Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 45204 del 03/07/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 45204 Anno 2015
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: GUARDIANO ALFREDO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MORFO’ SALVATORE N. IL 25/08/1957

avverso l’ordinanza n. 1553/2014 TRIB. SORVEGLIANZA di
CATANZARO, del 11/12/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ALFREDO
GUARDIANO;
lette le conclusioni del PG di rigetto ;

Uditi difensor Avv.;

Data Udienza: 03/07/2015

t

FATTO E DIRITTO

1. Con ordinanza emessa 1’11.12.2014 il tribunale di sorveglianza
di Catanzaro, giudicando in sede di rinvio in ordine al

detenzione domiciliare ex art. 47 ter, co. 1 ter, ordinamento
penitenziario, concessa a Morfò Salvatore, quale misura
sostitutiva del differimento dell’esecuzione della pena per motivi di
salute, revocava la suddetta Misura.
2.

Avverso la menzionata ordinanza, di cui chiede*

l’annullamento, ha proposto tempestivo ricorso per cassazione il
Morfò, a mezzo del suo difensore di fiducia, avv. Giovanni
Zagarese, del Foro di Rossano, lamentando violazione di legge e
vizio di motivazione in ordine agli artt. 47 ter, ordinamento
penitenziario; 125, c.p.p., 111, Cost.
3.

Con requisitoria scritta depositata il 4.3.2015 il sostituto

procuratore generale presso la Corte di Cassazione, dott. Paolo
Canevelli, chiede il rigetto del ricorso.
4. Il ricorso non può essere accolto per le seguenti ragioni.
5. Come rilevato dal pubblico ministero nella sua requisitoria
scritta, la motivazione del tribunale di sorveglianza si fonda su di
un duplice ordine di considerazioni, consistenti, da un lato, dalla
circostanza che, “sulla scorta delle indagini medico-legali disposte
in altro procedimento” si evince che “le condizioni di salute del
condannato, affetto da disturbo dell’adattamento dell’umore
depresso unito ad un disturbo dell’alimentazione, sono tutte da
ricondurre ad una tipologia di tipo psichiatrico con significativi
elementi di simulazione”; dall’altro dalla osservazione che “la
perdurante pericolosità sociale del ricorrente sarebbe desumibile

procedimento avente ad oggetto la cessazione della misura della

dalla recente sottoposizione del medesimo a custodia cautelare in
carcere per reati di criminalità organizzata (gli si contesta
l’appartenenza, con posizione di vertice, alla cosca
‘ndranghetistica operante in Rossano Calabro denominata Acri-

detenzione domiciliare presso la propria abitazione, con
significativi riscontri circa la condotta simulatoria di una
condizione di salute incompatibile con il regime detentivo
desumibili da colloqui con i propri familiari intercettati durante il
periodo detentivo”.
Alla luce di tale coerente apparato motivazionale, che colma la
lacuna evidenziata dal Supremo Collegio nella sentenza di
annullamento con rinvio del 25.6.2014 (cfr. p. 4), le doglianze
difensive, incentrate sulla lamentata omessa considerazione da
parte del tribunale di sorveglianza delle gravi ripercussioni che, in
caso di revoca, si verificherebbero sulla integrità fisica del Morfò,
gravemente compromessa, non colgono nel segno.
Ed invero, come sottolineato nella sentenza di annullamento con
rinvio, la detenzione domiciliare per gravi condizioni di salute,
misura alternativa prevista dall’art. 47 ter, co. 1, lett. c),
dell’ordinamento penitenziario, può essere revocata solo nei casi
previsti dal comma 6 (quando “il comportamento del soggetto
contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, appare
incompatibile con la prosecuzione della misura”) e dal comma 7
(quando sia venuto meno il presupposto della particolare gravità
delle condizioni di salute del detenuto).
Né va taciuto che, secondo il costante insegnamento del Supremo
Collegio, da un lato deve escludersi qualsiasi forma di
automatismo tra misura privativa della libertà personale e revoca

2

Morfò) contestati come commessi anche durante il regime di

della misura alternativa in corso di esecuzione, che può
conseguire soltanto ad un’approfondita valutazione dell’incidenza
dei diversi aspetti della condotta antigiuridica (natura del reato,
circostanze di tempo e di luogo di consumazione, modalità di

perseguire i fini rieducativi e preventivi ad esso connessi;
dall’altro che la revoca della detenzione domiciliare concessa per
la gravità delle condizioni di salute del condannato è subordinata
all’accertamento della compatibilità dello stato di salute con la
detenzione carceraria, dovendosi comparativamente valutare le
esigenze di tutela della collettività con quelle del rispetto del
principio dell’umanità della pena, sotto il profilo della sua abnorme
afflittività in caso di accertata grave infermità fisica (cfr.,
plurimis,

ex

Cass., sez. I, 7.3.2012, n. 12747; Cass., sez. I,

9.12.2010, n. 44579, rv. 249121; Cass., sez. F., 21.8.2008, n.
34286, rv. 240666).
Orbene il tribunale di sorveglianza si è rigorosamente mosso
all’interno di tale perimetro ermeneutico, provvedendo alla revoca
della detenzione domiciliare non automaticamente sulla base della
adozione nei confronti del Morfò della misura cautelare della
custodia in carcere per reati di stampo mafioso, ma alla luce del
venir meno della gravità delle condizioni di salute del condannato
che avevano giustificato l’applicazione della misura alternativa,
fondata, come correttamente rilevato dal pubblico ministero nella
requisitoria scritta, su “di una complessiva riconsiderazione del
quadro patologico descritto, con particolare riguardo alle condotte
che hanno determinato la pregressa condizione di incompatibilità
del detenuto volontariamente provocata anche tramite

3

realizzazione) sulla perdurante idoneità del beneficio concesso a

l’assunzione di lassativi, procuratigli dai familiari, per aggravare il
suo stato di deperimento organico”.
In tal modo entrambe le condizioni alle quali il citato art. 47, co. 6
e 7, I. 26.7.1975, n. 354, subordinano la revoca dellem4tciliare

risultano soddisfatte, non essendo revocabile in dubbio che il
comportamento del detenuto connotato da indubbia pericolosità
sociale, che il tribunale di sorveglianza correttamente desume non
solo dalla sua appartenenza ad una pericolosa organizzazione
criminale di stampo mafioso, ma anche dalla circostanza,
dimostrata dalle acquisizioni mediche, che it decadimento fisico
del Morfò è da ricondurre non ad una patologia realmente
esistente, ma ad un’attività simulatoria consapevolmente posta in
essere da quest’ultimo—per la sua contrarietà alla legge appare
incompatibile con la prosecuzione della detenzione domiciliare,
costituendo, al tempo stesso, palese dimostrazione della
insussistenza di effettive condizioni di salute talmente gravi da
non giustificare la detenzione carceraria.
5. Sulla base delle svolte considerazioni il ricorso di cui in
premessa va, dunque, rigettato, con condanna del ricorrente, ai
sensi dell’art. 616, c.p.p., al pagamento delle spese del
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali.
Così deciso in Roma il 3.7.2015

concessa per la gravità delle condizioni di salute del condannato

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