Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 45025 del 04/11/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 45025 Anno 2015
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: SAVINO MARIAPIA GAETANA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI
BARI
nei confronti di:
CAVALIERE PIETRO N. IL 19/07/1982
inoltre:
CAVALIERE PIETRO N. IL 19/07/1982
avverso la sentenza n. 670/2012 CORTE APPELLO di BARI, del
13/12/2012
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 04/11/2014 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA SAVINO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.” 7-FOLAto 6-111t.;
che ha concluso per e
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Data Udienza: 04/11/2014

Ritenuto in d’ t

Con sentenza in data 23.11.2011 il GUP del Tribunale di Trani, all’esito di giudizio abbreviato, ha
dichiarato Cavaliere Pietro colpevole del reato di cui agli art. 73 co 1 bis d.p.r. 309/90 perché
deteneva per uso non esclusivamente personale sostanza stupefacente di tipo hashish, in particolare
3 dosi che occultava sulla propria persona, e gr 324 della medesima sostanza che occultava

confezionamento di 942 dosi singole.
Proposto appello dall’imputato, la Corte di Appello di Bari, con sentenza in data 13.12.2012,
ritenuta l’ipotesi di cui al V comma dell’art. 73 d.p.r. 309/90, rideterminava la pena nella misura di
anni uno di reclusione ed euro 3.000 di multa, disponendo il dissequestro della somma di denaro e
dei telefoni cellulari sequestrati, confermava nel resto la sentenza.
Proponeva ricorso per Cassazione il Cavaliere personalmente, contestando che la sostanza rinvenuta
nel box nella sua disponibilità fosse destinata allo spaccio; evidenziava in proposito, richiamando
gli orientamenti di legittimità in materia, la insufficienza del mero dato quantitativo del
superamento dei limiti tabellari delle quantità di droga detenibili, a fondare la prova dell’illecita
detenzione a fini di spaccio; che la detenzione di un quantitativo di stupefacente superiore a quello
previsto dal decreto ministeriale 11.4.06, richiamato dall’art. 73 co 1 bis d.p.r. 309/90, non integra
una presunzione assoluta o relativa di detenzione a fini di spaccio ma costituisce solo un mero
elemento sintomatico di tale destinazione.
Proponeva ricorso per Cassazione anche il Procuratore generale presso la Corte di appello di Bari,
deducendo inosservanza erronea applicazione della legge penale con riferimento all’ipotesi di lieve
tenuità di cui all’art. 73 comma V d.p.r. 309/90.
Lamenta il PG il riconoscimento da parte della Corte di Appello della fattispecie (allora attenuante
ad effetto speciale) prevista dalla citata norma, fondato sul rilievo, non condiviso, della modesta
entità della sostanza stupefacente in sequestro, in base al quale la pena è stata rideterminata in anni
uno di reclusione ed euro 3.000 di multa..
Assume il PG ricorrente che il Giudice di appello non ha fatto buon governo dei principi enunciati
dalla Suprema Corte secondo, cui al fini del riconoscimento dell’ipotesi in questione (all’epoca del
giudizio di appello attenuante ad effetto speciale), il giudice è tenuto a valutare tutti gli elementi
indicati nella norma, sia quelli concernenti l’azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa), sia
quelli che attengono all’oggetto materiale del reato ( qualità e quantità della sostanza stupefacente
in sequestro) dovendo conseguentemente escludere il riconoscimento di essa anche quando uno solo

all’interno di un box di sua pertinenza, con percentuale di principio puro pari mg 23,452 idonea al

di essi porti ad escludere che la lesione del bene giuridico protetto sia di lieve entità, ammettendolo
solo in quei casi in cui la condotta sia connotata da “minima offensività”.
Tale ipotesi non ricorre nel caso di specie, secondo il PG ricorrente, in quanto il dato ponderale è
già di per sé solo ostativo al suo riconoscimento: dalla perizia tossicologica è risultato che il titolo
medio in THC dello stupefacente in sequestro era del 7,16% pari a mg 23.42 di principio attivo
puro, quantitativo che supera i limiti massimo previsti dal d.p.r. 309/90 come modificato dalla L.

dell’ipotesi del V comma art. 73 d.p.r. 309/90.

Ritenuto in diritto

Il motivo di gravame dedotto dall’imputato sulla destinazione ad uso personale dello stupefacente è
infondato.
A parte il quantitativo di hashish rinvenuto sulla persona del Cavaliere, occultato negli slip, la cui
destinazione ai fini di spaccio non può essere revocata in dubbio stante la suddivisione in dosi e il
rinvenimento, sempre sulla persona dell’imputato, della somma di euro 195,00 in banconote di
vario taglio, verosimilmente provento dell’attività di spaccio, alla stessa conclusione deve
pervenirsi anche con riferimento alla sostanza stupefacente della medesima qualità rinvenuta, in
esito a perquisizione, nel locale nella disponibilità del Cavaliere. Come emerso dagli accertamenti
tossicologici, si tratta gr 322 4 di hashish, con percentuale di principio puro_pari mg 21452, idonea al
confezionamento di 942 dosi singole.
In conformità con la giurisprudenza di questa Corte, un siffatto dato ponderale è elemento già di
per sè significativo della destinazione alla spaccio della sostanza, al quale si aggiunge il
ritrovamento nello stesso locale di un bilancino di precisione, verosimilmente utilizzato per il peso
delle dosi da confezionare..
Quanto al ricorso del PG, va ricordato che la Corte di Appello, pur riconoscendo la destinazione
allo spaccio dello stupefacente, essendo frazionato in dosi, ha ritenuto sussistente l’ attenuante di
cui al V comma art. 73 d.p.r. 309/90 (ora fattispecie autonoma di reato), attesa la “minima
quantità” dello stupefacente. Tale valutazione appare

j o o compatibile con il quantitativo

dello stupefacente rinvenuto in possesso dell’imputato, 3 dosi che occultava sulla propria persona e
gr 324 della medesima sostanza che occultava all’interno di un box di sua pertinenza, con
percentuale di principio puro pari mg 23,452 idonea al confezionamento di 942 dosi singole,

2

49/96, dal quale è possibile ricavare 942 dosi medie singole, incompatibili con il riconoscimento

Peraltro il riferimento operato dai giudici di seconde cure al frazionamento in dosi della sostanza,
porta fondatamente a ritenere che essi abbiano considerato esclusivamente le tre dosi rinvenute
sulla persona dell’imputato e non l’altro rilevante quantitativo occultato nel locale, non suddiviso in

Si richiamano i principi enunciati da questa Corte, secondo cui “in tema di stupefacenti, la
fattispecie del Dtto di lieve entità di cui all’art. 73, comma quinto, d.P.R. n. 309 del 1990, anche
all’esito della formulazione normativa introdotta dall’art. 2 del D.L. n. 146 del 2013 (conv. in legge
n. 10 del 2014), può essere riconosciuta solo nella ipotesi di minima offensività penale della
condotta, desumibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati
espressamente dalla disposizione (mezzi, modalità e circostanze dell’azione), con la conseguenza
che, ove uno degli indici previsti dalla legge risulti negativamente assorbente, ogni altra
considerazione resta priva di incidenza sul giudizio”
Sei 3, Sentenza n. 23945 del 29/04/2015 Ud. (dep. 04/06/2015)

Rv. 263651,

Sez. 3, Sentenza n. 27064 del 19/03/2014 Ud. (dep. 23/06/2014) Rv. 259664
Sez. U, Sentenza n. 35737 del 24/06/2010 Ud. (dep. 05/10/2010) Rv. 247911
Sez. 4, Sentenza n. 38879 del 29/09/2005 Ud. (dep. 21/10/2005 ) Rv. 232428
Il giudice è dunque tenuto a valutare complessivamente gli elementi indicati dalla norma, sia quelli
concernenti l’azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa); sia quelli – che attengono all’oggetto
materiale del reato (quantità e qualità delle sostanze stupefacenti oggetto della condotta criminosa),
dovendo, conseguentemente, escludere il riconoscimento dell’ipotesi di cui al V comma art. 73 dpr
cit, quando anche uno solo di questi elementi porti ad escludere che la lesione del bene giuridico
protetto sia di “lieve entità”.

La sentenza deve quindi essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Bari
per nuovo esame sulla configurabilità dell’ipotesi autonoma di reato di cui al V comma art. 73
d.p.r. 309/90 alla stregua delle suindicate considerazioni in ordine al quantitativo di stupefacente in
possesso dell’imputato ed anche ai fini di nuova determinazione della pena alla luce dei
mutamenti noiniativi che hanno interessato l’ipotesi di cui al V comma d.p.r. 309/90, ove ritenuta
sussistente, nonché l’ipotesi di cui all’art. 73 primo comma stesso d.p.r., e delle modifiche
conseguenti alla sentenza n. 32/2014 della Corte Costituzionale.
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dosi, verosimilmente dimenticato nella valutazione.

Quest’ultima, dichiarando l’ illegittimità costituzionale degli artt. 4 bis e 4 vicies ter del d.l. 30
dicembre 2005, n. 272, convertito con modificazioni dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49,
disposizioni che hanno sostituito l’originario testo del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, ha
determinato la riviviscenza della precedente disciplina contenuta nell’art. 73 cit dpr, che stabiliva
un trattamento sanzionatorio diverso per le droghe ” pesanti” e per quelle “leggere”, prevedendo
una forbice edittale da anni otto ad anni venti di reclusione e da euro 25.822 ad euro 258.228 di

euro 5.164 ad euro 77.468 per le seconde (tabelle II e IV art. 14).
L’art. 4 bis del citato d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, convertito con modificazioni dalla legge 21
febbraio 2006, n. 49, dichiarato incostituzionale, aveva successivamente unificato il trattamento
sanzionatorio per le due distinte tipologie di stupefacenti prevedendo, per entrambe, la pena da
anni sei ad anni venti di reclusione e la multa da euro 26.000 ad euro 260.000.
A seguito della sentenza della Corte Costituzionale è dunque stato reintrodotto l’art. 73 IV comma
d.p.r 309/90 che prevede il diverso più mite trattamento sanzionatorio per le cd droghe leggere al
quale dovrà farsi riferimento ove, in sede di rinvio, non si ravvisino i presupposti per il
riconoscimento dell’ipotesi di lieve entità prevista dall’art. 73 V comma d.p.r. 309/90.
Quanto all’art. 73 V comma d.p.r. 309/90, nel corso del giudizio sono intervenute modifiche
normative che hanno influito sulla configurazione della struttura dell’istituto previsto dalla citata
norma.
Il d.l. 23 dicembre 2013, n. 146 convertito con modifiche dalla legge 22 febbraio 2014, n. 10, all’
art. 2, comma 1, lett. a) ha sostituito il testo dell’art. 73 comma V art. disponendo « Salvo che il
fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che,
per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze,
è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da uno a cinque anni e della multa da Euro
3.000 a Euro 26.000″»..
Il d.l. 20 marzo 2014, n. 36, convertito con modificazioni dalla legge 16 maggio 2014, n. 79 (
Gazz. Uff. n. 115 del 20 maggio 2014, Serie Generale) all’art 1 comma 24-ter (inserito in sede di
conversione e pertanto in vigore dal 21/5/2014), ha apportato un’ulteriore modifica dell’art. 73
comma V d.p.r. 309/90, nel testo introdotto con il d.l. 23 dicembre 2013, n. 146, limitatamente
all’entità della pena, stabilendo che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque
commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze
dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene
della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329″».

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multa per le prime (tabelle I e III prevista dall’art. 14 ), da anni due ad anni sei di reclusione, da

Benchè il reato ascritto all’ imputato sia stato commesso il 31.5.2011, quindi prima dell’entrata in
vigore di entrambi i testi di legge dianzi citati (avvenuta rispettivamente il 24/12/2013 e il
21/5/2014), la circostanza che esso sia stato giudicato dai giudici del merito come «fatto di lieve
entità», oggetto di disciplina tanto della norma vigente al tempo della commissione del reato che di
quella recata dalle menzionate disposizioni, comporta l’applicazione dell’art. 2 cod. pen.. sulla
successione delle norme penali nel tempo.

costante interpretazione della Corte di legittimità, come circostanza attenuante ad effetto speciale
e non come autonomo titolo di reato, essendosi al riguardo posto in rilievo come, a fondamento
del più mite trattamento sanzionatorio, fossero indicati elementi (quali i mezzi, la modalità, le
circostanze dell’azione, la qualità e quantità delle sostanze) che non altererebbero l’obiettività
giuridica e la struttura delle fattispecie previste nei precedenti commi dell’art. 73 dpr 309/90, ma si
limiterebbero ad attribuire alle medesime una minore carica offensiva (cfr. ex plurimis, Sez. Un.,
n.9148 del 31 maggio 1991, Parisi, Rv. 187930, ribadita dalle stesse Sezioni Unite, anche a seguito
delle modifiche introdotte dall’art. 4-bis, L. n. 49 del 2006, Sentenza, n. 35737 del 24 giugno 2010,
Rv. 247910).
Invece l’attuale formulazione dell’art. 73 V comma, come novellata dal decreto legge 23 dicembre
2013, n. 146 e, quanto alla misura della pena, dal successivo d.l. 20 marzo 2014, n. 36, convertito
con modificazioni dalla legge 16 maggio 2014, n. 79, integra un’ipotesi di reato autonomo e a tale
conclusione si perviene attraverso un esame esegetico della nuova norma, che mette in evidenza la
struttura autonoma di reato rispetto alla precedente configurazione di attenuante ad effetto speciale.
Difatti, elementi indicativi della volontà del legislatore di trasformare la fattispecie attenuata in
ipotesi di reato autonomo sono la rubricazione dell’art. 2 cit decreto legge (“delitto di condotte
illecite in tema di sostanze stupefacenti o psicotrope di lieve entità”), l’ambito di applicazione della
norma che trova un limite nella clausola di riserva «salvo che il fatto costituisca un reato più
grave», espressione da cui può desumersi che il fatto considerato dal quinto comma dell’art. 73
costituisca esso stesso già un “reato”; inoltre la diversa formulazione della norma che contiene
l’indicazione di un soggetto attivo («chiunque») e di una condotta («commette») appare altrettanto
indicativa della volontà del legislatore di introdurre una fattispecie autonoma di reato, che,
sebbene derivata dalle altre fattispecie incriminatrici prevista dall’art 73 dpr 309/90, ha una sua
specifica ragione di essere nella previsione della “lieve entità” dei fatti rispetto alle altre ipotesi di
reato di cui al medesimo art. 73 cit dpr.
Ad ulteriore conforto di detta tesi, si richiamano le pronunce di questa Corte sull’argomento che
si sono espresse univocamente nel senso sopra indicato ( sez 4 28.2.2014 n. 10514 rv 259360

La fattispecie in questione, prima delle modifiche sopra descritte, era stata qualificata, secondo

Verderamo, 5.3.2014 n. 14984 rv 259355, sez 6 26.3.2014 n. 14994, rv 259357, sez 3 13.3.2014 n.
23904)
La nuova previsione normativa, oltre ad introdurre un autonomo reato in luogo della attenuante
delle ipotesi delittuose contemplate dall’art. 73 d.p.r. 309/90, ha ridotto la pena rispetto alla
previsione vigente al momento del fatto, lasciando inalterato il minimo edittale di un anno e di
euro 3.000 di multa di4fiuka ma riducendo il massimo edittale da anni sei ad anni cinque ed

Non vi è dubbio che le conclusione in tema di introduzione, con la modifica dell’art. 73 V comma,
di un’ autonoma fattispecie di reato in luogo dell’attenuante, debbano essere confermate anche con
riferimento alla previsione del successivo decreto legge 20 marzo 2014, n. 36, convertito con
modificazioni dalla legge 16 maggio 2014, n. 79, ( Gazz. Uff. n. 115 del 20 maggio 2014, Serie
Generale, art 1 comma 24-ter inserito in sede di conversione, pertanto in vigore dal 21/5/2014),
che dal primo si discosta solo per l’ulteriore riduzione della forbice edittale, che passa da una pena
compresa tra un minimo di un anno di reclusione ed euro 3.000,00 di multa e un massimo di cinque
anni di reclusione ed euro 26.000 di multa, a una pena compresa tra un minimo di sei mesi di
reclusione ed euro 1.032,00 di multa e un massimo di quattro anni di reclusione ed euro 10.329 di
multa; restando immutato il testo quanto alla configurazione della condotta di reato.
E’ evidente che le previsione di cui ai succitati decreti legge siano più favorevoli e che, per il
principio della lex mitior di cui all’art. 2 comma quarto c.p. , si deve ritenere, anche in base al
raffronto con la disciplina vigente al momento del fatto-reato, quest’ultima quale norma più
favorevole tra le due da ultimo succedutesi.
A tale mutata normativa deve dunque farsi riferimento ai fini dell’esame, in sede di rinvio, del
ricorso per Cassazione proposto dal PG circa l’insussistenza dei presupposti per la configurabilità
dell’ipotesi di cui al V comma art. 73 d.p.r. 309/90, ritenuta sussistente nell’impugnata sentenza
della Corte di Appello, e ai fini della determinazione della pena.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Bari per
l’applicabilità della fattispecie dell’art. 73 V comma TU stupefacenti e per la determinazione della
pena.
Così deciso in Roma il 4.11.2014

euro 26.000 di multa.

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