo di ricorso, non merita accoglimento.
2.2. – Il secondo motivo di ricorso è inammissibile, siccome genericamente
articolato e manifestamente infondato.
L’assenza di specificità e la manifesta infondatezza della doglianza risultano
evidenti sol che si veda che essa si risolve in un richiamo per stralci alle
motivazioni sul punto articolate dalla Corte territoriale, motivazioni liquidate
come mere formule di stile, ma in realtà adeguatamente chiare e complete
nell’inquadrare come ostativa al riconoscimento della lex mitior la circostanza
che la vicenda è consistita in una sistematica e ramificata attività di spaccio, sia
pure al minuto: il riferimento a tale elemento e ad altri correlati, operato nella
sentenza impugnata, integra appieno i requisiti che valgono ad escludere,
secondo la pacifica giurisprudenza anche apicale di questa Corte, la
configurabilità dell’ipotesi di lieve entità di cui al comma V° dell’art. 73 D.P.R.
309/1990 (si veda al riguardo Cass. Sez. Un., Sentenza n. 17 del 21/06/2000,
Primavera, Rv. 216668; circa il rilievo della sistematicità dell’attività di spaccio,
si veda Cass. Sez. 6, n. 27052 del 14/04/2008 – dep. 03/07/2008, Rinaldo, Rv.
240981).
2.3. – Parimenti inammissibile è il terzo motivo di ricorso, perché affatto
generico e manifestamente infondato: la doglianza in ordine alla motivazione
relativa alla misura della pena è infatti basata unicamente sull’assunto che la
Corte di merito avrebbe motivato il rigetto della richiesta riduzione di pena
esclusivamente sulla gravità della condotta. In realtà, nella sentenza motivata vi
è richiamo anche “agli altri parametri di cui agli articoli 132 e 133 c.p.”; essa
inoltre è confermativa di una condanna a pena prossima al minimo edittale allora
vigente in relazione al reato contestato, ed è noto che, per pacifica
giurisprudenza di questa Corte, nel caso in cui venga irrogata una pena prossima

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concludere che l’affermazione di penale responsabilità dell’imputato non è

al minimo edittale, l’obbligo di motivazione del giudice si attenua, talchè è
sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono
impliciti gli elementi di cui all’art. 133 cod. pen. (ex multis Cass. Sez. 2, n.
28852 del 08/05/2013 – dep. 08/07/2013, Taurasi e altro, Rv. 256464; Cass.
Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013 – dep. 17/05/2013, Serratore, Rv. 256197).
3. – Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali.
P.Q.M.

processuali.
Così deciso in Roma, il 5.11.2015.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese

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