Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 44704 del 05/05/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 44704 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: LA POSTA LUCIA

Data Udienza: 05/05/2015

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
IARIA MAURIZIO N. IL 12/09/1975
FASCI’ LORENZO N. IL 11/10/1983
CASILI ANTONINO N. IL 08/01/1975
CASILI PIETRO N. IL 15/08/1962
BRUZZESE FRANCESCO N. IL 28/10/1958
ROMEO LEO N. IL 15/11/1980
STILO VINCENZO N. IL 28/09/1982
CARIDI PASQUALE N. IL 19/07/1969
CANDITO CONCETTO BRUNO N. IL 08/12/1947
MANTI CARMELO N. IL 03/09/1954
MACRI’ GIORGIO N. IL 30/09/1983
POERIO DANIELE FILIPPO N. IL 01/09/1986
FOTI DOMENICO N. IL 27/06/1958
ALTOMONTE ANTONINO N. IL 18/01/1977
avverso la sentenza n. 1282/2012 CORTE APPELLO di REGGIO
CALABRIA, del 21/09/2013
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 05/05/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUCIA LA POSTA
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. v.A1.1„, 9c,o`atc
che ha concluso per
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RITENUTO IN FATTO

1. I ricorrenti sono stati condannati, all’esito del giudizio abbreviato celebrato in
primo e secondo grado, nell’ambito del procedimento relativo al sodalizio di stampo
mafioso, nella specie ‘ndrangheta, operante nel territorio di Condofuri (RC), ciascuno per
i reati ed alle pene elle specificamente indicati; tutti i ricorrenti, fatto salvo per Pasquale
Caridi, sono stati ritenuti colpevoli del reato di cui all’art. 416

bis cod. pen..

La Corte di appello di Reggio Calabria con la sentenza del 21 settembre 2013 – che ha

materiale probatorio è costituito dagli esiti dei servizi di osservazione e pedinamento e,
prevalentemente, dalle risultanze delle operazioni di intercettazione telefoniche ed ambientali,
indicandone i criteri di valutazione (p.9-14) ed evidenziando che il contenuto delle
conversazioni è sufficientemente chiaro ed intellegibile e di particolare affidabilità probatoria
quanto a genuinità, escludendo la verosimiglianza della tesi difensiva della millanteria.
Particolarmente rilevanti sono state ritenute le captazioni eseguite nell’abitazione e a bordo
delle autovetture di Candito Concetto Bruno, nonché sull’auto di Poerio Daniele Filippo, Fascì
Lorenzo, Poerio Pietro, lana Maurizio e Macrì Giorgio.
La Corte territoriale ha confermato la valutazione del Gup in relazione alla prova della
esistenza del sodalizio mafioso contestato agli imputati al capo A) e dell’aggravante dalla
disponibilità di armi, a far data dal 2004. Ha ritenuto applicabile al reato di cui all’art. 416

bis

cod. pen. la disciplina introdotta dalla legge n. 125 del 24.7.2008 che ha convertito il d.l. n.92
del 23.5.2008, tenuto conto della contestazione «aperta» con permanenza sino ad epoca
successiva alla entrata in vigore di detta legge.

2.1. Altomonte Antonino, a mezzo del difensore di fiducia, denuncia la omessa valutazione
dei motivi di appello con riferimento alla valutazione della prova della partecipazione al
sodalizio fondata esclusivamente sul contenuto di due conversazioni intercettate, lo stesso
giorno all’interno di un’autovettura, tra il ricorrente ed i coimputati Poerio Pietro e Macrì
Giorgio. Rileva come non venga indicato il ruolo che avrebbe rivestito all’interno del sodalizio,
né la rilevanza della condotta dello stesso ai fini associativi, non essendo in tal senso
significativa la sola circostanza di muoversi in auto in compagnia del Macrì e del Poerio.
Erroneamente, ad avviso del ricorrente, quanto espresso nelle conversazioni captate è
stato ritenuto conducente della piena consapevolezza dell’esistenza di un sodalizio mafioso e
del volontario contributo, causalmente rilevante alla vita dell’organizzazione, avendo, peraltro,
documentato di essere dedito al lavoro, privo di precedenti, ma abituato a vantarsi ed a
millantare.
Contesta, altresì, la ritenuta circostanza aggravante della disponibilità delle armi
omettendo di motivare sulla consapevolezza di tutti i partecipi.

2,

riformato solo parzialmente la decisione del primo giudice – innanzitutto ha dato atto che il

Infine, denuncia il vizio di motivazione in ordine alla determinazione della entità della pena
ed al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

2.2. Bruzzese Francesco ha proposto ricorso, a mezzo del difensore di fiducia, con due atti
separati, ancorchè identici nel contenuto.
Denuncia la violazione di legge in ordine alla valutazione della prova della responsabilità
per il reato di cui all’art. 416

-bis cod. pen. ed alle ritenute aggravanti del ruolo di

organizzatore e della disponibilità di armi; il vizio di motivazione in relazione al mancato

regime sanzionatorio introdotto dalle legge n.125 del 2008.
Esclude che le conversazioni intercettate, poste a fondamento della responsabilità, siano
idonee a dimostrare l’inserimento nel sodalizio, trattandosi di contatti tra terze persone, senza
alcun riscontro ed approfondita valutazione critica, dai quali è stata presunta l’esistenza di un
rapporto del ricorrente con altri soggetti inseriti nella cosca in assenza di prova di effettive
frequentazioni. Inoltre, rileva che la gran parte delle conversazioni attengono a controversie di
natura familiare in totale assenza di elementi conducenti della connotazione mafiosa delle
condotte, comunque, non relative ad interessi ed affari del sodalizio, ma ad estemporanee ed
occasionali necessità.
Il ruolo di capo è stato fondato sulla base di mere ipotesi e, certamente, non può essere
dimostrato dal fatto che sia più volte citato nelle conversazioni.
Ad avviso del ricorrente, l’aggravante della disponibilità delle armi richiede che le stesse
siano oggettivamente destinate a realizzare il programma criminoso associativo non essendo
sufficiente la mera disponibilità a titolo individuale di taluni partecipi. Nella specie, i rapporti
emersi dalle conversazioni captate tra il Fascì, il Caridi, il Poerio ed il Foti (capi EE,FF) risultano
finalizzati alla cessione di armi per personali ed esclusivi fini economici dei predetti.
Lamenta la mera apparenza della motivazione con la quale la Corte di appello ha escluso
le circostanze attenuanti generiche, certamente non precluse dalla responsabilità per il reato
associativo.
Infine, il ricorrente ribadisce il rilievo in ordine alla individuazione del momento finale della
condotta associativa con riferimento alle ricadute sul regime sanzionatorio, lamentando che la
Corte di appello non ha enucleato specifici elementi di fatto indicativi della protrazione della
condotta associativa del ricorrente oltre il 2007, posto che l’attività di captazione è durata sino
al giugno 2009 e non ha fatto registrare fatti significativi ulteriori.

2.3. Il Candito, a mezzo del difensore di fiducia, contesta la valutazione della prova della
partecipazione all’associazione lamentando la mancata valorizzazione di tre elementi di segno
contrario: le dichiarazioni del collaboratore Cuzzola che ha affermato che il ricorrente
apparteneva al «locale» di San Lorenzo dal quale era stato allontanato; la valenza neutra
della circostanza che nelle conversazioni captate il Candito commenti fatti di cronaca; la

riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche; la violazione di legge relativamente al

conversazione relativa alla presunta estorsione in danno dell’autoscuola Tripodi dalla quale non
emerge soltanto che il ricorrente non aveva alcuna carica apicale, ma anche che era del tutto
estraneo, tanto che esprime considerazioni critiche su alcuni associati.
Lamenta che i giudici di merito non hanno vagliato attentamente le circostanze riferite da
terzi conversanti e neppure le loro fonti, trattandosi di informazioni generiche, ed hanno
operato una valutazione parcellizzata del contenuto delle conversazioni.
Rileva che da alcune conversazioni, come quella tra il Poerio ed il Casili del 31.5.2007,

alcun reale ruolo all’interno del sodalizio dal quale non si può prescindere per affermare
l’inserimento nell’associazione criminale.
Con il secondo motivo il Candito deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in
relazione alla responsabilità per le violazioni in materia di armi, assumendo che le affermazioni
contenute nelle conversazioni intercettate sono frutto di millanteria. Inoltre, denuncia la
violazione del divieto di bis in idem, essendo già intervenuta la condanna per la detenzione ed il
porto di arma in occasione del ferimento del Casile avvenuto il 16.1.2009, trattandosi della
medesima arma. Sul punto contesta, altresì, la configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 7
d.l. n. 152 del 1991.
Quanto al reato di cui al capo VV), il ricorrente ricostruisce la genesi della confisca di
alcuni terreni a seguito di lottizzazione abusiva per sostenere che l’azione del ricorrente era
basata su presupposti leciti, essendo prevista la possibilità di retrocessione del bene ai soggetti
titolari, e volta ad ottenere il riconoscimento di un’azione amministrativa / trattandosi di beni
divenuti patrimonio disponibile del comune e, quindi, alienabili. Rileva l’errato riferimento
nell’imputazione alla omessa trascrizione della confisca da cui deriverebbe la proprietà del bene
che, invece, è effetto della confisca ed afferma che, assumendo il comune veste privata, difetta
la qualifica di pubblico ufficiale che connota il reato contestato. Inoltre, contesta che tale
vicenda sia riferibile all’associazione criminosa o possa averla favorita con conseguente
esclusione dell’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991.
Infine, il Candito censura la ritenuta aggravante della disponibilità delle armi, il mancato
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche ed il trattamento sanzionatorio, stante
l’esclusione del ruolo apicale.

2.4. Con il ricorso proposto a mezzo del difensore di fiducia Casili Antonino, contesta la
identificazione e denuncia il travisamento della prova sul punto. Assume che nella
conversazione del 27.4.2007 il Poerio ed il Macrì commentano quanto accaduto il giorno
precedente ed il primo afferma di avere parlato con una persona presente alla riunione del
giorno precedente, fratello del Giannetto; siccome il fratello del ricorrente, Casili Pietro,
certamente non era presente alla riunione – come si dice nella sentenza alla p.104 – il Poerip
evidentemente si riferisce ad altra persona il cui fratello si chiama Giannetto, il che esclude che
il Giannetto di cui si parla possa identificarsi nel ricorrente. Assume, inoltre, che la Corte di

risulta chiaro che il ricorrente non ha alcuna voce in capitolo nei fatti di Condofuri; né emerge

appello ha equivocato l’allegazione delle intercettazioni del procedimento Eldorado riguardanti
l’omonimo Casili Antonino e non ha correttamente valutato le dichiarazioni del testimone in
ordine alla circostanza della presenza del ricorrente al chiosco per la vendita di panini.
Contesta, altresì, la conclusione tratta dai giudici di merito dalla conversazione del 16.11.2007
tra il Macrì ed il ricorrente. Lamenta la mancanza di attenta verifica delle conversazioni tra
terzi e, quindi, della indicazione del ruolo del ricorrente all’interno del sodalizio dal quale non si
può prescindere per affermare l’inserimento nell’associazione criminale.
Infine, censura la configurabilità della circostanza aggravante della disponibilità delle

sanzionatorio.

2.5. A mezzo del difensore di fiducia, Casili Pietro denuncia il vizio della motivazione in
ordine al trattamento sanzionatorio evidenziando che la Corte di appello, pur avendo affermato
nella parte motiva la necessità di rideterminare la pena al fine di adeguarla alla condotta, nel
dispositivo ha confermato la pena inflitta dal giudice di primo grado di anni sei e mesi otto di
reclusione.

2.6. Fascì Lorenzo propone ricorso personalmente contestando la prova della
partecipazione al sodalizio e, in specie, la interpretazione meramente congetturale delle
conversazioni, in particolare quelle tra terzi che richiedono una attenta verifica ehl adeguati
riscontri. Evidenzia come manchi la individuazione del ruolo svolto nell’associazione;
l’incertezza della finalità mafiosa della riunione, del luogo in cui si è svolta e delle persone che
vi hanno partecipato, delle decisioni che sarebbero state assunte in quella sede. Così che, non
può dirsi che l’evento abbia valenza di contributo rafforzativo del sodalizio.
Esclude, inoltre, che il giudizio di colpevolezza relativamente alle violazioni in materia di
armi e, ancor più la circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991, possa fondare
sul contenuto delle conversazioni indicate in sentenza.
Infine, lamenta il vizio di motivazione in ordine al mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche non essendo stata valutata la incensuratezza del ricorrente.

2.7. Foti Domenico, a mezzo del difensore di fiducia, deduce la mancanza di prova della
partecipazione all’associazione, rilevando che i giudici di merito non hanno vagliato
attentamente le circostanze riferite da terzi conversanti e neppure le loro fonti, laddove
riferiscono informazioni generiche. Infatti, non vi è prova del ruolo svolto dal ricorrente, né del
fatto che fosse sponsor dell’affiliazione del Fascì, apparendo illogico, se così fosse, che non
avesse partecipato alla cerimonia. Contesta l’interpretazione della conversazione con il Fascì e
del termine <>.

2.12. Ha proposto ricorso, a mezzo del difensore di fiducia, Romeo Leo denunciando la
violazione di legge ed il vizio della motivazione in ordine alla prova della partecipazione al
sodalizio, rilevando che è stata tratta da un’unica conversazione molto breve; che il Romeo
evidentemente riferisce notizie apprese da un terzo non indicato; che non si indica il ruolo
svolto all’interno dell’associazione.
Il ricorrente contesta, altresì, la ritenuta circostanza aggravante della disponibilità delle
armi, ritenuta dai giudici di merito attribuendo al sodalizio la disponibilità di armi da parte di

Infine, denuncia il vizio di motivazione in ordine alla determinazione della entità della pena
eksigemancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

2.13. Stilo Vincenzo, a mezzo del difensore di fiducia, deduce la mancanza di prova della
partecipazione all’associazione, rilevando che non è sufficiente a tali fini l’accertata esistenza di
contatti con altri sodali in un breve arco temporale; i giudici di merito non hanno vagliato
attentamente le circostanze riferite dai terzi conversanti e neppure le loro fonti, laddove
riferiscono informazioni generiche.
Contesta che la condotta r asseritamente provata assuma i connotati del contributo al
)
sodalizio mafioso, mancando i collegamenti con interessi della cosca; assume l’incertezza della
finalità mafiosa della riunione, del luogo in cui si è svolta e delle persone che vi hanno
partecipato, delle decisioni che sarebbero state assunte in quella sede, così che, gli elementi
valorizzati dai giudici di merito non sono funzionali a descrivere il ruolo del ricorrente.
Censura la ritenuta aggravante della disponibilità delle armi da parte dell’associazione in
mancanza di motivazione in ordine alla consapevolezza del ricorrente; il mancato
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, tenuto conto che non è gravato da
precedenti; il regime sanzionatorio applicato, lamentando che la Corte di appello non ha
enucleato specifici elementi di fatto indicativi della protrazione della condotta associativa del
ricorrente oltre il 2007.

2.14. Il Caridi ha proposto ricorso, a mezzo del difensore di fiducia, denunciando la
violazione di legge ed il vizio della motivazione in ordine alla prova della responsabilità per i
#,

fatti contestati, rilevando la contraddittorietà della decisione ha escluso la detenzione di
un’arma in concorso ma ha ritenuto la responsabilità per il porto della stessa arma sulla quale
il ricorrente non ha esercitato alcun dominio. Rileva, quindi, la incertezza del fatto e del
momento in cui il Caridi avrebbe detenuto l’arma venduta al Fascì.
Contesta la certezza della prova tratta dalla conversazione intercettata non
adeguatamente vagliata, tenuto conto dell’evidente atteggiamento di vanteria dei conversanti.
Lamenta, inoltre, il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, motivato
soltanto per la gravità del fatt9 in contraddizione con il beneficio della sospensione condizionale
della pena, tenuto conto che il ricorrente è immune da precedenti.

alcuni ed omettendo di motivare sulla consapevolezza del ricorrente.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Soltanto alcuni dei ricorrenti hanno formulato generici rilievi in ordine alla prova della
esistenza, a far data dal 2004, del sodalizio di stampo mafioso contestato agli imputati al capo
A) sulla quale la Corte territoriale ha richiamato (pp.3-9; 14-31) e confermato (pp.31-37) la
valutazione del primo giudice.
Gli elementi tratti dalle conversazioni captate sono stati ritenuti conducenti dell’esistenza
di un «locale» di ‘ndrangheta che esercitava il controllo nel territorio di Condofuri,

gerarchica con suddivisione di ruoli ed articolazione interna in una «società maggiore»,
costituita dai soggetti più esperti carismatici, ed una <> (p. 95). La tesi difensiva volta a sostenere che l’azione del ricorrente era
basata su presupposti leciti, essendo prevista la possibilità di retrocessione del bene ai soggetti
titolari, è stata esaminata e ritenuta infondata, alla luce della documentazione, dalla Corte di

i

proprio i componenti della cosca dei Paviglíaniti.

appello in relazione alla posizione del Foti (p. 164) ed il ricorrente nulla ha allegato al ricorso sotto tale profilo non autosufficiente – al fine di sostenere l’errata valutazione da parte dei
giudici di merito dei documenti, con conseguente impossibilità di verifica dell’assunto.
Del resto, l’infondatezza e la irrilevanza delle doglianze si palesa laddove si consideri che,
indipendentemente da quale fosse il presupposto della confisca dei beni immobili in oggetto ed
escludendo che la trascrizione sia elemento costitutivo del trasferimento del bene, resta
provata la condotta minacciosa posta in essere dal ricorrente, in concorso con altri, per indurre
il Comune a ritardare gli adempimenti cui era tenuto per legge, quale la iscrizione del titolo sul

trasferimento del bene immobile. Tale condotta, provata dalla conversazione intercettata, è,
pertanto, idonea a configurare il reato contestato al capo VV), restando irrilevante se
legittimamente i ricorrenti potessero aspirare alla restituzione dei terreni.
La qualifica di pubblico ufficiale non è esclusa dall’argomento difensivo, trattandosi di
condotta posta in essere nei confronti di soggetti nella veste ed in ragione della carica
pubblica.
Diversamente da quanto dedotto dal ricorrente, è stata formalmente contestata
l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 nella ipotesi dell’uso del metodo mafioso che è
stato motivatamente ritenuto.
Aspecifiche, oltre che infondate, sono le censure in ordine al mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche ed al trattamento sanzionatorio, avendo la Corte di appello
valorizzato la pericolosità sociale manifestata dal Candito attraverso le condotte accertate ed
avendo, comunque, ridotto la pena inflitta con la sentenza di primo grado.
Il ricorso, dunque, deve essere respinto.

7. La prova della partecipazione di Casili Antonino all’associazione mafiosa è stata tratta
da più conversazioni, indicate dal primo giudice e riportate dalla Corte territoriale (p.100-109),
nelle quali il ricorrente viene indicato come «capo giovane» per il ruolo ricoperto: la
conversazione in cui il Poerio ed il Macrì parlano della cerimonia di affiliazione tenuta a
Condofuri il 26.4.2007; quella del giorno successivo in cui si descrive la cerimonia celebrata ed
i successivi festeggiamenti cui aveva partecipato il ricorrente; quella del 28.4.2007 nella quale
pure viene indicato dal Poerio come Giannetto «il capo giovane».
La contestazione del ricorrente in ordine alla identificazione non è fondata e prospetta il
travisamento del contenuto di una conversazione intercettata che non è stata neppure allegata
al ricorso, così come il ricorrente non ha allegato nulla che consenta di esaminare le deduzioni
in ordine alla rilevanza di quanto emerso nel processo cd. «Eldorado».
Invero, la Corte territoriale ha escluso che le conversazioni si possano riferire ad un
omonimo, tale Casili Antonino cl. ’58, coinvolto nel procedimento Eldorado, quale partecipe di
un’associazione di

‘ndrangheta insediata in un territorio quasi coincidente con quello di

Condufuri, rilevando che dalla documentazione depositata emerge che nel procedimento

registro immobiliare, necessaria ai fini esecutivi, della pubblicità e della opponibilità ai terzi del

Eldorado il contenuto delle conversazioni è stato riferito a tale Casili Antonino, nato nel 1958,
senza alcuna verifica in ordine al soprannome di «Giannetto».
I giudici di appello hanno, altresì, valutato che l’imputato non ha mai negato di essere
conosciuto con il nome di Giannetto che, anzi, ha indicato nell’interrogatorio di garanzia e che
risulta univocamente dalla conversazione del 16 novembre 2007 che il Giannetto si identifica in
Casili Antonino il quale delega Macrì Giorgio a fare la spesa in previsione di una cena ed
immediatamente dopo il Macrì contatta Poerio Filippo al quale riferisce di essere stato chiamato
da Gíannetto per la cena.

quanto accaduto il giorno precedente, deve rilevarsi che la sentenza alla pagina 104,
richiamata dal ricorrente, afferma che Casili Pietro, fratello del ricorrente, era presente alla
riunione svolta prima della cerimonia del 26.4.2007, mentre non risulta, né è stato allegato,
che il Poerio nella suddetta conversazione riferisca di avere parlato al fratello di Giannetto
durante la cerimonia, essendo plausibile che gli avesse parlato prima, tenuto conto, peraltro,
che alla pagina 141 si afferma che Casili Pietro aveva dato il consenso ad iniziare la cerimonia.
Quanto indicato dal ricorrente sul punto, quindi, non contraddice il percorso argomentativo dei
giudici di merito in ordine alla identificazione dì Casili Antonino.
Anche le dichiarazioni del testimone in ordine alla circostanza della presenza del ricorrente
al chiosco per la vendita di panini sono state compiutamente esaminate dalla Corte di appello
che ha escluso che la testimonianza dimostri che dalle ore 20,30 in poi di quella sera l’imputato
fosse impegnato nella ca attività di vendita di panini e non fosse, quindi, presente alla
cerimonia di affiliazione del 26 aprile 2007.
Che l’attribuzione della qualità di «capo giovane» della «società minore» sia
significativa ai fini della prova della partecipazione del Casili al sodalizio è stato correttamente
valutato dai giudici merito che hanno rilevato come tale carica non sia semplicemente
rappresentativa di uno status, ma identifichi un ruolo attivo, quanto meno con riferimento al
reclutamento al gruppo malavitoso, e come, • pertanto, detta qualifica non possa che
presupporre una lunga militanza nella consorteria.
Tale valutazione, immune da vizi logici ed ancorata alle circostanze di fatto acquisite nel
processo, è conforme alle indicazioni di questa Corte secondo le quali la condotta di
partecipazione all’associazione mafiosa più che richiedere uno

status di appartenenza è

riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile ed organica compenetrazione con il tessuto
organizzativo del sodalizio, prendendo parte alla vita dello stesso attraverso un ruolo attivo,
ancorchè non determinate (Sez. 1, n. 39543 del 24/06/2013, Fontana, rv. 257447).
Aspecifiche, oltre che infondate per le ragioni già dette, sono le censure in ordine alla
configurabilità della circostanza aggravante della disponibilità delle armi, nonché, in relazione
al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, avendo la Corte di appello
valorizzato la pericolosità sociale manifestata da ricorrente.

Quanto alla conversazione del 27.4.2007 nella quale il Poerio ed il Macrì commentano

La sentenza impugnata deve essere, invece, annullata con rinvio relativamente alla
determinazione della entità della pena inflitta ai ricorrente, avendo la Corte di appello
espressamente affermato, sia nella parte motiva (p. 291) che nel dispositivo, la volontà di
ridurre la pena inflitta al Casili dal primo giudice, <›, e avendo, invece, mantenuto la pena nella
misura di anni sei e mesi otto di reclusione. Il giudice del rinvio dovrà, pertanto, procedere a
rivalutare la determinazione in ordine alla quantificazione della pena.

8. Per le stesse ragioni e limitatamente ad esse deve essere annullata con rinvio la
sentenza impugnata relativamente alla posizione di Casili Pietro che ha contestato la decisione
di secondo grado esclusivamente con riferimento al trattamento sanzionatorio, avendo la Corte
di appello espressamente affermato, sia nella parte motiva (p. 291) che nel dispositivo, la
volontà di ridurre la pena inflitta al ricorrente dal primo giudice, mentre ha mantenuto la pena
nella misura di anni sei e mesi otto di reclusione. Il giudice del rinvio dovrà, pertanto,
procedere a rivalutare la determinazione in ordine alla quantificazione della pena.

9. Fasd Lorenzo è stato condannato per il reato di cui all’art. 416 -bis cod. pen., capo A),
nonché, per le violazioni in materia di armi, capo F), in concorso con il Candito, capo II) in
concorso con il Caridi e Poerio Daniele, capo LL) in esso assorbito il capo EE), escluso il reato di
detenzione di arma da guerra, alla pena, confermata in appello, di anni sette e mesi quattro di
reclusione.
Le doglianze in ordine alla affermazione della responsabilità per il reato associativo non
sono fondate avendo i giudici di merito tratto la prova dal contenuto di più conversazioni,
alcune delle quali vedono la diretta partecipazione del ricorrente: quelle in cui si descrive la
cerimonia di affiliazione del Fasd alla Zcsocietà minoreb del 26.4.2007; quelle precedenti e
successive a detto evento significative del fatto che il ricorrente era stato proposto per
(
l’affiliazione perchè era abile con le armi che procurava e metteva a disposizione del sodalizio
(in specie il dialogo del 23 gennaio 2007 tra il Fasd e lo lana in cui si parla di armi e fucili
Kalashnikov, quelli del 30 aprile 2007 e del 24.5.2007).
Risulta, quindi, tutt’altro che omessa la valutazione del contributo di partecipazione al
sodalizio mafioso e della rilevanza probatoria dell’affiliazione.
Del tutto generici sono i rilievi in ordine alle imputazioni per armi ed alla relativa
circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991.
Le doglianze sulle circostanze attenuanti generiche sono manifestamente infondate
avendo la Corte di appello condiviso la valutazione del primo giudice in considerazione della
pericolosità manifestata dal Fasd, rifornitore di armi del sodalizio. Come è noto, la sussistenza
dì circostanze attenuanti rilevanti ai fini dell’art. 62 -bis cod. pen. è oggetto di un giudizio di
fatto e può essere esclusa dal giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti

Il ricorso deve essere rigetto nel resto.

della propria decisione, non sindacabile in sede di legittimità, purchè non contraddittoria e
congruamente motivata, neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno
dei pretesi fattori attenuanti indicati nell’interesse dell’imputato (Sez. 6, n. 42688,
24/09/2008, Carídí, rv. 242419).
Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato.

10. Anche il ricorso proposto da Fotí Domenico – detto «zappudda>> e condannato alla
pena, ridotta in appello, di anni sette e mesi quattro di reclusione per la partecipazione

con l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991, e per il reato di concorso in minaccia a
pubblico ufficiale continuata e aggravata di cui al capo VV) – deve essere rigettato.
La Corte di appello ha ritenuto infondati i rilievi del ricorrente in ordine alla interpretazione
delle conversazioni dalle quali sono stati tratti gli elementi di prova fondanti l’affermazione di
responsabilità; in specie, la conversazione del 27.4.2007 tra il Poerio ed il Macrì in cui si
riferisce della cerimonia del giorno precedente nella quale era stato affiliato Fascì Lorenzo,
malvisto dai conversanti, che era stato proposto dal Foti il quale, però, non aveva presenziato
alla cerimonia, come veniva ribadito anche in una conversazione del giorno successivo, il
28.4.2007, e, ancora, in una conversazione captata oltre un anno dopo, il 30.9.2008, tra il
Fasci ed altri due soggetti. Ha dato atto che lo stretto legame tra il Fasci ed il Foti emergeva
anche nella conversazione del 29.2.2008 (‘nchiani se Io dico io…), valorizzando l’evidente
doppio senso delle espressioni usate dal Foti nei confronti del Fascì (p. 154-155), e in quella
del 21.5.2008 riferita alla scoperta da parte del Fasci di una microspia a bordo dell’auto a
mezzo di un rilevatore ottenuto da un amico.
Tale materiale probatorio è stato ritenuto con argomenti logici idoneo a dimostrare che il
Foti – «padrino» del Fasci – aveva il potere di «formare» uomini di ‘ndrangheta e di
promuovere l’avanzamento nell’organizzazione criminale che, all’evidenza, non avrebbe potuto
avere altri se non un soggetto inserito a pieno titolo nell’associazione mafiosa.
Il ricorrente sostanzialmente ripropone le doglianze già compiutamente esaminate dai
giudici di appello sul significato della conversazione con il Fasci, sollecitando la rivalutazione
degli elementi di fatto ai quali è stata ancorata la valutazione della prova con motivazione
logica e priva di contraddizioni.
Infondate devono ritenersi, altresì, le censure relative alla prova della detenzione della
pistola tdesunta dall’univoco significato, esclusa la necessità di riscontri, della conversazione del
13.5.2007 alla quale partecipa il Foti che racconta al Fascì dell’arma. I rilievi sulla
configurabilità della circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 sono
palesemente generici e, come tali, inammissibili.
Quanto alla affermazione di responsabilità per il reato di cui all’art. 336 cod. pen.,
contestato al capo V\/), si deve ribadire la valutazione di cui al punto 6 con riferimento alla
posizione del Candito. Infatti, il Foti è stato ritenuto responsabile, in concorso con il Candito e

all’associazione perché inserito nella «società maggiore», per la detenzione di una pistola,

lo lana, di avere minacciato il sindaco pro-tempore del Comune di Condofuri, Lavalle Filippo,
ed il responsabile dell’ufficio tecnico, Guglielmini Filippo, nonché agli assessori comunali perché
omettessero la trascrizione presso la conservatoria del registro immobiliare relativa ad alcuni
beni confiscati ed assegnati al Comune nel 2007 e a non deliberare tale trascrizione, con
l’aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416 -bis
cod. pen. e al fine di agevolare le attività dell’associazione, fatto commesso fino al 7.11.2008.
La tesi difensiva volta a sostenere che l’azione del ricorrente era basata su presupposti
(
leciti,. essendo prevista la possibilità di retrocessione del bene ai soggetti titolari, è stata

ed il ricorrente nulla ha allegato al Ficorsor sotto tale profilo non autosufficiente.-al fine di
k tAt “k

sostenere l’errata valutazion

giudici di merito con conseguente esclusione di qualsivoglia

possibilità di verifica dell’assunto.
Del resto, l’infondatezza e la irrilevanza delle doglianze si palesa laddove si consideri che,
indipendentemente da quale fosse il presupposto della confisca dei beni immobili in oggetto ed
escludendo che la trascrizione sia elemento costitutivo del trasferimento del bene, resta
provata la condotta minacciosa posta in essere dal ricorrente, in concorso con altri, per indurre
il Comune a ritardare gli adempimenti cui era tenuto per legge, quale la iscrizione del titolo sul
registro immobiliare, necessaria ai fini esecutivi, della pubblicità e della opponibilità ai terzi del
trasferimento del bene immobile. Tale condotta, provata dalla conversazione intercettata, è,
pertanto, idonea a configurare il reato contestato ai capo VV), restando irrilevante se
legittimamente i ricorrenti potessero aspirare alla restituzione dei terreni.
La qualifica di pubblico ufficiale non è esclusa dall’argomento difensivo, trattandosi di
condotta posta in essere nei confronti di soggetti nella veste ed in ragione della carica
pubblica.
Diversamente da quanto dedotto dal ricorrente, è stata formalmente contestata
l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 nella ipotesi dell’uso del metodo mafioso che è
stato motivatamente ritenuto.
Esclusa la fondatezza del rilievo sulla configurabilità della circostanza aggravante della
disponibilità delle armi dell’associazione per quel che si è già precisato, aspecifiche, oltre che
infondate, sono le censure in ordine al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti
generiche ed al trattamento sanzionatorio, avendo ( comunque r la Corte di appello valorizzato la
pericolosità sociale manifestata attraverso le condotte accertate ed avendo, comunque, ridotto
la pena inflitta con la sentenza di primo grado.

11. Il discorso giustificativo immune da vizi logici e da interne contraddizioni e la corretta
applicazione dei principi di diritto della sentenza impugnata in ordine alla posizione di lana
Maurizio impongono di escludere la fondatezza del ricorso proposto dal predetto che è stato
condannato alla pena dì anni sette e mesi quattro di reclusione – rideterminata all’esito del
giudizio di appello nel quale il reato contestato al capo O) (turbata libertà degli incanti per i

esaminata e ritenuta infondata, alla luce della documentazione, dalla Corte di appello (p. 164)

lavori di adeguamento di una strada) è stato dichiarato estinto per prescrizione – in relazione
alla fattispecie associativa, con esclusione della circostanza aggravante del ruolo direttivo, al
danneggiamento nei confronti di Nucera Vincenzo, capo I), ed al reato di cui al capo VV) con
l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991.
Con il ricorso sono state sostanzialmente riproposte le censure ampiamente esaminate
dalla Corte territoriale che ha operato una corretta valutazione della prova a carico dello lana
dando conto nel dettaglio del contenuto di plurime conversazioni: quella del 24.5.2007 in cui lo
lana parla con il Fasci che riferisce della sua recente affiliazione con rituale battesimo; la

riferimento a due estorsioni, in danno di Tripodi Francesco e di Verduci Paolo, e discutono della
necessità dì una direzione unitaria e della organizzazione di un sistema per sottoporre a
controllo il territorio; la conversazione con Manti Carmelo, del 21.4.2006, nella quale si parla
delle ripartizioni territoriali sul territorio di Condufuri e dei contrasti insorti tra il Manti e Nucera
Antonio, appartenente al locale di Amendola, quando avevano affrontato la questione
dell’estorsione con danneggiamento di un escavatore incendiato appartenente a Rodà Giuseppe
a loro vicino; quella del 27.4.2006 in cui lo lana indica alla fidanzata persone a lui
«vicine», descrivendo la cosca e confermando la sua partecipazione e quella di Manti
Carmelo. Rilevanti sono state ritenute altre conversazioni, in specie del 23.1.2007, in cui lo
lana ed il Fascì parlano della necessità di recuperare armi.
La Corte di appello ha poi valorizzato quanto emerso in ordine alla vicenda dell’attentato
incendiario di cui lo lana era stato vittima nella notte tra il 30 il 31 marzo 2007, rilevando
come dai dialoghi captati emergesse che si attribuiva la responsabilità a Nucera Vincenzo e
Nucera Roberto, autore materiale, e che tutti i sodali lo consideravano un affronto per tutta la
cosca, tanto che era seguita la reazione da parte del gruppo e lo studio tecnico di Nucera
Vincenzo era stato danneggiato da un incendio di natura dolosa (fatto contestato al capo I).
Univoche in tal senso sono state ritenute la conversazione tra il Manti e il Candito, quella tra il
Candito e lo lana, quella tra Poerio Filippo e Casili Pietro, quella del 14.5.2007 nel corso della
quale lo lana ed il Manti commentavano insoddisfatti gli esiti dell’attentato ai danni del Nucera,
affermando “gli replichiamo”.
Sono state indicate, altresì, conversazioni (del 28.5.2007 e del 18.3.2008) dalle quali
emergeva il condizionamento del gruppo sull’amministrazione comunale, esercitato anche
attraverso la nomina alle cariche comunali di persone di fiducia sostenute dal gruppo, come
Rodà Filippo, nominato assessore all’urbanistica ed ai lavori pubblici che lo lana utilizzava per
ottenere incarichi.
Il concorso dello lana, con il Candito ed il Fotí, nella minaccia al sindaco pro-tempore del
Comune di Condofuri, Lavalle Filippo, e al responsabile dell’ufficio tecnico, Guglielmini Filippo,
nonché agli assessori comunali, finalizzate a ritardare la trascrizione presso la conservatoria
del registro immobiliare dei beni confiscati devoluti al Comune nel 2007 e a non deliberare tale
trascrizione (capo VV), fondato sul contenuto univoco delle conversazioni del 2.11.2008 alle

conversazione nella quale il Candito critica il comportamento di alcune «cariche» con

quali partecipa direttamente il ricorrente, ha ulteriormente rafforzato il compendio probatorio
idoneo a ritenere l’inserimento stabile del ricorrente nel sodalizio/ connotato dalla
partecipazione cosciente e volontaria alle scelte operative e ad una pluralità di attività del
gruppo che esclude la configurabilità del concorso esterno nell’associazione mafiosa condotta
alternativa di chi è estraneo al vincolo associativo, pur fornendo un contributo causalmente
orientato alla conservazione o al rafforzamento delle capacità operative dell’associazione,
ovvero dì un suo particolare settore di attività o articolazione territoriale e diretto alla
realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima (Sez. 6, n. 16958 del

Ribadito quanto innanzi esplicitato in relazione al capo VV), quanto allo lana è stato
rilevato come partecipasse in prima persona alle conversazioni che riguardavano detta vicenda
e come egli stesso desse atto della condizione di intimidazione dei pubblici amministratori. La
delibera comunale del 23.12.2008 prodotta dalla difesa – che non è stata neppure allegata al
ricorso – è stata esaminata dai giudici di appello che non l’hanno ritenuta dirimente essendo
stato, in ogni caso, accertato che la trascrizione della confisca dei beni immobili e tutti gli
adempimenti amministrativi conseguenti erano stati eseguiti soltanto dopo l’esecuzione della
misura cautelare.
A fronte di una tale significativa congerie di elementi di prov91 non assume alcun pregio la
riduttiva lettura alternativa del contenuto delle conversazioni intercettate posta a fondamento
delle censure difensive che – come ha correttamente ritenuto la Corte di appello – si
sostanziano nella valutazione parziale e frazionata del complessivo significato dei dialoghi
captati come quello con la fidanzata che, secondo il ricorrente, dimostrerebbe la sua estraneità
al danneggiamento nei confronti del Nucera la cui prova risulta evidente dalla conversazione
del 14.5.2007 con il Manti, restando irrilevante la circostanza che il Fasd, ritenuto nell’ipotesi
accusatoria esecutore materiale, sia stato assolto.
La configurabilità della circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 è stata
ricondotta all’uso di metodi tipicamente mafiosi che ha connotato le condotte contestate ai capi
I) e VV) (- anche prescindendo dalla consapevolezza da parte del ricorrente dell’agevolazione
della consorteria.
Consegue il rigetto del ricorso.

12. Macrì Giorgio è stato condannato per il reato di cui all’art. 416 -bis cod. pen. quale
partecipe della «società minore», capo A), e per la detenzione continuata di armi, capo
RR), alla pena, confermata in appello, di anni sette e mesi quattro di reclusione.
La Corte di appello, nel ritenere l’infondatezza dei rilievi difensivi, ha escluso che il Macrì
possa considerarsi un giovane condizionato dalla subcultura mafiosa, essendo stato già
accertato che era pienamente inserito nelle dinamiche criminali del suo territorio, come
dimostra la condanna per il reato di partecipazione ad associazione di stampo mafioso di cui
alla sentenza irrevocabile del 13.11.2003, quella per danneggiamento e detenzione di monete

08/01/2014, Costantino, rv. 261475).

false commessi da minorenne, nonché, per il reato di estorsione in concorso, commesso in
Condofuri il 14.5.2002; inoltre, gli è stata applicata la misura della sorveglianza speciale con
obbligo di soggiorno per due anni, ragione per la quale era sottoposto a controlli e limitazioni
che certamente ostacolavano in quel periodo la più intensa partecipazione alle attività del
gruppo.
Cionondimeno, è stato evidenziato dai giudici di appello come dalle conversazioni captate
si traesse con tutta chiarezza che il Macrì si occupava attivamente delle armi e come egli
stesso insieme ai suoi interlocutori si qualificasse esplicitamente come appartenente alla

La prova del reato di partecipazione al sodalizio è stata ancorata, quindi, a plurime
circostanze di fatto tratte dalle conversazioni: quella del 28.4.2007 con Poerio Daniele in cui si
parla della cerimonia di affiliazione del Fascì alla quale gli interlocutori erano contrari ed alla
quale il Macrì non aveva partecipato perché sottoposto alla misura di prevenzione; quella
captata il 3.11.2007 a bordo dell’auto in cui Poeti° Pietro si lamentava di dover utilizzare una
macchina modesta; quella del 24.4.2007 in cui Poerio Daniele informa il ricorrente della
suddivisione che il territorio del «locale» di Condufuri; e, ancora, dalla conversazione del
2.5.2008 nella quale il Macrì ed altri si rammaricano che una «carica», Casili Pietro, avesse
impedito l’azione ritorsìva nei confronti del «gioielliere».
Correttamente, quindi, la Corte territoriale ha valutato come le dichiarazioni
autoaccusatoríe e quelle eteroaccustaorie captate dimostrino lo

status di affiliato nel senso

della esistenza di un rapporto di stabile ed organica compenetrazione con il tessuto
organizzativo del sodalizio, prendendo parte alla vita dello stesso, non contraddetto, ma
avvalorato dal fatto che i partecipi della «società minore» lamentassero di non avere mezzi
sufficienti, così come dalla necessità di attenersi alle regole imposte dal sodalizio anche
rinunciando alle finalità personali come quella di vendicarsi.
Il ricorso, pertanto, si sostanzia nella riproposizione dei rilievi di appello sui quali vi è
ampia e coerente motivazione, ancorata alle circostanze emerse dalle conversazioni ritenute
chiare ed esplicite nel loro significato della Corte di appello che ha fatto corretta applicazione
dei principi in tema di partecipazione ad associazione mafiosa.
Le censure in ordine alla detenzione dì armi sono palesemente aspecifiche per mancanza
di correlazione con quanto valutato dai giudici di merito, attenendo ad una sola delle
conversazioni indicate dalla quale, peraltro, per quel che è stato rappresentato, non risulta che
il Macrì neghi di avere l’arma. Mentre la Corte territoriale ha evidenziato come,
indipendentemente dal riferimento ai cioccolatini

«poket coffee>>,

i conversanti

esplicitamente parlano di mitra. Invero, elementi dimostrativi della detenzione di armi, tra le
quali tre mitragliatori del tipo kalashnikov, sono stati tratti dalla conversazione del 30.4.2007
nel corso della quale si apprendeva che il Macrì era stato contattato da tale «Tasso» perché
reperisse un’arma che serviva per ammazzare una persona, ma soprattutto dalla
conversazione del 17.11.2007 in cui viene fatto chiaro riferimento alla disponibilità dei tre

`ndrangheta.

mitra. Generica, altresì, la contestazione dell’aggravante dell’art. 7 d.l. n. 152 del 1991,
mentre dell’infondatezza delle doglianze in ordine alla circostanza aggravante della disponibilità
delle armi dell’associazione si è già detto in precedenza.
Con riferimento al trattamento sanzionatorio ed al mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche i giudici di merito hanno correttamente valorizzano i
precedenti penali del ricorrente, nonostante la giovane età.
Si deve concludere per il rigetto del ricorso.

dr_

prova della esistenza dell’associazione mafiosa,valla ritenuta circostanza aggravante della
disponibilità delle armi del sodalizio ed al regime sanzionatorio applicato con riferimento alla
legge n. 125 del 2008, deve essere qui rilevata la infondatezza dei restanti motivi proposti dal
ricorrente, consuocero del Bruzzese, che è stato condannato per il reato di cui all’art. 416 -bis
cod. pen., esclusa la circostanza aggravante del ruolo direttivo, alla pena, ridotta in appello, di
anni sei e mesi otto di reclusione.
La prova è stata fondata sul contenuto di più conversazioni a partire da quelle captate
nella fase iniziale delle indagini avviate in relazione al danneggiamento a seguito di incendio di
un escavatore di Rodà Giuseppe (conversazioni del 21-23 aprile 2006, del 31.5.2006, tra il
Manti e lo lana e tra lo lana e Poerío Giuseppe, tra il Candito e il Foti).
Significativa è stata ritenuta, altresì, la frequentazione

Cred Candito e l’attiva partecipazione

del Manti alle reazioni successive al danneggiamento subito dallo lana il 31.3.2007
(conversazione de111.4.2007 tra il Manti e lo lana e del 14.5.2007 successiva all’azione
ritorsiva con il danneggiamento dello studio di Nucera Vincenzo); nonché, il contenuto delle
conversazioni tra il Manti e lo lana relative alla costruzione del supermercato SISA
(conversazioni del 22-24 maggio 2007).
Infine, sono state valutate le condotte del Manti volte ad acquisire l’attività di estrazione di
inerti della fiumara di Amendolea di Rodà Domenico e Squillaci Oreste, in particolare, alla luce
di quanto riferito dal Rodà circa i ripetuti tentativi di indurlo a cedere il fondo demaniale da
parte del Manti e dei figli,

etbgt”~ confermate dal contenuto di alcune conversazioni tra il

Manti e lo lana.
Contrariamente a quanto denunciato dal ricorrente, i giudici di appello hanno operato una
compiuta valutazione critica in ordine alla esatta interpretazione delle conversazioni captate
(p.207-213). In specie, hanno dato atto che il Manti e lo lana non discutevano di un progetto
imprenditoriale calcolandone i costi che avrebbero subits, compresi quelli delle estorsioni, ma
discutevano con tutta evidenza di un progetto criminale e di un «sistema unico>> di
estorsioni da mettere in atto. Hanno rilevato come lo scontro tra il Manti ed il Nucera fosse
chiaramente riferibile alla spartizione del territorio e delle competenze per le estorsioni, non
semplicemente al mancato pagamento di un mezzo o ad una offesa personale rivolta al
ricorrente dal Nucera il quale affermava di non comprendere come il Bruzzese gli avesse

2 ‘”

13. Essendo già stati esaminati nella parte generale i rilievi di Manti Carmelo in ordine alla

eLit_

fe.delegato la gestione delle estorsioni tiraggi) contava nulla. Hanno evidenziato come la proposta
di cessione dell’impianto di estrazione di materiali inerti era stata fatta al Rodà con modalità
tipicamente mafiose con la partecipazione attiva del ricorrente. Così che, i giudici di merito
hanno escluso con argomenti logici ed ancorati ai fatti accertati che il coinvolgimento del Manti
nelle vicende indicate non fosse riconducibile all’inserimento nella vita del sodalizio, ma
riferibile esclusivamente alla sua attività imprenditoriale.
A fronte di tale valutazione dettagliata degli elementi acquisiti, il ricorrente ha denunciato
il travisamento del significato delle conversazioni intercettate, allegate al ricorso, che in realtà

difforme. Come è noto, nel giudizio di legittimità è possibile prospettare una interpretazione
del significato di intercettazioni diversa da quella proposta dal giudice di merito solo in
presenza del travisamento della prova, ovvero nel caso in cui il giudice di merito ne abbia
indicato il contenuto in modo difforme da quello reale, e la difformità risulti decisiva ed
incontestabile (Sez. 6, n. 11189 del 08/03/2012, Asaro, rv. 252190; Sez. 5, n. 7465 del
28/11/2013 – dep. 17/02/2014, Napoleoni, rv. 259516).
Sono infondati, infine, i motivi di ricorso sulle circostanze attenuanti generiche che i giudici
di merito non hanno riconosciuto tenendo conto non solo per i precedenti penali, ma anche
della elevata pericolosità della condotta; la pena è stata comunque ridotta.
Si impone, pertanto, il rigetto del ricorso.

14. Anche i rilievi mossi da Poerio Daniele Filippo non sono fondati e, pertanto, il ricorso
deve essere rigettato.
Al Poerio è stata inflitta la pena, confermata in appello, di anni sette di reclusione per il
reato di cui all’art. 416 —bis cod. pen., quale partecipe della «società minore», capo A),
nonché, per la detenzione di armi contestata al capo FF), in esso assorbito il capo DD), e per la
detenzione ed il porto di armi contestata in concorso con Caridì Pasquale al capo GG), in esso
assorbito il capo II), aggravate ai sensi dell’art. 7 d.l. n. 152 del 1991.
Le censure in ordine alla prova della partecipazione all’associazione, in parte generiche,
ripropongono le doglianze che sono già state esaminate dai giudici di appello che hanno
valutato gli elementi tratti dalle conversazioni intercettate ritenuti univocamente conducenti
dell’inserimento del ricorrente in quella che veniva indicata come la «società minore».
Hanno, quindi, dato atto che dalle conversazioni captate a bordo dell’autovettura del Poerio
emergeva che aveva partecipato alla cerimonia di affiliazione del 26.4.2007, insieme al fratello
Pietro, nella quale aveva anche manifestato la sua opposizione all’affiliazione del Fiscì; così
come la conversazione del 28.4.2007 con il Macrì si riferiva alla affiliazione del Fasci alla quale
erano contrari. Rilevante è stata ritenuta, altresì, la conversazione del 24.4.2007 in cui il
Poerio informava il Macrì della suddivisone che il territorio del «locale» di Condufuri,
dimostrando di conoscere questioni riservate della cosca di cui critica alcuni aspetti
organizzativi.

2,,c

di sostanzia nella prospettazione di una lettura alternativa non avendo indicato alcun contenuto

Argomenti logici, come il tenore dei dialoghi e la qualità dei soggetti conversanti, hanno
condotto la Corte territoriale ad escludere che si potesse trattare di millanterie. Pertanto, il
ricorso sollecita una non consentita rivalutazione del compendio probatorio. Della circostanza
aggravante della disponibilità delle armi da parte del sodalizio si è già detto in premessa.
Ugualmente è a dirsi per quel che riguarda la prova delle violazioni in materia di armi per
le quali è stata affermata la responsabilità. I giudici di appello, infatti, hanno dato atto delle
dichiarazioni autoaccusatorie delle conversazioni dell’1.6.2007 e del 23.7.2007
(rispettivamente il Poerio dialoga con il Fiscì e con il Caridi) e del 26.7.2007 (con il Caddi) nella

territoriale ha rilevato come risultasse che il reperimento delle armi fosse una pratica comune
del gruppo che, evidentemente, se ne giovava sotto il profilo economico e per il controllo del
territorio, escludendo, in tal modo, ogni dubbio sulla configurabilità dell’aggravante di cui
all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991.
Del tutto generiche sono le censure relative al mancato riconoscimento delle circostanze
attenuanti generiche ed alla determinazione della entità della pena per le quali i giudici di
merito hanno valorizzato la gravità delle condotte.

15.

Romeo Leo è stato condannato alla pena, confermata in appello, di anni sei di

reclusione, per la partecipazione all’associazione di ‘ndrangheta ritenuta sulla base del
contenuto di un’unica conversazione del 17.1.2008 captata a bordo dell’autovettura in uso a
Poerio Pietro al quale, anche in presenza di una terza persona non identificata, il ricorrente
chiede informazioni sulla cerimonia di affiliazione alla `ndrangheta alla quale avrebbe
partecipato il giorno prima il Poerio che non ne vuole parlare; quindi, il Romeo chiede al Poerio
di presentarsi – viene fatto riferimento alla cd. «copiata» – e propone al suo interlocutore di
farlo «salire».
La Corte territoriale ha valorizzato il linguaggio usato dal Romeo, ritenuto tipicamente
«`ndranghetistico», e la circostanza che il ricorrente si attribuisca il potere, rappresentato
al suo interlocutore, di «farlo salire». Tuttavia, come ha rilevato il ricorrente, trattandosi di
un unico dialogo di brevissima durata, avvenuto anche in presenza di una terza persona che
non risulta accertato fosse intranea al gruppo, gli elementi che dallo stesso sono stati tratti non
appaiono idonei a superare ogni ragionevole dubbio in ordine all’inserimento stabile del Romeo
nel sodalizio mafioso.
Conseguentemente, la sentenza impugnata deve essere annullata quanto alla posizione di
Romeo Leo con il rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Reggio Calabria che dovrà
rivalutare ed, eventualmente, evidenziare ulteriori elementi di prova acquisiti nel processo a
carico del predetto. Restano, all’evidenza, assorbite le restanti censure mosse dal Romeo.

16. Esclusa la fondatezza delle censure relative al regime sanzionatorio applicato alla
fattispecie di cui all’art. 416 -bis cod. pen. ed alla circostanza aggravante della disponibilità

quale risulta che le armi vengono mostrate all’interlocutore. Correttamente, inoltre, la Corte

delle armi del sodalizio per quanto già precisato, anche il ricorso proposto da Stilo Vincenzo, ad
avviso del Collegio, deve essere rigettato.
Ed invero, i rilievi in ordine alla valutazione della prova della partecipazione alla «società
minore», per la quale il ricorrente è stato condannato alla pena di anni sette di reclusione,
sono generici e privi di fondamento.
Nelle conversazioni esaminate e riportate dai giudici di merito viene fatto riferimento alla
cerimonia di affiliazione del 26.4.2007 alt quele lo Stilo partecipa e della quale conosce
l’organizzazione nei particolari: quella in cui il Macrì chiede notizie in merito alla identità degli

Poerío Daniele del luogo ed ora in cui si sarebbe tenuta la cerimonia e del numero dei giovani
da affiliare; quella del giorno successivo, il 27.4.2007, in cui il Poerio si lamenta del fatto che
nel corso della cerimonia lo Stilo non è intervenuto per dargli manforte sulla opposizione
all’affiliazione del Fascì, cui segue la conversazione dello stesso Stilo con il Macrì ed il Poerìo
nella quale il ricorrente lamenta che la cerimonia non si era tenuta in modo regolare perché
mancavano il «capo società», il «picciotto di giornata» ed il «mastro di giornata».
Si sottrae, pertanto, a qualsivoglia censura la valutazione della Corte territoriale che ha
ritenuto impensabile che si possa partecipare in tale modo ad una cerimonia di ‘ndrangheta
senza essere pienamente intraneo alla vita del sodalizio, rilevando come, del resto, sia lo
stesso Stilo a fornire indicazioni precise sul proprio inserimento.
Sono all’evidenza, aspecifici i motivi di ricorso in ordine al mancato riconoscimento delle
circostanze attenuanti generiche ed alla determinazione della entità della pena, ritenuta dai
giudici dì appello insuscettibiie di ulteriori riduzioni, tenuto conto della gravità dei fatti
contestati.

16. Caridi Pasquale è stato condannato, in concorso con Poerìo Daniele, per la detenzione
di una pistola e per il porto delle due pistole indicate al capo GG), in esso assorbito il capo II),
mentre è stato assolto nel giudizio di appello dal reato di detenzione relativamente ad una
delle due pistole con la conseguente rideterminazione della pena, condizionalmente sospesa, in
anni due di reclusione ed euro 200 di multa.
La prova della responsabilità è stata fondata sul contenuto della conversazione del
26.7.2007 con Poerio Daniele che dispone di una pistola che mostra al Caridi, che la deve
acquistare per un terzo, per convincerlo della sua funzionalità; inoltre, il Poerio mostra al
ricorrente un’altra pistola che il Caridi riconosce come quella che era già stata sua ed aveva
venduto al Fascì.
Con discorso giustificativo logico, immune da contraddizioni ed ancorato alle circostanze
emerse dalla intercettazione la Corte di appello ha ritenuto il concorso del Caridi nel porto della
pistola che il Poerio aveva ~al Caridi che la voleva acquistare per conto di terzi, mentre
ha escluso che il Caridi concorresse anche nella detenzione della stessa pistola.

affiliati secondo quanto riferitogli dallo Stilo; quella dello stesso giorno in cui lo Stilo informa

Quanto all’altra pistola per la quale al Caridí, che afferma di aver venduto l’arma
precedentemente al Fasci, è stata attribuita la responsabilità sia per la detenzione che per il
porto, è stato evidenziato come la conversazione descriva l’episodio con sufficiente certezza e
come l’immediato riconoscimento da parte del Caridi ed il funzionamento dell’arma, così come
il ricordo del prezzo della vendita, consenta di collocare la detenzione dell’arma da parte del
Caddi in un tempo prossimo a quello in cui è avvenuta la conversazione.
Deve, pertanto, ritenersi la infondatezza delle deduzioni difensive, in specie, avuto
riguardo alla natura millantatoria della conversazione captata.

gravità della condotta dell’imputato che commerciava armi con esclusione, quindi, di evidenti
contraddizioni con l’assenza di pregiudizi e con la prognosi favorevole sulla quale i giudici di
merito hanno fondato il riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale. Anche
sotto tale profilo, quindi, il ricorso non è fondato e, conseguentemente, deve essere rigettato.

17. Al rigetto dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese
processuali.
Altomonte, Bruzzese, Candito, Casili Antonino, Fasci, Foti, lana, Macrì, Manti, Poerio e
Stilo devono essere, altresì, condannati alla rifusione delle spese sostenute nel presente
giudizio dalle parti civili Ministero dell’interno, Provincia di Reggio Calabria, Comune di
Condufuri e Domenico Rodà – per quest’ultimo in favore dello Stato – che si liquidano per
ciascuna di esse, tenuto conto del numero e dell’importanza delle questioni trattate, della
tipologia ed entità delle prestazioni difensive, in euro 3.500 (tremilacinquecento), oltre
accessori come per legge.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata per Casíli Antonino e Casílí Pietro limitatamente alla
determinazione della pena e rinvia per nuovo giudizio al riguardo ad altra sezione della Corte di
appello di Reggio Calabria. Rigetta nel resto il ricorso di Casili Antonino.
Annulla la sentenza impugnata nei confronti di Romeo Leo e rinvia per nuovo giudizio ad
altra sezione della Corte di appello di Reggio Calabria.
Rigetta i ricorsi di Altomonte, Bruzzese, Candito, Caridi, Fasci, Foti, Iena, Macrì, Manti,
Poerio e Stilo che condanna al pagamento delle spese processuali. Condanna, inoltre, in solido
Altomonte, Bruzzese, Candito, Casili Antonino, Fasci, Foti, Iena, Macrì, Manti, Poerio e Stilo
alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalle parti civili Ministero dell’interno,
Provincia di Reggio Calabria, Comune di Condofuri e Domenico Rodà, per quest’ultimo in favore
dello Stato, che liquida per ciascuna di esse in euro 3.500 (tremilacinquecento), oltre accessori
come per legge.
Così deciso, il 5 maggio ,IDE POSI TATA

Le circostanze attenuanti generiche non sono state riconosciute in considerazione della

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