Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 45359 del 14/07/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 45359 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA

SENTENZA
sul ricorso proposto da
Mouhid Mohamed, nato in Marocco il 27/01/1981,
avverso la sentenza del 20/05/2014 del Giudice di pace di Bologna;
visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita, nella pubblica udienza del 14 luglio 2015, la relazione svolta dal
consigliere Antonella Patrizia Mazzei;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale, Alfredo
Pompeo Viola, il quale ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
rilevato che il difensore dell’imputato non è comparso.

RITENUTO IN FATTO
1. Mouhid Mohamed, cittadino del Marocco, è stato condannato, con
sentenza del Giudice di pace di Bologna, in data 20 maggio 2014, alla pena di
euro undicimila di multa, per il reato previsto dall’art. 14, comma 5-ter, d.lgs. n.
286 del 1998, poiché non aveva ottemperato all’ordine del Questore di Bologna
che, il 3 agosto 2013, gli aveva intimato di lasciare il territorio nazionale entro
sette giorni, essendo stato sorpreso in Bologna il 9 ottobre 2013.

Data Udienza: 14/07/2015

2.1. Ricorre per cassazione l’imputato tramite il difensore di fiducia,
avvocato Luciano Bertoluzza del foro di Bologna, il quale, con il primo motivo,
deduce la nullità del provvedimento di espulsione perché non tradotto nella
lingua conosciuta dal Mouhìd (l’arabo), bensì solo in lingua francese, in
violazione del chiaro disposto dell’art. 13, comma 5.1., d.lgs. 25/07/1998, n.
286, che, in caso di espulsione, impone alla Questura di provvedere a dare allo
straniero adeguata informazione, mediante schede plurilingue, della facoltà di

La mancata traduzione del decreto di espulsione nella lingua araba
conosciuta dal destinatario, nonostante la non rarità di essa e l’obbligo di
predisporre l’atto in modelli plurilingue desunto dal citato art. 13, comma 5.1.,
d.lgs. n. 286 del 1998, comporterebbe, secondo il ricorrente, la nullità del
provvedimento amministrativo di espulsione e, di conseguenza, l’insussistenza
del reato contestato e la nullità dell’intero giudizio.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la carenza di motivazione
in relazione alla mancata pronuncia di proscioglimento per particolare tenuità del
fatto, prevista dall’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso non merita accoglimento.
1.1. Va premesso che, dalle conclusioni riportate nell’epigrafe della sentenza
impugnata, risulta che il difensore dell’imputato ha eccepito l’illegittimità del
decreto di espulsione, presupposto nel capo di imputazione, per mancata sua
traduzione nella lingua araba conosciuta dal Mouhid.
L’eccezione, respinta dal giudice di merito e riproposta in questa sede con
richiesta di dichiarare la nullità dell’intero giudizio e della sentenza, è infondata.
Il provvedimento di espulsione, che concedeva al Mouhid il tempo di sette
giorni per allontanarsi volontariamente dal territorio italiano, risulta tradotto in
lingua francese ed è stato notificato all’interessato, cittadino del Marocco, senza
che lo stesso palesasse alcuna difficoltà di comprensione.
La sentenza impugnata dà anche atto della lunga presenza in Italia
dell’imputato, almeno dal 2008, e precisa che dal verbale di identificazione
risultava che il Mouhid, con plurimi precedenti penali e di polizia, comprende e
parla la lingua italiana.
Quanto ai rilievi difensivi va precisato che, in tema di espulsione a norma
dell’art. 13, commi 1, 2 e 3, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (abbreviato in T.U.
imm.), la mancata adozione, da parte della questura, di un modello plurilingue
del provvedimento comprendente la lingua araba, così come espressamente
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richiedere un termine per la partenza volontaria.

previsto per le schede informative della facoltà dello straniero di chiedere un
termine per l’allontanamento dall’art. 13, comma 5.1., dello stesso T.U. imm.,
inserito dall’art. 3, comma 1, lett. c), n. 6), d.l. 23 giugno 2011, n. 89,
convertito, con mod., dalla legge 2 agosto 2011, n. 129, non determina la nullità
del decreto di espulsione, poiché il comma 7 del medesimo articolo non ne
impone la predisposizione multilingue. L’espulsione amministrativa, infatti, non è
riconducibile ad un unico schema allestibile in più lingue, come invece la mera

l’allontanamento volontario; ragionevolmente, dunque, il legislatore non ha
previsto versioni multilingue per i non omologabili decreti di espulsione, da
disporre “caso per caso” a norma dell’art. 13, comma 2, primo periodo, T.U.
ímm., ma ha stabilito la loro traduzione in una lingua conosciuta dal cittadino
straniero e non necessariamente coincidente con la sua lingua madre,
prevedendo il ricorso ad una delle tre lingue internazionali -francese, inglese o
spagnolo- nel caso in cui la traduzione nella lingua del paese di origine
dell’interessato non sia possibile.
E’ errato pertanto ritenere, come sostenuto dal ricorrente, che sia sufficiente
la mancata predisposizione del decreto di espulsione in modelli plurilingue,
comprendenti anche la non rara lingua araba, per escludere in radice
l’impossibilità della traduzione e, conseguentemente, rendere illegittimo il
decreto non tradotto ovvero illegittima la sua traduzione di ripiego in una delle
tre lingue (francese, inglese, spagnolo) cosiddette veicolari.
Tale tesi confonde la scheda informativa plurilingue sulla facoltà dello
straniero di richiedere un termine per la partenza volontaria con il decreto di
espulsione emesso dal prefetto ai sensi dell’art. 13, commi da 1 a 3, T.U. imnn.
In sintesi, va affermato il seguente principio: la predisposizione in modelli
plurilingue del decreto di espulsione non è prevista dall’art. 13, comma 7, T.U.
innm., diversamente dall’informazione della facoltà dello straniero di richiedere
un termine per la partenza volontaria dal territorio italiano, di cui al precedente
comma 5.1. dello stesso articolo; il decreto di espulsione, da adottare “caso per
caso” per uno o più motivi indicati nei commi 2 e 3 dello stesso art. 13, non è
infatti riconducibile ad un unico modello, traducibile a priori in più lingue,
diversamente dalla mera comunicazione allo straniero della sua facoltà di
richiedere un termine per la partenza volontaria; conseguentemente
l’impossibilità di tradurre il decreto di espulsione nella lingua conosciuta dal
destinatario non può essere negata, come preteso dal ricorrente, sulla base della
sola mancata predisposizione del medesimo decreto in modelli multilingue, ed
essa non costituisce un esito necessario della giurisprudenza di legittimità, in
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informazione sulla possibilità per lo straniero di chiedere un termine per

sede civile, espressamente richiamata dal ricorrente, secondo la quale il giudice
potrebbe rilevare l’impossibilità della traduzione solo in caso di lingua rara (e tale
non sarebbe la lingua araba) ovvero di inidoneità del testo plurilingue,
doverosamente predisposto, alla comunicazione della decisione in concreto
assunta (Sez. civile 6, ordinanza n. 3676 del 8/03/2012, Rv. 621535).
Va aggiunto che, nel caso di specie, l’interpretazione perorata dal
ricorrente, oltre a non essere giuridicamente fondata, non è neppure rilevante in

sentenza (risalente presenza in Italia del Mouhid fin dal 2008 e dichiarata sua
conoscenza della lingua italiana nel verbale di identificazione), per ritenere che
l’imputato avesse pienamente compreso il contenuto del decreto di espulsione di
cui è stato destinatario e al quale non ha ottemperato.
1.2. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile perché solo enunciato con
astratto richiamo ai parametri normativi in tema di particolare tenuità del fatto,
ai sensi dell’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000, e perciò generico, senza trascurare
che il giudice di merito, in considerazione dei plurimi precedenti penali e
giudiziari dell’imputato, ha negato la concessione delle attenuanti generiche con
motivazione, dunque, incompatibile con la causa di improcedibilità invocata.

2. Segue il rigetto del ricorso e, a norma dell’art. 616, comma 1, cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 14/07/2015.

fatto, sussistendo elementi concreti, come già detto, puntualmente indicati in

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